Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il giocattolo preferito

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Luca aveva un brontosauro, sì. No no, non ha capito, Luca aveva solo quel brontosauro. Fabrizio Fraleoni percorre luoghi esterni quanto interni.

Era parecchio che Luca trascorreva le notti fuori casa, in un rifugio all’inizio del bosco poco lontano dalla strada in cui era nato. Era inverno, i suoi genitori lo avevano cacciato. Era rimasto solo con ciò che indossava, tutto sporco di terra e fango. Un paio di sandali in pelle, dei calzoncini corti marrone scuro e una camicetta a maniche corte grigia. E il suo giocattolo preferito, un brontosauro blu di plastica. Aveva solo sette anni. Luca era un bambino coraggioso. L’unica cosa che riusciva a spaventarlo erano i pozzi. Tutti, soprattutto quelli a terra, nascosti nell’erba. Nel paesino circondato da boschi e montagne innevate in cui era cresciuto ce n’erano molti e le brutte storie su di loro abbondavano. Per questo sua madre non voleva che si allontanasse da solo dal giardino di casa. Ma lui disobbediva sempre. Anche l’ultima volta. Quel giorno era in compagnia di un paio di amichetti. Si accorse che stavano giocando troppo vicino ad uno di quei pozzi. Era caduto. Chiuse gli occhi per la paura. Si rialzò e scappò via. Quando arrivò a casa i suoi genitori urlavano, «Non voglio vederlo!» urlava sua madre. E così si allontanò, aspettando che le passasse l’arrabbiatura. Stava camminando per la via principale del paese quando incontrò una strana signora. Alta e magra, con un cappello in testa e gli occhi piccoli e attaccati. Era pieno giorno. In cielo non c’era una nuvola. Per strada c’era parecchia confusione. La donna si avvicinò a lui lentamente. Lo fissò con i suoi occhi di ghiaccio, «Buongiorno bel bambino, dove te ne vai tutto solo?» gli chiese, senza muovere neanche un muscolo del suo viso dalla pelle incartapecorita. Luca provò a scrutarne i lineamenti, ma lei era in controluce. L’unica cosa che spiccava era l’azzurro dei suoi occhi, «Scusi signora ma mia mamma non vuole che parli con gli sconosciuti» rispose Luca di getto, mentre la donna si chinava sempre più verso il suo viso, col suo naso lungo e appuntito, «Tua mamma ha ragione» gli rispose, «ma io sono tua amica, vieni con me.»
«No signora grazie» rispose Luca sempre più intimorito.
«Posso chiederti solo una cosa prima che tu vada?» domandò ancora la signora.
«Cosa?» chiese Luca.
Lei si avvicinò ancora, piano, in modo quasi impercettibile, senza staccare i suoi occhi da quelli di Luca, e gli sussurrò quella cosa all’orecchio. Al sentire quelle parole, Luca si spaventò e corse via. Tornò a casa, ma i suoi genitori non gli aprirono. Accadde la stessa cosa anche nei giorni seguenti. Trovava sempre la porta chiusa. Una mattina salì i gradini del portico di casa, una villetta poco lontano dal centro del paese. Vide la sedia a dondolo su cui sua mamma era solita sedersi per fare le parole crociate. Ed erano lì, con una biro nera fissata tra i fogli. Per l’ennesima volta strappò un pezzetto di carta e vi scrisse la solita supplica, ripensando al rifugio in cui aveva dormito in quelle notti difficili: “Mamma papà, lì è troppo freddo e scuro. Non mi piace. Perché non mi fate tornare a casa?”
Ripose il biglietto sulla sedia a dondolo, accanto al suo giocattolo preferito. Un pupazzo blu che portava sempre con sé. Un brontosauro con un collo lungo e una coda altrettanto lunga. Dopo aver lasciato il tutto sulla sedia a dondolo, le diede un colpetto con le manine graffiate e sporche di terra per farla muovere. La sedia prese a cigolare. Poi bussò. Sperava di attirare l’attenzione dei suoi genitori. Sperava che tutto finisse lì, ma quella porta si aprì solo per far entrare un prete per benedire il suo giocattolo. Che poi, suo padre, portò via. Era confuso. Stava guardando la scena con la tristezza nel cuore, quando sentì una bambina parlare con una signora. La voce della donna era familiare. Alzò lo sguardo e la vide. La strana signora che gli parlò tempo prima. La vide prendere per mano la bambina e portarla via. Luca iniziò a camminare verso di loro, urlando alla piccola di scappare, ma le due svoltarono subito dietro un albero. Luca le seguì fino a un grosso cancello. Si mantenne a distanza, attento a non farsi notare. Quando si fermarono, Luca si accorse di essere proprio accanto al suo rifugio. Quello freddo e scuro, «Io sono tua amica, vieni con me» sentì la donna dire alla piccola, che le teneva ancora la mano tutta sorridente. «Non andare!» le urlò Luca, ma la bimba non sembrava intimorita. Anzi. Portava un vestitino color salmone e aveva i boccoli biondi legati in due ciocche con due nastri color panna. Si girò verso di lui e, sempre sorridendo, gli pose la stessa domanda che quella signora gli sussurrò tempo prima: «Lo sai che tanto tempo fa, in questo paese, i bambini venivano seppelliti insieme ai loro giocattoli preferiti?».
Luca rimase immobile per qualche secondo. Si guardò attorno. Era in un prato, con qualche cipresso piantato qua e là e tante pietre sopra cui c’erano tanti giocattoli. Palloni, trenini, bambole, macchinine. Era la parte del cimitero cittadino dove venivano sepolti i bambini caduti nei pozzi. Scrutò le pietre una a una, finché non giunse a quella accanto al suo rifugio. Quello freddo e scuro, che non gli piaceva. Sopra c’era il suo brontosauro, alcuni numeri, il suo nome e la sua foto nel centro.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Frida

Sfoglia
MagO'