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The Wolf of Aprilia

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Illustrazione di Agrin Amedì
Da quando sono nato, mia nonna per il compleanno mi regala 100 euro. Ora sono grande, ne ho raccolti di regali. Volete sapere cosa ne ho fatto? Isabella Ciuca impenna su una salita di possibilità.

Da quando sono nato, mia nonna per il compleanno mi regala 100 euro.
Oggi è il mio compleanno e, per l’appunto, nonna mi ha regalato 100 euro.
Certo, se negli ultimi 40 anni avessi messo da parte i 100 euro ogni volta, con diligenza, ora avrei accumulato un piccolo gruzzoletto. Magari questa estate avrei portato Elena e i bambini in villeggiatura, in una casetta a Santa Marinella, per un paio di settimane, con l’ombrellone prenotato per la stagione e qualche amico di passaggio a farci compagnia nel weekend.
Oppure la nonna invece di darmeli avrebbe potuto investirli quei soldi, diciamo in un libretto postale, una cosa così, poco rischiosa, con un rendimento di poco superiore a quello del conto corrente e chissà, ora con quella piccola somma avrei potuto comprare la macchina senza prendere un prestito, o meglio fare un salasso, in banca.
Ancora meglio, se la nonna avesse investito tutti insieme quei risparmi in un BTP, di quelli di 40 anni fa con le cedole al 7%, forse sarei riuscito pure a comprarmi la versione station wagon senza diventare schiavo dei debiti.
Ma no, forse mi sarei dovuto occupare direttamente io di mettere a frutto quel denaro. Probabilmente, se all’università mi fossi concentrato meglio alle lezioni di economia, invece che investire quei soldi in un BTP mi sarei comprato qualche titolo azionario, avrei costruito un piccolo portafoglio diversificato, per ottenere diciamo un 10% l’anno e avrei potuto aprire un mutuo per un bilocale, magari in periferia, zona Tuscolana, vicino a mamma e papà.
Se avessi studiato bene economia e avessi fatto pure un master in finanza, poi, sarei potuto andare a lavorare in quella piccola banca dietro casa dei miei e magari avrei fatto il consulente finanziario. Sì, di quelli in jeans e polo che nel weekend organizzano barbecue e danno consigli alla gente su come investire i propri risparmi mentre girano le salsicce e che poi dal lunedì al venerdì ci guadagnano un sacco di soldi in commissioni. Sarei partito racimolando pochi clienti, magari amici e amici di amici, che si sarebbero fidati di me dopo una bella scorpacciata di abbacchio a Pasquetta. Poi io, con la disponibilità di qualche informazione privilegiata grazie al mio lavoro in banca, avrei investito il tesoretto della nonna, arricchito da qualche stipendio messo da parte, in qualche società ad elevato potenziale di crescita e, con un po’ di pazienza, mi sarei comprato quell’appartamento carino in zona San Giovanni, angolo via Satrico con balcone su piazza Epiro, così con Elena ci saremmo presi pure il cane.
Certo, a ripensarci, seguire il master in finanza a Roma non avrebbe avuto senso, si sa che Roma è una piazza morta oggigiorno. Per il master in finanza avrei fatto meglio a trasferirmi a Milano, magari frequentare un corso alla Bocconi. Qualche stretta di mano qua e là, un paio di conoscenze importanti strette casualmente durante un job-day e, abolita per sempre la polo, sarei passato alla camicia su misura con iniziali e cravatta Marinella dal lunedì al venerdì, con diluizione in camicia di lino smart-casual durante i weekend a Santa Margherita Ligure con gli altri bocconiani, e in un attimo mi sarei inserito perfettamente nel financial district della Milano da bere, come se fossi sempre stato lì, e mai ci si sarebbe potuti immaginare che fossi nato oltre la linea del Po. Subito dopo l’università avrei trovato un bel lavoro in una banca di investimento, magari americana. A quel punto neanche avrei dovuto procacciare i clienti, sarebbero venuti loro da me, è uno bravo lui, con i numeri, avrebbero detto, si vedeva già al master.
Mi sarei svegliato presto tutti i giorni, corsetta a Parco Sempione, magari una pippatina veloce e poi via col business. La sera avrei portato in giro i clienti per locali, avrei fatto capire loro cosa significa essere coccolati, farsi viziare, fare l’ape rigorosamente il venerdì e non il sabato, che è da pendolari. Un bell’appartamento in Brera, con terrazzo, il weekend a Santa (Margherita, si intende), nella casa di villeggiatura che alla fine, sapete raga, non ho resistito, mi sono comprato per godermi il capital gain del 25% ottenuto grazie ai miei fondi speculativi.
Per riconnettermi con la natura, oltre alle sedute ayurvediche, avrei trascorso i weekend primaverili al Garda a fare kitesurf, dove avrei conosciuto Delphine, sì, potrebbe chiamarsi così, una manager francese di antico lignaggio che, come me, durante il finesettimana sarebbe andata alla ricerca delle sue radici nella natura, planando con il suo kite in titanio, con l’Iphone rigorosamente nella sua custodia impermeabile perché il mercato, si sa, è ovunque, come l’acqua.
In estate l’avrei raggiunta nella sua villa ad Antibes, in costa Azzurra, per trascorrere le serate a bere champagne con i suoi amici aristocratici e a prendere in giro tutti quei piccoli borghesi e i loro ombrelloni appiccicati nella spiaggetta libera vicino Cannes.
Avremmo avuto un figlio, uno solo, bilingue, che avrebbe frequentato la scuola francese e sarebbe stato fin da subito la stella del jet set dei pargoli del club Rotary. Non avrei mai perso occasione per fare business, ad esempio anche il pomeriggio nell’andare personalmente a prenderlo all’asilo privato avrei potuto stringere relazioni con quel papà o quella mamma facoltosi, o a Cortina, sulle piste da sci, dove per purissimo caso avrei incontrato e adescato il magnate di turno perché suo figlio avrebbe avuto fortuitamente lo stesso maestro di sci del mio petit Pierre.
A quel punto sicuramente sarei stato convocato a New York, nella sede centrale della banca, per accettare l’offerta di ricoprire un ruolo dirigenziale pagato profumatamente e con aggiunta di stock option. Avrei viaggiato ogni giorno e mi sarei lamentato continuamente del jet lag (non ci si abitua mai al jet lag) con una caipirinha in mano a Rio de Janeiro o a bordo piscina su un grattacielo di Singapore.
Con i miei capitali al sicuro tra le Cayman e il Lussemburgo sarei stato uno dei principali player di Wall Street, di quelli che spostano i mercati, operando sulle piazze asiatiche e speculando sui paesi emergenti: con tutti i soldi che avrei guadagnato facendo fare trading aggressivo su derivati ai miei operativi sul floor e grazie all’appoggio incondizionato delle personalità influenti che avrei conosciuto (tra cui il governatore della Federal Reserve), avrei conquistato la copertina di Forbes: è nato così lui, avrebbero detto, coi numeri in testa, la classica storia di rivincita all’italiana.
Figlio prediletto del capitalismo, dopo aver contribuito con le mie speculazioni selvagge al fallimento di Lehman Brothers, e subito dopo aver salvato lo stesso Lehman e il mondo dal crack finanziario con una rischiosissima operazione di borsa ed essere entrato nella Treccani per la mia frase “whatever it takes”… stavo giusto per stringere la mano a Donald Trump dopo avergli soffiato la Trump Tower quando sento Elena urlare dalla cucina del nostro seminterrato ad Aprilia: «Amò, che dici, sto mese ce la famo a caccia’ 50 euro pel gas o me devo vende n’artra catenina?».

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