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Odore di lavanda

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Illustrazione di Agrin Amedì
Papà si guarda allo specchio, le gocce di profumo scivolano sulle lentiggini delle sue mani. Ci sono i miei figli. Antonella Quondam Girolamo distilla un tempo emotivo.

I mutamenti repentini del tempo e della temperatura aumentano esponenzialmente la mia tensione, provocando dolori fisici e psichici difficili da accettare.
Decido di scrivere qualcosa, è un’attività che mi rilassa quando mi sento giù di tono. Approfitto dell’assenza dei miei figli Alberto e Giulio per usare il loro computer.
Di solito la stanza è chiusa.
Mi siedo sulla loro poltrona cercando di trovare una postura rilassante, e non è facile! Il sedile è rigido, i braccioli staccati, le rotelle scivolano.
Attorno a me un silenzio assordante, e un disordine che spaventa.
Non resisto e chiudo gli occhi. E lo sento, lo sento bene l’odore di chiuso e polvere di una stanza sempre chiusa. Odore persistente, ristagno di genitali che si intreccia con l’odore acre del sudore dei calzini e di muschioso deodorante. Odore maschile che fuoriesce dalle lenzuola umide e di petrolio del cuscino unito a quello nauseante di gas metano, asfissiante.
Mi alzo di scatto, e senza aprire gli occhi spalanco le ante della finestra appena sulla mia destra: una ventata di primavera, un brivido leggero lungo il corpo.
Chi ha detto che il tempo andato è andato e non torna più?
Torna, torna sempre con i suoi odori. Con i suoi colori.
La cacca verde scuro, beige, marrone verdognolo, marrone, olio di camomilla per il sederino e le parti intime e arrossate, pannoloni.
Rigurgito acido, ricotta, vestiti sporchi, tensione, mancanza di equilibrio.
Il profumo della cameretta di eucalipto, olio di mandorle per i piedini, la bava sulla bocca, il batuffolo di cotone imbevuto di camomilla per i massaggi sulla mandibola, le salviette umidificanti di calendula, l’odore di plastica del ciuccio.
Un odore sottile, morbido unico e dolce di pelle rosea e vellutata.
Il profumo di sapone neutro. Le risate aperte di mio marito mentre lavava i genitali dei suoi figli, il mio pudore. Il sorriso silenzioso di mio padre quando seduto sul divano teneva tra le braccia ormai tremanti suo nipote Alberto. I suoi occhi estasiati. I suoi occhi increduli. Il sorriso tenero di mio figlio mentre lo studiava, il mio orgoglio di madre. Di figlia.
Il profumo dei funghi color crema, i prugnoli, l’arrosto sul camino, gli animali giù in cortile, Alberto a cavallo del pony, l’erba appena tagliata, il dopobarba di mio padre, “Atkinsons”, il mio regalo di compleanno, ogni anno lo stesso profumo.
Lo rivedo davanti allo specchio con la sua canottiera di lana ingiallita, i pantaloni del pigiama di flanella consumati dal tempo; le sue mani bianche, asciutte, piene di lentiggini che reggono in mano il ben arrivato Giulio. Profumava di lavanda quel giorno quando consegnò ad Alberto la sua piccola vespa color cielo. La sua mano, calda nodosa e scarna, si confondeva con l’odore sottile e morbido della malinconia silenziosa di Alberto con in braccio Giulio.

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