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Riflessi notturni

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Illustrazione di Agrin Amedì
Una notte da corto circuito. Troppi flash negli occhi di chiunque, e questo drink che continua a far schifo. Stefano Malchiodi si muove tra percezioni alterate quanto rivelatorie.

Vorrei una sigaretta. Le luci colorate girano ovunque e mi colpiscono la retina, abbagliandomi al ritmo della musica elettronica che pompa in ogni dove. Una musica metallica.
Ho un avambraccio poggiato sul bancone del locale, l’altro è appeso alla spalla di Francesco per riuscire a stare in piedi.
Guardo i suoi occhi accesi dall’alcool e cerco di mettere a fuoco cosa ci sia fra me e il suo volto. È un bicchierino. Un altro dannato giro di tequila. Cristo, non ho mai sopportato la tequila.
Ora gli occhi di Francesco indicano il bancone; guardo in quella direzione: un altro bicchierino è ancora lì per me. E ho già deciso che non mi opporrò, non ne ho la forza. Cerco di fare cin con Francesco ma sulle mani mi colano gocce fredde che ritraggono il mio braccio. Ci guardiamo di sfuggita e buttiamo giù. Fa schifo come immaginavo. Chissenefrega, tanto ormai comincio a non sentire più nulla.
Francesco urla «altri due», come se fosse un mantra, mi sembra che lo stia ripetendo da ore. Pare non ci sia altro da fare qui. Intorno a noi decine, centinaia di corpi si muovono convulsi, illuminati da colori fluorescenti e innaturali. Arriva Argo, mi scuote le spalle e poi mi versa direttamente da una bottiglia altro alcool in bocca, sembra vodka. Fa schifo anche questa, ma anche questa per poco. Voglio fumarmi una sigaretta.
«Andiamo in pista» urla Francesco da dietro. Ha di nuovo due bicchierini in mano e uno dev’essere per me. «Aspe’, prendo pure per te, Argo!» e si gira e ne ordina altri tre. Ora, con due bicchierini in mano cammino ondeggiando verso il centro della pista, Francesco e Argo ai miei fianchi ridono e urlano; io resto invece disorientato dai flash che rimbalzano continui negli occhi di chiunque. Un bicchierino dev’essermi caduto, ne ho solo uno in una mano, forse l’ho bevuto. Mi accorgo però qualche istante dopo ho di nuovo più bicchierini in mano e resto appoggiato a uno dei pilastri della sala. Francesco sta parlando all’orecchio di una ragazza accanto a me; lei vestita di rosso, con un fiore sempre rosso tra i capelli. Mi indicano e ridono.
L’amica di fiore rosso mi chiede qualcosa. Non ha fiori tra capelli lei, ma solo un cerchietto glitterato che brilla assieme alle luci del locale. Dov’è finito Argo, mi chiedo io. Francesco mi passa un bicchiere e ci siamo spostati al bancone con le due ragazze. Bevo un sorso, cerco di parlare con Cerchietto Glitterato, non so cosa stia dicendo, mi parla molto da vicino e il suo alito sa di chewingum alla menta. Stiamo ballando, scie luminose mi corrono intorno alla testa, cerco di chiudere gli occhi per avere un po’ di riposo. Inutile.
Sono abbracciato a Cerchietto Glitterato, apro gli occhi e vedo Francesco baciarsi con Fiore Rosso. Forse sarebbe gentile fare lo stesso con Cerchietto, ma mi sembra strano, non la vedo tanto bene. Urla qualcosa nel mio orecchio per coprire il volume della musica; una domanda sul perché porto solo una maglietta bianca. «Non lo so» grido io, non lo so davvero. La conversazione è già morta, ma per qualche motivo continua a voler parlare. «Di dove sei?» mi chiede. «Di Trezzo» dico io. Non è neanche vero, non so perché mento, ma mi sembra che un posto valga l’altro. Adesso vorrei solo fumarmi una dannata sigaretta.
«Tu fumi?» chiedo a Cerchietto. Ma non so che ha capito, perché mi risponde «no, grazie». Arriva Argo e mi dà una spallata, poi mi abbraccia e mi dice qualcosa del tipo: «Io vado in bagno, se vuoi approfittarne te ne lascio un po’…». «No, – gli faccio – stasera no.» «Dai che ti riprendi un po’, Mich…» «No! Vaffanculo Argo, dai» Mi giro e riabbraccio Cerchietto, che è sempre lì.
