Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Querida..., Frida… perché ti sei mossa? Mi ricordo, io mi ricordo dove ho lasciato… Nicoletta Mauceri allestisce una mostra in pieno movimento.

La scrivania dà le spalle alla finestra nella stanza quadrata. Non è una soluzione ideale ma l’unica possibile. Dal marciapiede si notano le tende a rullo abbassate di un quarto, la lampada da tavolo accesa e il monitor del pc che emette bagliori azzurrini. Nel buio intorno si staglia la sagoma del benjamin appoggiato alla parete laterale sotto la locandina di una passata esposizione. Sono giorni intensi. La mostra si inaugura sabato e oggi è già giovedì. C’è ancora tanto da organizzare. La curatrice d’arte è Anna. Mezz’età, colta, simpatica, due divorzi e niente figli. Le cose della vita sono passate, la passione per l’arte è rimasta a farle compagnia. E gli anni sono volati tra contenuti da definire, location da individuare, budget da predisporre, personale da gestire e allestimenti da monitorare. È stata una giornata interminabile. L’ufficio ormai è vuoto e lei è stanca, vorrebbe solo tornare a casa, bere qualcosa – dovrebbe avere ancora una bottiglia di Gewurztraminer in frigorifero – e andare a letto. L’orologio appoggiato alla parete segna le nove e quaranta. Una mostra di Frida Kahlo è sempre un evento memorabile, anche in una grande città. I quadri arriveranno giovedì direttamente dai musei di NY e dal Messico, dalla Casa Azul. Brochure e cataloghi sono pronti. Proprio quando sta per alzarsi dalla sedia un suono sincopato anticipa l’arrivo di una nuova email. Uno dei quadri presi in prestito si è come volatilizzato e la mail conferma che non si trova da nessuna parte. Ha sempre temuto questa specie di incubo. È stata un’impresa titanica programmarne l’evento e questa seccatura proprio non ci voleva. Avrebbe voluto che tutto fosse perfetto, come sempre, e ora spera con tutta sé stessa che il quadro salti fuori da qualche anfratto quanto prima.
Anna è affascinata da sempre dalla personalità eccentrica di Frida che anche a distanza di tanti anni dalla morte continua ad avvolgere tutto come una magia, e per allestire questo evento ha lavorato sodo. Glielo deve a Frida.
Toglie il tappo a un bicchiere di carta da asporto e beve l’ultimo sorso di caffè rimasto. Si alza, annota qualcosa su un post-it e si sistema il foulard. Mentre infila la prima manica dell’impermeabile sente un toc toc alla porta. Chi può essere a quest’ora?, pensa. Sono già andati tutti via e da parecchie ore.
La donna decide di ignorare quel suono. Forse è solo suggestione si dice. Sta per infilare anche la seconda manica quando sente di nuovo il toc toc. Questa volta però il suono è più intenso, deciso. Con un che di allarmato si rivolge alla porta chiusa alzando la voce: «Chi è, avanti!».
La porta si apre e sulla soglia si staglia una figura familiare. È Frida, Frida Khalo, in uno dei suoi abiti “frideschi”. Anna resta a metà con una manica dell’impermeabile infilata e l’altra che le scivola su un fianco. Il fermo immagine inchioda Anna incredula e Frida Khalo che accenna a un sorriso. Per un attimo Anna pensa a uno scherzo. Non riesce a dire nulla. Poi Frida fa per entrare. Sottile, leggera, il passo un po’ claudicante. Indossa una lunga gonna con fiori ricamati e bordata di bianco, una grande camicetta bianca quadrata e un copricapo elaborato e arricciato intorno al capo. Come una aureola. L’abito tehuana. Nel suo viso risalta un rossetto mattone e le sopracciglia sono grandi e scure.
Frida si avvicina.
«Buonasera, disturbo?» dice.
Anna risponde a stento con la voce che risente del suo stupore.
«No, affatto, buonasera.»
«So che sta allestendo una mostra, anzi so che tutto è pronto… Babato se non sbaglio, giusto?»
«Sì, è una mostra di… beh, sua, cioè…»
«So che sta facendo un ottimo lavoro per allestire la mia mostra, cioè la sua…»
Anna con un cenno della mano la invita a sedersi e Frida con gentilezza fa cenno che preferisce stare in piedi.
«Mi scusi ma mi sento strana qui con lei, sono confusa» dice Anna.
«Lo immagino, comunque non si preoccupi. Io sono qui solo per aiutarla.»
«Per aiutarmi?»
«Sì, ho saputo che uno dei suoi quadri, cioè miei …, un autoritratto, si è perso. O almeno, non riuscite più a trovarlo, giusto?»
«È vero, e sono così preoccupata. Mi ero assicurata in tutti i modi che il trasporto fosse sicuro e ora… ecco, è un disastro. Senza contare poi la bellezza del dipinto, i suoi colori… Lo sguardo ipnotico, i fiori tra i capelli, il monile al collo…»
«Querida no se preocupe, me ne occupo io. Lo ritroverò certamente.»
«Grazie, ma…»
«Non si preoccupi ho detto, le farò sapere.»
Così detto Frida si avvia e richiudendosi la porta alle spalle lascia Anna da sola.
L’orologio sulla parete segna le dieci.

Anna quella notte non riesce a prendere sonno, preoccupata per il quadro ma anche per… la sua salute. Sicuramente la stanchezza le ha giocato un brutto scherzo. Ora anche le visioni… E senza farmaci e alcolici di sorta. Appena finito tutto si prenderà un periodo di riposo, troppo stress, pensa. Poi si addormenta.

La vigilia dell’inaugurazione della mostra trascorre con ritmo frenetico per mettere a punto i dettagli. Del quadro scomparso però nessuna notizia. Lo stanno cercando, ma ormai si pensa al peggio.
L’inaugurazione è fissata per sabato alle 10. Anna arriva presto e comincia a passare in rassegna tutte le sale espositive insieme al suo staff, prima dell’apertura agli invitati. Entra quindi nell’ultima sala e lo sguardo colpisce la parete di fronte. Anna sta parlando rivolta a una collaboratrice vicina. La frase resta incompiuta, a mezz’aria. Il fermo immagine inchioda un’Anna incredula insieme a Frida Khalo che accenna un sorriso dal suo autoritratto. Sulla parete è appeso il quadro che non si trovava, l’autoritratto di Frida con i fiori nei capelli, i colori, e il monile al collo… Ora è tutto al suo posto.
Anna si si avvicina al quadro, come per assicurarsi della sua presenza. Chiede notizie allo staff, ma nessuno sa dire come sia arrivato, e anzi le assicurano che quel muro fino alla sera prima era spoglio.
La tensione si scioglie e Anna si sente felice, euforica, anche se un po’ pensierosa. Ora le torna in mente l’incontro fatto qualche giorno prima nel suo ufficio. Suggestione? Fa per uscire dalla stanza ma nota che sul tavolino di legno del registro firme lì sull’angolo c’è qualcosa che non le torna. Si avvicina, e accanto al registro trova una scatolina al cui interno è sistemato un monile. Anna lo prende in mano, lo guarda; lo conosce. Si volta verso il quadro. Il monile è lo stesso riprodotto nell’autoritratto di Frida. Una collana dorata, lunga, a due giri con un medaglione in mezzo. E sul registro delle firme una scritta a inchiostro blu:

Pies para qué los quiero si tengo alas pa’ volar.

Frida, sabato …

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Cerva

Sfoglia
MagO'