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Illustrazione di Agrin Amedì
Loro ridono, ridono sempre. Mi puntano col dito, puntano col dito la mia gamba. E io devo distrarli. Sì, devo riuscire a distrarli. Aurelio Nappi getta luce su un passo decisivo.

Fa un gran caldo su per la salita del paese. Ma con ‘sta gamba ci sono abituato a faticare. Come mi sono abituato a essere preso in giro e picchiato da tutti proprio perché handicappato. C’è mio fratello, il mio amato fratellino, che da quando ho memoria mi chiama zoppo e non perde occasione per fami cadere; i miei cugini e le mie cugine, anche loro da sempre, si divertono a prendersi gioco di me; mia sorella, ci casco sempre, fa cose come quella di portarmi a passeggio con lei, è tanto carina con me e a un certo punto, improvvisamente, mi molla in mezzo alla strada e sparisce. Per i ragazzini della via il gioco più divertente è quello di rubarmi il cappello e chiamarmi zoppo. I compagni di classe nei momenti di noia hanno sempre eletto a loro divertimento supremo prendermi in giro e, perché no, picchiarmi. Mi fermo per prendere fiato e scorgo un gruppetto di ragazzini in cima alla via dove ci sono le scalette che se la chiacchierano e la prima cosa che penso è che spero proprio di non essere picchiato. Oggi no, con questo caldo non ci vorrebbe proprio. Sono in tre, uno di loro è Matteo che se ne sta appoggiato alla ringhiera. Matteo è speciale, lui è uno che se ne frega delle convenzioni, porta i capelli lunghi e nessuno lo chiama femminuccia. Ha il giubbetto jeans che cade da una spalla, la tracolla di pelle, che sembra un ragazzo grande. Noi tutti con lo zainetto della stessa marca e invece lui se ne strafrega delle marche. È lì che mastica la cicca. Anche io mastico la cicca, ma secondo me non fa lo stesso effetto, e intanto parla con Andreone e Sandokan, loro sono più grandi, ma davanti a lui, sembra lui quello grande. Lo vedi subito come lui sia proprio di un altro livello, quei due pendono dalle sue labbra, anche se poi dicono che con quelli delle medie come noi non ci parlano. Con lui invece ci parlano eccome. Matteo con le spalle quadrate, il petto in fuori se ne sta appoggiato alla ringhiera col ginocchio piegato e il piede sulla sbarra a mezza altezza. Matteo non porta le scarpe da ginnastica, porta i mocassini. Se lo facessi io verrebbero anche dagli altri paesi per picchiarmi. Lui se ne sbatte e nessuno gli dice nulla. È elegante. Mi piacerebbe indossare i vestiti che si mette lui, ma a me non starebbero come a lui. Intanto mi avvicino e devo sperare che i loro argomenti siano più interessanti di me. Invece quando mi vedono arrivare si scambiano qualche parola e si mettono a ridere. Come ride Matteo! Lui ride in modo allegro. È difficile a spiegarsi, per lui ridere sembra proprio una liberazione, non è di quelle risate sommesse di chi si vergogna di ridere, né di quelle forzate di chi si vergogna di non ridere. Ride perché c’ha voglia di ridere e nessuno gli deve dire niente. Sono fatti suoi, anche se poi io credo che ci goda proprio a essere sempre al centro dell’attenzione, come tutti. Quando arrivo, devo salire per la rampa, proprio quella che c’ha la ringhiera dove è appoggiato Matteo. «Ecco lo zoppo, ecco lo zoppo» dicono Sandokan e Andreone. Tutti dicono così quando mi vedono prima di cominciare a picchiarmi. Matteo si distingue, lui gioca in ogni cosa che fa e quindi gioca anche quando mi prende in giro e infatti vedendomi mi dice: «Andre’ ma lo sai che cammini come mia nonna?»Sandokan e Andreone ridono, anche a me viene da ridere perché sua nonna cammina veramente tutta storta e io, anche io cammino tutto storto. Lui ridendo salta al di là della ringhiera e si piazza proprio al centro della rampa in una posa tutta strampalata. Non so cosa voglia rappresentare, con le braccia incrociate e una mano sotto al mento, mi guarda con una buffa smorfia in viso, gonfiando le guance, forse