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L’ultima notte

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ladona a un passo da me. La mia cavalleria. Il suo fulgore, e un castello in controluce. Fabrizio Fraleoni getta luci e ombre su una favola antica.

Ladona aveva da poco compiuto il suo sedicesimo anno di vita, in un mondo in cui un anno dura 687 giorni.
Mancava poco al tramonto. Era in piedi, con le mani giunte, sul piccolo belvedere situato davanti all’unica porta di accesso alla capitale nascosta tra le montagne. La sua capitale, Passo di Lunaria.
Ladona era la terzogenita dell’Overlord del regno del Frehuman e suo padre quella mattina le aveva ordinato di abiurare. La sera stessa. Al cospetto dell’intera corte. Un amore proibito. Tra lei e il primo cavaliere dell’esercito. Se avesse obbedito, il cavaliere sarebbe andato in esilio e non si sarebbero mai più visti. Se si fosse rifiutata, il cavaliere sarebbe comunque andato in esilio, ma per lei sarebbe stata emessa sentenza di morte per il disonore arrecato all’intera Casata.
Davanti all’ordine di suo padre Ladona non versò alcuna lacrima. Non implorò pietà. Sapeva che era giusto. Lo imponevano il rango e le tradizioni del suo popolo. Quell’amore andava contro ogni cosa. Non era libera di provarlo. Di viverlo. Non lo sarebbe mai stata. Nonostante questo, tuttavia, si riservò una sola libertà. Scegliere.
«Prevalga l’amore per la tua terra e il buon nome della nostra stirpe» aveva sibilato suo padre poco prima di congedarla.
E così si era recata su quel belvedere per riflettere. Tra lei e uno strapiombo c’era solo una balaustra. Era accanto a una colonnina su cui era affissa una targa di benvenuto. Uno scoiattolo scendeva lungo il fusto. Si fermò per annusare una ciocca dei suoi capelli rossi e ondulati finemente raccolti sul capo e ornati da un diadema a fili d’oro. Ladona si voltò con dolcezza e gli sorrise con le sue labbra dipinte di rosa pastello e con i suoi occhi verdi, grandi e incavati. Poi si scostò per lasciarlo passare, attenta a non piegare il tessuto del peplo bianco, cinto in vita, che indossava.
L’ultima volta che aveva visto uno scoiattolo, proprio lì, non era sola. Il cavaliere era dietro di lei. Da un anno era la sua guardia personale. La accompagnava in ogni dove. Mantenendosi sempre un passo indietro. Non poteva toccarla. Non poteva starle accanto. Potevano solo conversare, per pochi istanti, e di nascosto. Lei di spalle. Il cavaliere dietro. Solo brevi occhiate senza alcuna confessione. Quell’amore ricambiato non lo aveva mai potuto confessare neanche a sé stessa. Aveva solo potuto accarezzarlo, affinché si assopisse e restasse in gabbia dentro di lei, ma una volta scoperto non le era rimasto che riviverlo nell’unica cosa che amasse alla pari.
La sua città, in quel valico stretto e silenzioso.
Il sole era ormai sceso. Una delle tre lune di Domhan Ur, il mondo allora conosciuto, avanzava lenta lungo quell’unica via che le cime delle montagne le avevano concesso. Era il momento della giornata in cui ogni cosa veniva avvolta da una leggera ma crescente foschia. Nell’aria fresca e umida facevano la loro comparsa i bagliori color miele di migliaia di lucciole. Li osservava fluttuare all’unisono nella nebbia, in modo lento e ondulato, come le ciocche di boccoli che uscivano dall’elmo del suo cavaliere. In lontananza venivano accesi i ceri sui ponti della città, coperti con delle ampolle di vetro opaco che rendevano le fiammelle marrone chiaro. Quelle luci per lei erano come mille occhi, uguali a quei due con cui poche volte si era unita. Quel pensiero le fece abbassare lo sguardo. Accarezzò con le dita il piano della balaustra sorretto da tante piccole statue raffiguranti giovani ancelle. Suo padre e le sue sorelle l’avevano sempre considerata alla stregua di quelle sculture. Bella, ma fragile, e priva di ogni qualità e forza. La sua colpa lo dimostrava. Il cavaliere invece fu l’unico a vedere in lei la durezza della roccia. La forza della terra su cui poggiava i suoi piedi circondati da tanti piccoli fiori. Ladona si chinò per toccarli. Formavano macchie di colore rosa pallido tagliate ogni tanto da foglie di loglio. Fine e lunghe, come le cicatrici che il cavaliere aveva sulle braccia. Il pensiero di poterle sfiorare accompagnava l’indice con cui accarezzava una di quelle foglie. Proseguì sul petalo di un fiore rosa. Quando un piccolo insetto, tondo e nero, atterrò a accanto a una sua unghia, ella vide quel piccolo neo che il cavaliere aveva poco sopra il labbro superiore. S’immaginò di baciarlo, ma si alzò subito per scacciare via quel pensiero. L’insetto, spaventato, scattò e si librò in volo oltre la balaustra. Ladona ne seguì il viaggio verso la città finché il puntino nero si confuse con le acque del fiume in lontananza.
Le acque si infrangevano su un pezzo di roccia che sporgeva a metà altezza e continuavano la loro discesa lungo un piccolo tratto per poi dividersi tra i sette faraglioni che spuntavano dal fondo del valico. Su di essi sorgeva l’intera città.
Ladona indugiò sul più alto e imponente di tutti, l’ultimo in fondo, con il castello in cima. Vide la luce delle candele accese nelle sue stanze, la sua balconata dove spesso un merlo inviato dal cavaliere planava con una rosa bianca tenuta tra le sue zampe.
Poi si spostò sul successivo. Largo e solido, come quel collo le cui vene si gonfiavano ogni volta che la vicinanza diveniva sconveniente. Dal punto in cui Ladona si trovava, sembrava che poggiasse su altri tre prima di lui. Di diversa altezza, avevano contorni morbidi, sembravano turgidi. Su di loro gli edifici terminavano con tante guglie; le sembravano dita, quelle dita che l’ultima volta osarono sfiorare un lembo del suo mantello. Un’ancella vide tutto, riferì al re e così giunse la condanna.
Gli ultimi due faraglioni erano leggermente più bassi, dritti e affusolati, ma inclinati l’uno verso l’altro. Le cime abitate si toccavano, erano tozze, sembravano gambe con le ginocchia unite. L’apertura in basso formava una sorta di triangolo dal quale acqua si riversava in abbondanza verso il fondo e lo sbocco oltre il valico.
Ladona ne seguì il percorso. Quando arrivò alla fine si rese conto che su qualunque altro dettaglio avesse indugiato ci avrebbe rivisto sempre il cavaliere. Fu lì che capì che il suo cuore non faceva più alcuna differenza tra il cavaliere e la sua città. In essa i ricordi battevano forti. Non l’avrebbe più amata allo stesso modo. Avrebbe avuto il cuore spezzato due volte. Calpestato dalle lacrime. Sarebbero giunte dall’acqua, dalle rocce, dagli alberi, dai ponti, dalle guglie degli edifici, persino dalle lucciole. Lacrime per quell’amore proibito. Osceno. Coraggioso. Eroico. Delicato. Pudico. Per un cavaliere. Un cavaliere donna. Il suo amore era una donna. Lo sarebbe stato per sempre. Vero come la vita. E per questo scelse, tornando fiera al cospetto di suo padre il re, che per lei non esisteva abiura alcuna, ma solo l’ultima notte prima della pira che avrebbe bruciato il suo corpo.

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