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Oggettofilia

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Illustrazione di Agrin Amedì
La storia di Teresa e Lumière è stata spensierata per un po’, almeno finché il soffitto non ha cominciato a scricchiolare. Maria Giulia Biguzzi analizza un insolito amore.

Teresa e Lumière erano felicemente spostati da 7 anni. Dopo lunghe battaglie burocratiche, Teresa era finalmente riuscita a cambiare il suo cognome sui documenti con quello del marito. Non era stato facile sancire quell’unione dal punto di vista delle carte, la legge infatti non riconosceva gli stessi diritti di una persona fisica (come quello di prendere moglie) a un oggetto inanimato. Teresa e il suo avvocato l’avevano spuntata e lei era diventata la signora Murano, compagna per la vita di uno stupendo lampadario di cristallo a 10 bracci, dorato, con decorazioni turchesi.
Teresa era una donna di successo, una che sul lavoro sapeva sempre quello che voleva. Aveva frequentato università private e si era laureata con il massimo dei voti; sul lavoro aveva fin da subito dimostrato grande talento e grinta ed era diventata in pochi anni la manager più pagata e più giovane della sua società. Il suo problema erano gli uomini: era abituata a frequentare certi ambienti e le capitavano sottomano principalmente uomini di successo ma con ego smisurati che, eterni “mai contenti”, finivano sempre per scaricarla per una più giovane, più carina o più semplice. Lei si ostinava a guardare gli scapoli d’oro della finanza milanese e ne rimaneva puntualmente delusa al punto di rassegnarsi alla solitudine.
Ma poi, inaspettatamente, durante una convention di lavoro a Venezia, Teresa aveva perso la testa. Aveva incontrato Lumière che se ne stava appeso in vetrina nel negozio più grande di tutta la laguna, con un prezzo da capogiro: se ne era innamorata, all’istante. Le sue curve sinuose e decise, quell’aria sobria ma elegante di chi, pur essendo il più prezioso di tutti, non ha necessità di sbandierarlo in faccia a nessuno, le avevano fatto l’effetto di una scarica elettrica. Un vero e proprio colpo di fulmine. Era entrata nel negozio e aveva staccato un assegno, senza trattare sul prezzo.
Dal momento in cui Lumière le fu consegnato e installato, era iniziata la fase della luna di miele. Teresa passava le serate in salotto a rimirarlo e lui ad accarezzarla con la sua luce calda. Insieme guardavano film, soprattutto quelli che Teresa non aveva mai avuto il coraggio di iniziare da sola: ora che c’era Lumière a illuminare bene la stanza lei non temeva più nemmeno degli horror più sanguinosi. Ascoltavano musica classica, musica rock e jazz, e Lumière vibrava al ritmo di archi e percussioni. I due avevano in comune la passione per la buona musica, ma più di ogni altra cosa, a far funzionare il loro rapporto, era il fatto che Lumière fosse capace di ascoltare. Teresa lo tediava per ore con rompicapi lavorativi, con racconti sulle sue insicurezze e paure e lui, con i suoi silenzi e la sua luce che metteva di buon umore, era sempre in grado di farla giungere alle giuste considerazioni.
Anche la sfera sessuale era molto appagante. Lumière era dotato di candelotti di riserva dalle forme anatomiche e le superfici zigrinate che erano in grado di completare perfettamente Teresa regalavano all’innamorata grandi soddisfazioni.
E così erano passati i mesi, poi i primi anni. La serenità ritrovata dava a Teresa la forza e la capacità di ignorare le malelingue che la additavano come pazza disadattata. Era talmente fiera della sua relazione che era riuscita persino a far accettare Lumière in famiglia. Suo padre ogni Natale regalava al genero una confezione di lampadine al led di ultima generazione che Lumière adorava e la madre di Teresa era ormai solita parlare di lui con le amiche come di un esponente della nobiltà illuminata veneziana.
Anche per Lumière e Teresa, però, come per ogni relazione che si rispetti, intorno al settimo anno iniziarono ad arrivare i primi turbamenti. Lumière sembrava impazzito, continuava a fulminare una lampadina al giorno o a spegnersi senza motivo. Era ormai chiaro che qualcosa non andava. Dopo vari tentativi di lavare i panni sporchi in casa, Teresa fu costretta a rivolgersi all’elettricista del quartiere, il sig. Mattioli.