sta imitando qualcuno. Mi fa pensare a uno dei medici di pinocchio. Non so come gli vengano queste smorfie buffe, secondo me dovrebbe fare il comico. Io rido, ma lui mi blocca la strada, io potrei anche fare le scale, ma per me è molto più complicato e faticoso con ‘sta gamba del cavolo che non posso piegare. Dicono che quando sarò cresciuto la gamba funzionerà quasi come se fosse normale, ma che intanto mi devo accontentare di questo attrezzo. Allora lui vedendomi interdetto inizia a dire con una buffa voce nasale e strascicando le parole: «Dove va questo vecchio zoppo?». Sandokan e Andreone si sganasciano dalle risate. Lui, con le gambe larghe e il busto piegato verso di me, continuando a tenere quella posa in cui vedo qualcosa di perfetto, mi dice: «Mica vorrai passare proprio dove sono io? Guarda che belle scale che hanno fatto apposta per gli sfortunati come te». Mi viene da ridere, e gli chiedo per piacere di farmi passare di là che le scale per me sono proprio un tormento con ‘sta cavolo di gamba. E lui: «Hai proprio una cavolo di gamba. Ma non hai mai pensato di andarti a buttare al fiume, visto che sei destinato a una vita da infelice?». Non capisco perché tutti si divertano tanto a canzonarmi. Io vorrei essere come lui. Però non credo che prenderei in giro gli zoppi. Anche se c’è Raimondo, quello è balbuziente e tutti lo deridono per questo, ma quando ci sono io tutti preferiscono sbeffeggiare me e lui è il più violento di tutti. Quando c’è lui posso stare certo che arrivo a casa con qualche livido. Per cui penso che se lo fa lui, potrebbe essere che anche io, se ne avessi l’occasione, potrei prendere in giro uno con qualche difetto, magari solo per non essere sempre io quello preso in giro, per sentirmi una volta tanto anche io, una singola stupida volta, dalla parte dalla parte della maggioranza. Sandokan intanto dice: «Dai gamba di legno, passa da questa parte, facci vedere come arranchi per le scale». E io capisco che hanno deciso di divertirsi alle mie spalle. E quindi dovrò farmi le scalette, d’altra parte sono solo sette gradini, e fino all’anno scorso la rampa non c’era e li ho fatti mille volte. Così, senza fare troppe storie, che sono già stanco per la salita, inizio a salire il primo gradino con la gamba buona e l’altra non basta sollevarla con l’anca, devo afferrarla con tutte e due le mani, che è anche pesante, e sollevare il piede lateralmente per poterla far passare. Loro ridono. Ma io devo proprio concentrarmi che rischio anche di perdere l’equilibrio. Matteo, sempre con quella vocetta buffa, mi chiama Piè Veloce, sembra che Piè Veloce era il soprannome di un qualche eroe o condottiero della storia, ma io non l’ho ancora studiato. Mi fanno gli applausi a ogni gradino, ma io cerco di non badarci. Vedo Matteo sporto da dietro la ringhiera della rampa che ride a bocca aperta. Che bella risata che ha, non come quegli altri due scemi. È incredibile come se li sia portati dietro nel gioco di prendermi in giro. Probabilmente loro neanche mi avrebbero visto, sono grandi, al massimo mi avrebbero un po’ insultato vedendomi passare, perché a questo mondo sembra che non si possa vedermi passare e non insultarmi. Invece lui si è messo a fare questo show e loro, più grandi, gli sono andati dietro. Lui mi deride e loro mi deridono, lui mi fa passare dagli scalini e loro mi fanno passare dagli scalini. Sono tutto rosso dalla fatica e loro se la ridono. Sono arrivato al terzo gradino con la gamba buona e con l’altra cerco di raggiungere direttamente il quarto gradino, come fanno quelli normali, così da far prima. E ci riesco. Appoggio il piede impedito sul quarto. Non c’ero mai riuscito. Loro forse non lo sanno che grande obbiettivo ho raggiunto. Glielo dirò a mamma quando arrivo a casa. Ma non voglio dirle che mi hanno aggredito anche questa volta, che serve solo a renderla triste. Guardo Matteo per vedere se ha apprezzato il mio traguardo, ma