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Dinosauri

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ricordo ancora l’intestazione in prima pagina, il font del carattere, una pubblicità della Mercedes a fondo pagina, la foto di un gruppo di persone di fronte a un supermercato in fiamme, una foto che faceva parte di un articolo a pagina 7… Stefano Malchiodi duella tra un passato vivo e un presente indefinito.

UOMO NEL BELLUNESE TENTA DI UCCIDERE LA MOGLIE, SALVA PER MIRACOLO.
Così intitolava l’articolo che mi ha ossessionato negli ultimi trent’anni. Ricordo ancora l’intestazione in prima pagina, il font del carattere, una pubblicità della Mercedes a fondo pagina, la foto di un gruppo di persone di fronte a un supermercato in fiamme, una foto che faceva parte di un articolo a pagina 7. Il supermercato era andato a fuoco per un cortocircuito, e da quel giorno il paese di Lamon ne sarebbe rimasto sprovvisto.
Ho perfettamente stampata in testa l’immagine di quella pagina: in ogni suo dettaglio, anche minimo, anche il più insignificante, come quel bordino giallo che delimitava il piccolo riquadro dedicato a una mostra di repliche di dinosauri: DIVERTIMENTO PER GRANDI E PICCINI – diceva – CONTINUA A LEGGERE A PAGINA 36.
Quella prima pagina del corriere delle Alpi non posso dimenticarla, perché quell’uomo che aveva tentato di uccidere la moglie era mio padre.
Non mi sono mai chiesto perché l’abbia fatto. Non ne ho mai indagato le ragioni, i motivi che l’hanno spinto a farlo, mai. So che non li troverei, so che non esistono.
Mio padre è sempre stato un uomo taciturno, riservato, ermetico. Le sue ragioni sono sempre state, in qualunque campo, un mistero oscuro e impenetrabile, come una nebbia notturna e fitta, densa.
Forse ho solo paura di indagare le risposte. Ma quale che sia il motivo ho sempre assecondato quella riservatezza, quella sua cocciuta chiusura rispetto a un mondo in cui mi sembra non si sia mai trovato a suo agio, mai sentito compreso. Questo non vuol dire che io l’abbia capito o che l’abbia perdonato. Semplicemente non voglio sapere il perché.
L’unica cosa che mi ossessiona davvero, invece, ogni volta che parcheggio l’auto fuori da casa di mio padre – casa che fu anche mia fino a che io e mamma non ci trasferimmo, dopo l’incidente, come lo chiamava lei – è quella prima pagina del corriere delle Alpi.
I colori spappolati della stampa, le scritte in Arial, la dimensione oscena di quel titolo che mi è sempre sembrato enorme rispetto alle altre prime pagine dei giornali, fin da quando lo lessi la prima volta, per casualità, passando davanti a un edicola mentre tornavo da scuola.
Non so perché, nonostante non avessi nemmeno dieci anni, già allora collegai in qualche modo quel titolo volgare ed enorme a me, al fatto che a scuola le maestre bisbigliassero al mio passaggio, alla paura sul volto dei miei compagni quando tornai in classe dopo una settimana di assenza, al trasferimento nella nuova casa con mamma.
Dell’incidente in sé, in realtà, non ricordo nulla. Non so dove fossi, non so che facevo, non so nemmeno se sia mai successo davvero, non ne ho mai parlato con nessuno, e forse in questo ho preso proprio da mio padre.
Ma mia madre, una donna solare e allegra, un tempo piena di vita, aveva perso qualcosa nello sguardo da quando ci trasferimmo. Se i primi tempi mi sembrò un fantasma, con i mesi e gli anni tornò a sorridere, ridere, trovarsi con le amiche. Eppure, anche quando giocava con me, o facevamo i compiti, era come se qualcosa se ne fosse andato dai suoi occhi, e anche quando rideva c’era qualcosa di ruvido che raschiava sul fondo, che si trascinava, e io ne sentivo anche il rumore.
Non vidi mio padre per anni, finché circa dieci anni fa, ormai tempo dopo che mia madre era scomparsa, seppi che era tornato a vivere nella nostra vecchia casa.
Non mi ero mai informato su che fine avesse fatto, su quanti anni gli avessero dato, e in generale nella mia famiglia – che ormai era solo la famiglia di mamma – il nome di papà era stato semplicemente rimosso. Perfino le fotografie e ogni più piccolo oggetto o ricordo legato alla sua persona era stato bruciato venduto o buttato, tanto che a un certo punto arrivai a chiedermi se l’avessi mai avuto un padre.
Quindi quando anni dopo scoprii che era tornato, la prima cosa che feci fu ignorare la faccenda, come mi avevano sempre insegnato a fare.
Ma di notte lui veniva a trovarmi, fra le pieghe del mio inconscio. Non faceva nulla di che, semplicemente me lo ritrovavo seduto al tavolo della nostra vecchia cucina s fumare una sigaretta o a camminare avanti e indietro pensieroso. Erano ricordi della mia infanzia che non sapevo più di avere, ma che nel sonno riempivano tutte le mie ore.
Ed era sempre la stessa cosa: o fumava con le braccia appoggiate al tavolo o ci girava intorno, immerso nella nebbia delle sigarette.
