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La scommessa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Fausto pedalava. Fausto Coppi, sì. Fausto Coppi spingeva sui miei di pedali. Abbiamo corso, abbiamo trovato una nuova strada? Chissà. Laura Renzi monta in sella a una vecchia bici che ha ancora molto raccontare.

Per molti sono vecchia, per i più competenti un pezzo di valore, un poco agées, ma io amo identificarmi con una signora d’altri tempi.
Sono una Bianchi, color salvia, ho una sola moltiplica con quarantanove denti e cinque rapporti.
Devo saper gestire questi strumenti per affrontare al meglio salite e discese. Ho una sella di cuoio Aquila e il mio telaio è stato modificato per adeguarsi alle caratteristiche fisiche di Fausto Coppi, il campionissimo.
Eh sì, settant’anni fa, nel Tour de France del 1949, io ero una delle sue preferite. Peso meno di nove chilogrammi, per l’epoca eravamo leggere come piume, quasi delle modelle.
Allora ero al massimo delle mie prestazioni, ero giovane e felice di fare il mio lavoro; che bei tempi, molto diversi da quelli odierni. Giornalisti, medici, dirigenti, si spostavano in automobile, quei giorni venivano vissuti e assaporati con più calma, anche se intensamente. Quando la sera ci chiudevano in un garage sentivamo di essere al sicuro e potevamo godere del meritato riposo dopo il duro lavoro della giornata. Accostate una all’altra, ascoltavamo le risate, i brindisi, gli scherzi dei nostri compagni d’avventura.
Ci fu una sera in cui però mi preoccupai, perché le voci dei ciclisti erano molto alterate.
Quell’anno la squadra italiana era molto forte e i francesi, temendo la sconfitta, assegnarono ai nostri atleti alloggi disagevoli e rumorosi. Se non fossero riusciti a riposare di notte, l’indomani non sarebbero stati nelle condizioni di disputare una buona gara. Bartali era il più battagliero, perché conosceva bene gli avversari.
A un certo punto intervenne un giornalista: «Mi è venuta un’idea. Il giornale ha prenotato per me e per il mio autista una stanza molto grande e silenziosa, proprio sopra il deposito delle biciclette. Vi cediamo i nostri letti e noi possiamo dormire sul divano. Non protestiamo con gli organizzatori, sorprendiamoli».
Così fecero e, la mattina del giorno dopo, io e le altre biciclette fummo svegliate dall’odore caratteristico della canfora che i massaggiatori portavano per attivare i muscoli dei campioni.
Il Tour del 1949 non era iniziato bene per Coppi, rischiava di uscire di scena dopo appena cinque tappe. Con la caduta lungo la Saint-Malo-Les Sables d’Olonne, nella classifica generale accusava già un ritardo di oltre mezz’ora dalla maglia gialla, Jacques Marinelli. Il campionissimo aveva già le valigie pronte, ma lo stesso Bartali e Binda, il commissario tecnico, lo convinsero a continuare la competizione. Tra la bicicletta rotta nella caduta e la posizione nella gara, lui era scontento e depresso.
In un primo momento gli avevano proposto quella del gregario, che lui aveva rifiutato in maniera decisa, poi era arrivato il mio turno, la sua vera bicicletta di riserva. Era contrario anche a provare a salire in sella. Poi lo convinsero, e così iniziò anche il mio tour.
Ero molto emozionata e ogni giorno cercavo di fare al meglio quello che lui si aspettava da me.
Sembrava non credere alla possibilità di una rimonta, ma Binda gli stava sempre addosso, non gli permetteva di mollare. Di questo, una sera, mentre mangiavano, parlava il suo direttore sportivo con il giornalista che alcuni giorni prima aveva ceduto loro la stanza. Era certo che non sarebbe riuscito a recuperare e vincere.
Ma l’altro, dopo averlo ascoltato, gli disse: «Io sono sicuro che dalla prossima tappa tutto cambierà. Fausto vincerà questo Tour ed entrerà nella storia».
L’altro si fece una risata, prima di rispondergli: «Se vince, ti regalerò una delle sue biciclette».
Da quella tappa in poi, Coppi e Bartali iniziarono ad andare sempre insieme, sempre più forte.
Io e l’altra bicicletta macinavamo chilometri ogni giorno, eravamo galvanizzate dall’emozione e quasi non ne sentivamo più il peso.
La 16° tappa la ricorderò sempre, da Cannes a Briancon. Nella prima parte c’erano state salite tremende, tanto che Coppi era caduto, ma per fortuna ne eravamo usciti entrambi senza troppe ammaccature. Insieme a Bartali avevano staccato gli altri e quando iniziò la discesa pedalarono ancora più forte, sembravano uno il gregario dell’altro. Ero elettrizzata, avrei voluto aumentare la velocità. A 10 km dall’arrivo però Bartali forò una gomma e Coppi non mi fece accellerare, non tentò la fuga, anche se la discesa invitava a farlo.
Ero incredula, avrei voluto muovere i pedali da sola, non riuscivo a capirlo. Si voltava spesso nell’attesa di veder arrivare il compagno, che alla fine ci raggiunse.
Quando arrivammo in vista del traguardo ero pronta per lo sprint finale, quello era il momento di cambiare il rapporto, avrebbe inserito il dodici e saremmo volati verso la vittoria.
Anch’io sentivo l’adrenalina nell’aria, ma qualcosa non stava andando per il verso giusto.
«Cosa stai facendo? Cambia il rapporto.»
Questo avrei voluto urlare in quel momento.
Bartali si lanciò, ci superò e passò per primo sotto lo striscione. E fu solo dopo, quando scesi dalle biciclette si abbracciarono, che sentii Coppi augurare buon compleanno all’amico che capii.
Aveva voluto che festeggiasse la festa con una vittoria, come era già accaduto l’anno precedente.
L’antagonismo sportivo non aveva nulla a che fare con i sentimenti.
Da quel momento non ci furono più rivali, Coppi vinse una tappa dopo l’altra e indossò la maglia gialla fino all’entrata trionfale a Parigi. Se fossi dotata di un cuore, avrei rischiato un infarto per l’emozione. Tutta la squadra fece il giro d’onore insieme a lui, in quel momento mi sono sentita tutt’uno con il mio Fausto.

Così, posso dire che la mia lunga vita è il risultato di una scommessa.
Sono stata fortunata, perché Giancarlo, questo era il nome del giornalista che aveva creduto in noi, mi ha amata e, appena poteva, saliva su di me per andare a pedalare per diletto, o per qualche competizione tra colleghi.
Insieme abbiamo trascorso momenti felici, lui era allegro e io facevo il mio lavoro, per me competere nel tour de France o in una gara tra giornalisti aveva ormai lo stesso valore.

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