lui è seduto per terra e si sta sganasciando dalle risate. Che gran fico che è da seduto per terra. I pantaloni leggeri gli fanno delle pieghe proprio fighe e poi questo è proprio un segno della sua grandezza. Si può mettere seduto per terra senza la paura che la mamma si arrabbi perché sporca i pantaloni. Adesso io devo portare su il piede buono, ma con l’altro più in alto non riesco a fare perno per spingere. Credo che debba riportarlo giù, ma sarebbe una sconfitta che non voglio accettare davanti allo sguardo beffardo di Matteo. Di quegli altri due, anche se sono grandi, non me ne frega niente. Intanto sono arrivati anche Ciccio e Napo Orso Capo che lo chiamano così perché portava i capelli lunghi e scapigliati come il cartone animato, anche se adesso ha i capelli corti. Quello è pericoloso. Se mi mena Napo mi manda all’ospedale. La cosa migliore che posso fare è concentrarmi sul mio lavoro e finire questi scalini il prima possibile. Così piego tutto il busto verso la gamba impedita, piantando il piede in fondo al gradino per fare perno e praticamente faccio un saltello con il piede buono per raggiungere il quarto gradino. Solo che la gamba col tutore scivola e mi ritrovo a cadere lungo contro i gradini. Che botta. Matteo, vedi che lo sapevo che Matteo era meglio degli altri, mi viene vicino, stende la mano e mi dice: «Piè Veloce, devi stare attento». Un semplice gesto, ma che ha dell’incredibile. Matteo davanti a tutti mi allunga la mano per aiutarmi a sollevarmi. È veramente diverso dagli altri. Mi chiede se mi sono fatto male. Me lo trovo così vicino e mi stende la sua grande mano aperta. Lo guardo negli occhi, quegli occhi marrone nocciola, occhi sorridenti. Faccio difficoltà a tenere il suo sguardo che ha trasformato quell’aria da scherno nei miei confronti in un sorriso di complicità. Gli stringo la mano e il contatto col suo palmo forte mi fa trasalire. Mi stringe vigorosamente e con estrema facilità mi aiuta a tirarmi su. Io sono completamente stordito come se mi avesse sollevato un angelo. A parte mamma e papà, nessuno mi aveva mai aiutato a sollevarmi. Anzi nessuno mi aveva mai aiutato a fare niente. «Ehi, devi stare attento, piè veloce» mi ripete Matteo dandomi persino una pacca sulla spalla. Sono sempre più calamitato dal suo sguardo, dal suo volto, e non capisco subito cosa stanno ripetendo in coro gli altri ragazzi. Sorrido a Matteo, dando per scontato che stanno ripetendo il solito ritornello “Zoppo, zoppo, zoppo”… Ma Matteo distoglie lo sguardo, abbassa gli occhi, è come turbato, invece di unirsi al coro come mi sarei aspettato, si allontana. Ha tutta una gamba dei pantaloni strappata, ma proprio tutta la gamba, dal piede fino alle mutande, forse si è impigliata in qualche vite del mio tutore. Raccoglie la sua borsa con fastidio. Il coro è diretto a lui, tutti cantano con scherno: «Straccione, straccione …»; la voce più forte è quella di Napo Orso Capo. Allora lui mi getta un ultimo sguardo, sembra un leone ferito e io mi sento avvampare qualcosa da dentro e senza accorgermene, come se non aspettassi altro da anni, è con senso di liberazione che intono: «Straccione, straccione…». Non so perché, è una scemenza, tutti sanno che Matteo non è uno straccione, si è solo strappato i pantaloni aiutandomi, ma io sto finalmente con il gruppo, in piedi sul secondo gradino, tenendomi a fatica in equilibrio e il mio è un grido di gioia “Straccione, straccione…” probabilmente tra un po’ questi mi impediranno ancora di fare la rampa e nessuno mi aiuterà a finire di salire le scalette. Ma per adesso canto “Straccione, straccione” cercando di stare al ritmo con gli altri, ed è una sensazione bellissima. “Straccione, straccione…” anche se tra un po’ probabilmente i miei compagni di coro, questi prepotenti, mi pesteranno di santa ragione. Ma per il momento me ne frego “Straccione, straccione…” e rido.

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