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Vaso cinese

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Salita. Discesa. Precipizio. Una velocità che ti taglia in due. Al termine di questa corsa, riuscirai a ricomporti? Alessia Donin oscilla tra vari umori nel tempo.

Alla fine sono salita. Non ero affatto convinta, ma Giorgio non aveva mai provato e mi ha chiesto di venire con lui. Siamo qui, spalla a spalla, in attesa di partire. La schiena contro la plastica dura del sedile sagomato. L’imbracatura di protezione ancora sollevata. Il cuore martella impazzito, le mani gelide in pieno agosto. Non soffro di vertigini, in realtà. La cosa che più mi angoscia è la sensazione di vuoto allo stomaco che mozza il respiro, come se l’aria non dovesse rientrare mai più. Non posso farmi vedere spaventata, però. Lui prova per la prima volta: devo incoraggiarlo. Mi giro e gli sorrido, sforzandomi di pensare che andrà tutto bene e che finirà in fretta. Certo, ogni tanto qualche incidente è capitato: protezioni che si sganciano, gente che precipita. Ma non succederà mica a noi proprio adesso, no? Mentre Giorgio ricambia con un sorriso incerto, l’imbracatura si abbassa lentamente. Clic. Agganciati e immobili. Indietro non si torna. Il vagone inizia la sua lenta avanzata pianeggiante. Chiudo gli occhi e comincio a pregare. E proprio in quell’istante, la mia mente mette a fuoco l’immagine del vaso cinese da un metro che giace da anni nelle profondità della cantina. Abbandonato in un angolo, circondato da cataste di vecchi mobili inutilizzati; l’orrido cimelio spicca ancora fra il ciarpame polveroso che affolla l’oscurità. Nemmeno la forte umidità sotterranea è riuscita a scalfire la pesante porcellana multicolore con i suoi disegni di pagode e donnine in kimono, profilati da bordi dorati. Non so perché mi sia ricordata proprio ora di quell’obbrobrio invulnerabile, quasi ad augurarmi che il mio corpo sia altrettanto resistente.
Riapro gli occhi mentre il carrello si arrampica a rallentatore verso il culmine della salita. Tocchiamo infine il punto più alto: tutto si ferma per un istante, quasi fossimo destinati a rimanere lì in eterno. Poi, come sospinti da una forza invisibile, iniziamo a scendere. Precipitiamo nel vuoto a una velocità folle. Forse la terra si aprirà per inghiottirci nei suoi abissi. Lo stomaco si blocca. L’aria smette di circolare per un tempo infinito. Punto i piedi sul fondo del vagone, strizzo gli occhi e serro la presa sull’imbracatura rigida.
Rivedo il giorno del mio matrimonio, quando una coppia di lontani parenti si era presentata alla festa con un pacco enorme e il sorriso soddisfatto di chi è certo di aver pensato al regalo più bello. Terrorizzati dal possibile contenuto del dono, io e mio marito l’avevamo scartato con lentezza innaturale. Smarriti alla vista del vaso gigantesco, le nostre labbra avevano sussurrato incerte: «Grazie mille, è bellissimo! Ma non dovevate». Chissà se siamo riusciti a ingannarli davvero. Per un po’ quel regalo inaspettato era stato fonte di risate quotidiane. Mio marito, scherzando, diceva che avremmo potuto metterlo in giardino, inclinato a mo’ di anfora decorativa. In realtà, l’odioso manufatto era finito per un certo periodo nell’angolo del pianerottolo, per poi traslocare definitivamente ai piani bassi.
Dopo un tempo che non sono in grado di quantificare, la discesa a precipizio finisce. Occhi aperti e fiato in corpo. Il carrello riparte per un’altra salita, seguita da una serie di curve paraboliche e improvvisi cambi di direzione. Forse inizio ad abituarmi, perché non ho più la terribile sensazione di trovarmi in punto di morte. Riesco perfino a lanciare qualche urlo e a ridere dei ripetuti sballottamenti. Mi volto verso Giorgio: la sua espressione divertita si tramuta all’improvviso in una maschera di terrore. Torno a guardare avanti, e a quel punto lo vedo anch’io: l’ultimo tratto del percorso. Inesorabile come la grandine di fine agosto che falcia ogni cosa con la sua furia. Il giro della morte si avvicina di secondo in secondo. I nostri corpi sbattuti a destra e a sinistra senza misericordia gli si fanno incontro come un condannato al patibolo. Il vagone rallenta un attimo per poi riacquistare velocità, prendendo la rincorsa sul tratto pianeggiante che precede l’anello.
Era stato proprio per cercare un anello, quel giorno, un vecchio anello di nonna sparito chissà dove, che ero scesa di nuovo in cantina. Sommersa da quel mare di cianfrusaglie accumulate nel tempo, avevo sentito la necessità impellente di liberarmi della robaccia inutile. Vaso cinese per primo. Fotografato, postato e venduto nel giro di poche ore. Quasi mi dispiaceva, adesso, doverlo pulire per darlo via. L’avevo inclinato, aspettandomi di trovare uno spesso strato di polvere sul fondo. E invece, guizzante come un passeggero sulle montagne russe, una lucertola intrappolata tentava invano di risalire in ogni direzione. Risaliamo anche noi il tratto iniziale dell’anello con la schiena incollata al sedile dalla forza di gravità. Un cigolio inquietante – mentre inclinavo il vaso per aiutarla a uscire – accompagna l’arrivo del carrello alla sommità del cerchio. Il corpo staccato dal sedile. Le spalle schiacciate contro le protezioni. La testa si fa pesante per qualche secondo – il vaso ormai completamente capovolto – mentre imbocchiamo la curva finale. La discesa fulminea giunge come lo scatto liberatorio di una lucertola verso l’apertura della trappola. Il sollievo torna a ventilare i polmoni, mentre la corsa verso il sole ci riporta all’arrivo.

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