Francesco e Fiore Rosso sono scomparsi. «Vado in bagno» dico a Cerchietto. E in effetti mi scappa, ma la verità è che devo andarmene, devo fumare, devo allontanarmi, via dalle luci, via da questi bassi incessanti che mi rimbombano dentro, via dai litri di profumo sul collo di Cerchietto e dai suoi stupidi glitter in testa.
Devo spingere fra i corpi per riuscire a passare e così mi sembra che si faccia tutto più difficile. Sento caldo, e mi passo la mano sulla fronte bagnata. Cerco di respirare in modo controllato ma più ci provo più il respiro accelera; e anche il battito accelera, e più accelera più mi spavento e più accelera; non ce la faccio più, non vedo più. Una porta. C’è una porta a vetri lì sulla sinistra, sì. Ecco, devo solo superare questo tizio enorme; ecco sì, ora ci sono. Apro, ok, l’aria è fresca fuori e immediatamente il suono della musica perde tutta la sua forza; sembra già lontana.
Una ventata d’aria calda mi accompagna alle spalle ma si disperde subito nella notte buia e nera della campagna che mi circonda. Lascio andare la porta che si richiude con un ticchettio alle mie spalle, trascinando con sé tutti suoni del locale che ora appare un po’ come il battito di un cuore, vitale ma protetto, contenuto.
Avanzo sulla grata di una passerella esterna, verso le scale antincendio che portano dritto fino allo spiazzo in cemento del parcheggio del locale, due piani più in basso.
La strada di fronte a me è illuminata da qualche lampione che strappa dei coni di luce dal buio della notte. Non si vede il confine della campagna: cielo e terra si sono uniti in un tutt’uno nero, come la pece.
Qualche rara macchina passa in lontananza, flash che corrono a centoventi all’ora vengono inghiottiti in fretta dall’oscurità che li ha generati.
Mi slaccio i pantaloni per farla lì quando sento qualcuno che tira su col naso, come se stesse piangendo. Mi volto e più in là sulla scorgo sulla passerella alla mia sinistra il profilo di una ragazza seduta a terra con le spalle al muro.
Non so bene che fare, ma ci siamo solo noi due qui fuori. Mi guardo attorno, sembra non si sia accorta di me.
«Ehi» provo a dirle, titubante, preoccupato di disturbarla. Lei si gira di scatto, come se la mia voce avesse creato un corto circuito nel suo flusso di pensieri. Poi mi guarda per un po’, non dice niente e si passa una mano sugli occhi sbavati dal trucco.
«Tutto bene?» continuo. Lei che intanto è tornata a guardare dritto davanti a sé, nell’oscurità dei campi. Stinge le spalle tremolando un po’, come se improvvisamente scoprisse quanto è umido il freddo di questa stasera. Seguo il suo sguardo e torno anch’io a guardare i campi, ma non c’è niente da vedere. Faccio due passi e mi siedo accanto a lei, anch0io appoggiando la schiena contro il muro e distendendo le gambe sulle grate.
Penso che vorrei una sigaretta. Lei si fruga nelle tasche e tira fuori un pacchetto di Camel blu; ne mette una tra le sue labbra e porge il pacchetto verso me. Sono quasi sicuro di non averle detto niente. Ne prendo una e le sorrido. Poi cerco di sfilarle l’accendino di mano per accendere la sua e noto sul suo polso delle piccole cicatrici. È strano, ma per un attimo provo uno senso di colpa che non riesco a spiegarmi.
Accendo anche la mia e faccio un tiro molto lento, prolungato, e la nicotina si diffonde subito dai polmoni verso il sangue fino a raggiungere al cervello, e mi sembra di stare bene. Io e Trucco sbavato facciamo lunghi tiri e buttiamo fuori delle nuvole di fumo evidenziate dalla luce del faretto esterno. Continuiamo a non dirci nulla, finché una piccola e unica nebbiolina accesa dai lampioni si forma sopra le nostre teste, galleggia, e non si disperde più.

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