Condividi su facebook
Condividi su twitter

La ragazza si chiama

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Adesso facciamo che tu e io, stanza numero 5,6, tu e io, 10, 11, 12, parliamo ancora del perché, 25, 26, 27… Flaminia Chizzola si squarcia alla ricerca di una verità.

Non mi sono tolto neppure il cappotto che quello già mi corre incontro e io penso: sarà scappato anche lui dal pranzo di Natale. Poi mentre mi sfilo la sciarpa lo guardo avanzare così goffo e maldestro e penso: forse lui non sta scappando, forse lui non ha una famiglia, un figlio, una moglie che il giorno di Natale ti dice: Non sei solo, amore mio, va tutto bene, tutto! E mentre lui mi raggiunge io penso: Va davvero tutto bene? Assistente, gli dico, Mi legga la cartella clinica, per favore. Sono anni che lo conosco e non so neppure come si chiama: Osvaldo? Antonio? Tebaldo? Lui fa un respiro profondo e stringendo la cartellina con quelle mani curate e tozze inizia a leggere. Mi scusi. Mi scusi, può ripetere? Lui non mi ascolta. Il nome, le ho chiesto di ripetere il nome! La ragazza si chiamava… La ragazza si chiama! Io la conosco, cioè, la conoscevo e quella ragazza si chiama… Ondina Marcucci, ripete quest’idiota che avrà scambiato di nuovo le cartelle con quelle di un altro reparto. Controlli bene, gli dico, controlli-bene. Nome completo… Non mormori! Causa del decesso… Non mormori! Non è possibile. Sì, mi è capitato altre volte di ritrovare qui qualcuno che conosco, ma lei… Lei sono anni che non la conosco più. È morta stanotte, mormora l’idiota, sfrecciando a 120 sull’Ardeatina… Ma se lei non ha neppure la patente! Non può essere! Non può essere quell’Ondina che non vedo da anni, quell’Ondina che per anni mi ha detto: «Amore, te lo giuro, domani lo lascio, domani lo lascio, domani…». Scommetto che guidava lui, che lui era al volante e lei l’ha fatto innervosire, ha fatto innervosire il santo che la perdona, la perdona ogni volta che sente l’odore di me sulle sue labbra, l’odore di me sulla sua donna ogni volta il santo perdona. «Non fa niente, – dice il santo – non fa niente» E invece fa, stavolta fa, stavolta finalmente Ondina ce la fa e mentre lui sfreccia a mille sull’Ardeatina stringendo il volante lei gli dice: «Vaffanculo brutta merda, amo un altro!». E di colpo gli occhi del santo si staccano dalla strada, e di colpo gli occhi del santo si staccano dal santo e seguono lei, solo lei esiste solo lei negli occhi nelle unghie nella carotide del santo e mentre la mano del santo si stacca dal volante e mentre la mano del santo si stacca dal santo per staccarle la testa dal collo… Schianto frontale, mormora l’idiota, È morta sul colpo… E lui? Lui è morto? Il corpo era incastrato nell’auto… Il corpo del santo? Si chiamava… Il santo, il santo si chiamava o si chiama? Si chiamava o si chiama ancora lui? Lei, era una lei, dice l’idiota che sembra alquanto scocciato, Si chiamava Ondina Marcucci ed era sola al volante… Sola? Ondina non ci sa stare da sola, lei…Ed era una lei, non ci sono dubbi…Lei che mi diceva: «Io voglio te, ricordatelo, io voglio solo te». Mi piacerebbe crederlo, ma a te non bastava lui, non bastavo io, e tutte le volte che ti ho detto: Resta! te ne sei andata. Resto per cena, mi dicevi liberandoti dalla mia mano. Resta per sempre, insistevo io riacciuffando quella mano da pianista che di nuovo scappava: Per sempre non posso, lo sai. Dov’è? chiedo all’assistente, Dove l’avete messa? Lui mi guarda: Dottore, ma non si sente bene? Benissimo, gli dico, mi sento benissimo. Dottore, gliel’ho appena detto: cella numero 36. Vado, arrivo, sto arrivando, e sfreccio lungo il corridoio gelido quando di colpo… 36! grida lui dal fondo, Cella numero 36! Sì, sì, ho capito, me l’ha detto, solo un secondo, torno indietro solo un secondo, solo per sapere, volevo solo sapere… Che cosa? dice lui così scocciato che io quasi mi scuso, non ho capito, la prego, non ho capito l’età: quanti anni aveva la ragazza? Gliel’ho già detto. E me lo ripeta! Non cambia nulla… E, invece, cambia perché di Ondine è pieno il mondo e io sono sicuro, io adesso sono sicuro che quell’Ondina nella cella numero 36 non è la mia, non è la mia! Allora? Lui apre la cartella e lentamente inizia a leggere e quasi controvoglia dice… Allora, vediamo… Ondina Marcucci, nata il e deceduta, e ripete quella parola deceduta e poi, poi non dice più