Così, dopo mesi in sua compagnia, decisi di andare da lui di giorno. Arrivai, parcheggiai davanti al cancello in ferro grigio antrace che delimita il giardino della villetta a schiera dagli innocui colori pastello e, come adesso, rimasi immobile in macchina con lo sguardo fisso davanti a me. Ma non vedevo la casa, solo la prima pagina del corriere delle Alpi si stagliava oltre il cancello.
Quando finii di rileggerla tutta quella pagina, scesi dalla macchina e suonai al citofono. Non rispose nessuno, così suonai una seconda volta. Dopo poco vidi una mano scostare la tendina sul vetro della porta finestra e un uomo anziano, con dei grossi occhiali da vista che mi scrutava indagatorio e sospettoso, come se fossi un venditore ambulante. Senza cambiare espressione disse al citofono: «Chi è?». «Marco» dissi senza battere ciglio. Non cambiò espressione ma chiuse il citofono e aprì il cancellino.
«Ciao» mi disse quando entrai in casa, e io mi limitai a rispondere allo stesso modo.
Mi guardavo attorno e non riconoscevo quel posto, come se non ci avessi vissuto per i miei primi nove anni. Andammo in cucina, parlammo poco o niente. Ma da quel giorno non lo sognai più.
Da allora ogni domenica vengo a trovarlo, un po’ perché cerco di riconoscere la casa che ancora non sento mia, un po’ perché ho paura che se smetto di farlo lui tornerà di notte a ossessionarmi con le sue sigarette, i suoi passi intorno al tavolo e lo sguardo pensieroso. Preferisco affrontarlo quando sono sveglio, quando so che me ne posso andare a mio piacimento. Qui ho ancora il controllo.
La domenica è il giorno giusto per venire, perché non lavoro e perché la prima volta che venni era una domenica. Mio padre è un tipo abitudinario, un altro giorno potrebbe confonderlo. Non ci siamo mai detti «ci vediamo domenica prossima», semplicemente a un certo punto me ne vado, lui mi fa «ciao» e io gli dico «ciao» e la domenica dopo, alla stessa ora, sono di nuovo qui per un ora.
Siamo in cucina, lui fuma, e ogni tanto cammina intorno al tavolo pensieroso. Io lo guardo e cerco di riconoscerlo, di riconoscere la casa, ma non succede mai. Ho sempre l’impressione di essere in un sogno.
Scendo dalla macchina, sbatto la portiera e suono al citofono. «Ciao» mi dice con la voce meccanica dell’interfono, e subito dopo si apre il cancellino. Faccio i pochi metri che mi dividono alla porta di ingresso e entro nel salotto.
«Ciao. Come va?» gli dico entrando.
Lui è in cucina che armeggia con una piastra per i toast. «Tutto bene, e tu?» «Tutto ok.» Mi siedo sul divano mentre lo sento lavorare nell’altra stanza. Qui è tutto così piccolo: il divano in pelle bianca consumata, la credenza che ho di fronte, l’intero salotto mi sembra la metà di come dovrebbe essere. Solo la televisione mi sembra grande, ma comunque non familiare. Deve averla cambiata.
Vado in cucina ma non posso aiutarlo granché, non sono mai stato abile con le cose manuali. A guardarlo credo che nemmeno lui lo è, ma almeno ci prova. Così rimango a fissarlo mentre lavora e maneggia con i cavi di quell’arnese che probabilmente nemmeno userà mai, non gli ho mai visto mangiare un toast. Una sigaretta è appoggiata sul posacenere, fuma da sola.
La portafinestra della cucina dà direttamente sul giardino, così esco a prendere un po’ d’aria e a guardare le piante, mi sembrano più interessanti di quei cavi elettrici con cui combatte. Anche qui niente di niente, comincio a chiedermi se veramente io abbia mai abitato davvero da queste parti.
Passeggiando, noto che una parte del giardino che fino all’ultima volta era incolta come tutto il resto, adesso è pulita dalle erbacce e il terreno dissodato.
A pochi metri, il tavolo da esterni in ferro verniciato di bianco è in gran parte scrostato e delle lunghe strisce arancioni di ruggine lo percorrono dalla cima al fondo delle gambe. Sul tavolo c’è qualcosa.
Un piccolo giocattolo di dinosauro verde è poggiato proprio al centro. Si vede che ha molti anni, e nonostante sia stato pulito bene ha ancora delle piccole incrostazioni di terra nei punti più spigolosi. È un pachicefalosauro. E il nome mi sovviene improvvisamente, come una rivelazione. Da bambino conoscevo centinaia di specie di dinosauri, ne ero ossessionato, ma non ne ricordavo più un nome da moltissimo tempo. Lo prendo in mano e lo avvicino per studiarlo meglio, e fra le note di terra umida e foglie marce, mi sembra di avvertire anche l’odore pungente della plastica che aveva un mio piccolo giocattolo a forma di pachicefalosauro verde, proprio come questo, che papà mi aveva comprato a una mostra sui dinosauri tanti anni fa. Anche questo ricordo adesso.
Mi metto il giocattolo in tasca e lo stringo forte: le spigolature della sua forma mi fanno male alla mano, ma continuo a stringerlo lo stesso. Poi torno in casa, e vedo papà che sta ancora armeggiando con i cavi del tostapane, brontolando sommessamente fra sé e sé, nella nostra cucina.

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