L’elettricista, Mattia Mattioli, era stato suo compagno di classe alle elementari, dalle superiori in poi l’aveva perso di vista, ma Teresa conosceva la sua fama di strano del quartiere, uno che parlava poco, che non aveva né famiglia né amici.
Dopo un primo sopralluogo, il sig. Mattioli le disse che quello di Lumière era un problema da poco, che sarebbe bastata una piccola riparazione, mezz’oretta al massimo. Ma poi, durante l’intervento, ci fu un corto circuito e Lumière smise di funzionare del tutto. Teresa era preoccupatissima, ci sarebbe voluto molto più tempo del previsto per recuperare la serenità di un tempo.
Mattia Mattioli si recava ogni giorno da lei con nuovi pezzi di ricambio, passava lì anche ore, ma Lumière non riusciva più a ritrovare la sua luce. Tra una riparazione di Mattia e l’altra, Teresa preparava il caffè e i due riempivano le attese chiacchierando del più e del meno. Man mano quelle chiacchiere si erano trasformate in momenti molto piacevoli che Teresa attendeva con inconfessabile trepidazione. Anche Mattia Mattioli, come Lumière, era in grado di ascoltarla per ore e ore. Ma, a differenza del marito, Mattia rispondeva, esprimendo opinioni proprie e sensate, e Teresa ne rimaneva affascinata.
Un giorno, dopo l’ennesimo tentativo di riparazione, Mattia comunicò che avrebbe avuto bisogno di portare Lumière in officina per avere a disposizione tutti gli attrezzi. Teresa si sentì triste all’idea del salone vuoto, privo di Limiere, ma anche spoglio di caffè e chiacchiere e botta e risposta con Mattia. Suo malgrado, firmò i documenti per la presa in carico e guardò il furgoncino allontanarsi con il cuore pieno di malinconia.
Un paio di giorni dopo il ritiro, mentre lavorava al computer, suonarono al campanello. Era Mattia Mattioli, Teresa sobbalzò, per un attimo temette il peggio per Lumière. Si affacciò sul portone e il ragazzo la rassicurò subito, non si trattava del lampadario, per quello ci sarebbe voluto ancora del tempo, ma voleva invitarla per un caffè, questa volta nella pasticceria sotto casa. Teresa, che aveva appena tirato un sospiro di sollievo per il suo compagno, provò vergogna nel sentire quella proposta, si vergognò dell’impressione che sapeva di aver dato: quale donna che si rispetti fa la carina con un altro uomo mentre il marito è in difficoltà? Richiuse la porta in faccia a Mattia senza pronunciare una parola e il povero elettricista, che dal canto suo aveva fatto appello a tutto il coraggio che aveva in corpo, si sentì bruciare il volto per lo sconforto e tornò di gran corsa nella solitudine della sua officina.
Durante tutta la permanenza di Lumière in officina, il salone di casa di Teresa fu illuminato da una piantana prestatale dai suoi genitori. Dopo qualche settimana Teresa di rese conto che si era abituata anche alla luce della piantana e che il suo salone era bello anche così, con i rosoni in gesso del soffitto scoperti e bene in vista. Di lì a poco ricevette la telefonata dall’officina che comunicava di passare per ritirare il suo lampadario.
Arrivata davanti al negozio, Teresa notò che Lumière era stato spostato dal retrobottega alla vetrina e che era accesso, tutti i dieci bracci brillavano come un tempo. La seconda cosa che notò fu che, subito dietro di lui, brillava forte anche un’altra creatura di cristallo di murano. Questa era dotata di otto bracci, dorata, e con decorazioni rubino. Teresa non poté far meno di notare come i due lampadari stessero bene uno vicino all’altra e come, accesi contemporaneamente, formassero una luce calda e potente che singolarmente non sarebbero stati in grado di emanare.
Si fermò a osservarli per molto tempo, pensò alla prima volta che aveva visto Lumière in un’altra vetrina, alla faccia dei suoi colleghi quando aveva comunicato di essersi innamorata, al suo avvocato che aveva spulciato tomi e tomi di diritto per trovare il cavillo giusto a validare il suo matrimonio, a suo padre che si presentava ogni Natale con delle lampadine impacchettate e infiocchettate. Le venne da sorridere, ed entrò sicura dentro la bottega. Passò oltre la vetrina senza gettare l’occhio sui lampadari appesi, si sporse dalla porta che collegava la parte di negozio con il laboratorio dove Mattia Mattioli stava lavorando chino su dei cavi. Lo chiamò per nome e lo invitò ad accompagnarla a prendere un caffè.

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