niente. Può controllare meglio? Lui scuote il capo. La prego, gli dico, Ti prego, ti prego controlla di nuovo! Lui stringe la tua cartella tra le sue mani curate e tozze com’erano le mani del santo, lui ti stringe a sé come ti stringeva il santo e dice, lui dice: Dispiace quando sono così giovani, ma poi ci si abitua. Non ci si abitua un cazzo, non ci si abitua! Controlli di nuovo le ho detto! E lui si ribella. Sono io che comando! E io cerco di strapparti a quelle mani che adesso ti stringono, che adesso sfogliano la tua cartellina come si sfoglia un album di foto intime, di foto private, di momenti di vita che non gli appartengono, che appartengono solo a noi due, solo a noi. Ridammela! Dottore, si calmi. Non è tua, non è soltanto tua, è anche mia, è anche… Non riesco a finire la frase. Non riesco. «Mai a Natale, – dicevi – mai nei giorni di festa.» Mai per davvero. A 120 sull’Ardeatina, dice lui, e con uno schianto chiude la tua cartella, e con uno schianto si chiude la tua vita, Giovanissima… Non potevi crescere? E cresci una buona volta, Ondina, ormai sei grande! «Non lo dire neanche per scherzo! Io ho ancora tutta la vita davanti!» Bella vita, sì, bella vita che ti schianti da sola sull’Ardeatina senza neppure il tuo santo a salvarti. Dottore, io tra poco vado che mia moglie mi aspetta. Sì, sì, vada. Vada dalla sua famiglia, vada al suo pranzo di Natale, vada a farsi dire che va tutto bene, che non è solo. Io vado da lei.
36, cella numero 36, sto andando, adesso vado. Cella numero 1, numero 2, numero 3, tanto mica scappa, no? No? Non me lo fai questo scherzo? Cella numero 7, numero 8, una sorpresa. Una sorpresa delle tue che quando litigavamo, ti ricordi? quando litigavamo te ne andavi, sparivi, poi, di colpo, cella numero 13, di colpo nelle orecchie un usignolo cantava e io mi voltavo e io mi volto e tu ci sei: «Non me ne vado…». Nome completo «Io non ti lascio…» Causa del decesso «Ci sono sempre…» Dispiace, ma poi ci si abitua «Te lo giuro, amore mio…» poi ci si abitua «…te lo giuro» Tu sempre a giurare e io sempre a credere ai tuoi giuramenti, cella numero 23, 24, 25, che tu giuravi solo domani: domani lo lascio, domani, prometto, domani… 36, domani sei morta. Dottore, che ha? Lui corre da me e con le sue mani curate e tozze mi rialza. Dev’essere la stanchezza, gli dico, che uno a Natale dovrebbe riposarsi e, invece, è sempre in giro a fare regali… «Se vuoi te li rispedisco» dicesti l’ultima volta, l’ultima volta che ti dissi: Rimani, non te ne andare. L’ultima volta ti dissi: Tienili tutti i regali, e se non li vuoi più regalali ai poveri, e se neppure loro li vogliono buttali al fiume, e… E tu non mi lasciasti finire. «Tu sei stato il regalo più grande – dicesti – ma adesso devo andare.» Dottore, aspetti, le do una mano. Con quelle mani curate e tozze com’erano le mani del santo lui sfila la tua cella dal muro e poi ti sfila di dosso ogni pudore e poi tu sei lì, di nuovo, tra me e lui. Dottore, iniziamo. E per la prima volta sono io che ti ho in mano.
Adesso facciamo come gli adulti tu e io. Facciamo come gli adulti che si lasciano una volta per sempre, che si dicono: Non ti voglio più vedere! e non si vedono più. Soggetto numero Nome completo Altezza Età Sesso Adesso facciamo come gli adulti dei film, Iride Unghie Capelli gli adulti che quando dicono una cosa Una cicatrice sul mento la fanno. Adesso facciamo come gli adulti che dopo l’ennesima Frattura esposta del dopo l’ennesima Abrasione con conseguente un giorno si incontrano Trauma facciale si guardano negli occhi che le deforma completa – si guardano come due estranei e Si procede adesso… Si procede adesso… e adesso non sanno più cosa dirsi. Alla dissezione del cadavere, dice lui. Io non dico più niente, guardo quelle mani curate e tozze che ti toccano ancora, che ti scavano dentro, che ti prendono tutto… «È inutile che aspetti – dicesti quel giorno – tanto io non lo lascio.» Eravamo sul Tevere e il sole splendeva e seduto su una cassetta di frutta un uomo pescava. Hai visto quante canne! ti dissi. Tu lo guardavi come si guarda uno specchio: «ha una fame che non bastano tutti i pesci». Poi mi guardasti: «Tu non la puoi capire.» Non capisco, dottore, dice lui, non trovo il cuore. Neanch’io l’ho mai trovato, gli dico mentre ti lascio per sempre nelle sue mani. Neanch’io.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'