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Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Entrava ogni giorno al caffè. Ma nessun giorno era mai uguale. Quell’uomo cambiava i giorni, di tutti. Alessandro Castrichella si siede al bancone dell’esistenza.

Non sapevo di star buttando la mia vita prima di entrare in quel bar. Mi ero appena trasferito in città per lavoro, casa piccolissima in affitto, il minimo indispensabile per un supplente lontano dal suo paesino di origine. Nei primi giorni decisi di scendere a fare due passi per rassettare i pensieri e darmi un’occhiata intorno. Proprio il primo giorno l’umore non era dei migliori e la giornata uggiosa, degna di una canzone di Lucio Battisti, non aiutava. Mi fermai nel primo bar. Mi appoggiai al bancone e ordinai un caffè, dando inizio al mio solito ipnotico ballo zucchero-cucchiaino. Un rintocco prolungato dell’orologio appeso al muro interruppe il mio stallo, spingendomi a sollevare lo sguardo sulle lancette che osservai sentenziavano le 16. Anche il barista sollevò lo sguardo, e un istante dopo la sua attenzione passò all’orologio che portava al polso, come a cercare conferma del tempo dichiarato dall’orologio a muro. In quel momento entrò un uomo. Sul viso era tracciato un sorriso che mi parve un po’ forzato, innaturale. Si accomodò sullo sgabello accanto al mio e disse: «Salve, sono il signor Arnold». Immediatamente le mie riflessioni confinarono nell’idea che nessuno, almeno dopo aver superati i sei anni, inizierebbe mai una conversazione in questo modo. Naturalmente, catturò del tutto la mia attenzione.
«Gradirei un tè, per favore.»
Il barista sorrise, come un nonno sorriderebbe davanti a un nipotino prediletto, e si accinse a preparare un tè.
Il signor Arnold, nell’attesa, non si scompose; restò fermo, immobile, con la schiena dritta, senza dare l’impressione di compiere alcuno sforzo. Istintivamente, cercai di raddrizzare anche la mia.
Il barista poggiò una teiera accanto al signor Arnold.
«La ringrazio, gentiluomo. Adoro questo tè, mi ricorda tanto gli anni vissuti in Inghilterra. All’epoca prendevo il tè ogni pomeriggio, alla stessa ora. Potrei chiederle qual è il suo nome?»
«Giancarlo» rispose il barista. «E il suo qual è, signore?»
Poi il signor Arnold si rivolse verso me, ponendomi la stessa domanda. Ne rimasi per un attimo spiazzato, non mi ero accorto di partecipare alla conversazione con lo sguardo e il corpo rivolti verso loro.
«Ah, Francesco. Il mio nome è Francesco.»
«Un bel nome, caro signore. Signor Giancarlo e signor Francesco, è un vero piacere fare la vostra conoscenza. Ditemi, raccontatemi qualcosa di voi.»
La domanda era interessante, ma esitai, pensando: che si può dire di un professore di 29 anni trasferitosi da un paesino di provincia giusto per fare un anno di supplenza?
Intervenne subito Giancarlo a togliermi dall’imbarazzo, come se recitasse un copione; forse era una cosa che gli chiedevano più spesso di quanto pensassi.
«Gentile signor Arnold, il piacere è mio. Da trent’anni lavoro in questo bar e quello che so del mondo lo leggo sul giornale ogni mattina e me lo racconta il mio barbiere due volte al mese.»
Nonostante un certo velo di rassegnazione che percepivo nelle parole di Giancarlo, pensai che di certo non era lui l’uomo che avrebbe mai chiuso il suo Caffè per emigrare in Costa Rica o in Argentina. Ironico non sapere come avrei risposto io; la domanda era lì, aperta anche a me, ma restai in silenzio.
Arnold finì il suo tè, salutò con garbo il barista e rivolgendosi a me disse: «Beh, caro signore, ora devo andare, semmai un giorno ci rincontreremo in qualche angolo del mondo mi racconterà anche la sua storia».
Fece un gesto come per rimettere un cappello che non aveva e uscì. Giancarlo iniziò a passare lo straccio per pulire il bancone:
«Scioccato da Arnold? Fa questo effetto, lo capisco».
«Ma lei già lo conosceva? Non l’ha visto oggi per la prima volta, vero?»
Il barista sorrise alle mie parole.
«Me lo dica lei. Torni domani e mi dirà. Ah, e mi raccomando, sia puntale!»

L’indomani feci la stessa strada e giunsi al bar qualche minuto prima delle 16. Giancarlo sorrise al mio ingresso senza sollevare lo sguardo dal bancone che stava riassettando. Non disse una parola.
Guardammo entrambi l’orologio sulla parete e scattate le ore 16 i nostri sguardi si mossero all’unisono verso la porta di ingresso.
Puntuale, il signor Arnold entrò nel locale e si sedette dritto dritto sullo stesso sgabello del giorno precedente.
«Salve, sono il signor Arnold. Gradirei un caffè ristretto, per favore».
Rivolsi immediatamente uno sguardo stupito a Giancarlo a cui lui rispose con il suo solito, ormai, sorriso.
Muovendo elegantemente la tazzina, il signor Arnold si rivolse verso di me che ero lì a fissarlo in modo certamente insistente senza rendermene conto.
«Il caffè mi ricorda le mie origini, gli anni che vissuto a Napoli… Oh, ma mi perdoni, che maleducato, non le ho nemmeno chiesto come si chiama.»
«Ehm sì, scusi. Francesco, molto piacere, ci siamo present…»
Giancarlo lasciò cadere un piattino nel lavandino e voltandomi a guardarlo fece cenno col la testa per intimarmi a non proseguire.
«Grazie signore, questo caffè era perfetto. Davvero buono. Signor Francesco, mi scusi, sfortunatamente ora devo proprio andare. È stato un piacere conoscerla, semmai ci rivedremo in qualche angolo del mondo spero di poterla conoscere meglio, magari mi racconterà la storia della sua vita…»
Fece di nuovo il gesto come per rimettersi un cappello che non possedeva e andò via.
Restai un po’ così, immobile qualche secondo, mentre Giancarlo puliva il bancone e asciugava i bicchieri.
«Non glielo dice mai?» chiesi.
«Cosa? Che non è vero nulla di tutto ciò che dice? E io chi sono per stabilirlo?»
«Ma lei sà qual è la verità?»
«La verità, la verità… La verità, signor Francesco, è che io mi alzo ogni mattina e amo e odio le stesse cose; vengo al bar percorrendo sempre la stessa strada e incontro sempre le stesse persone che già conosco da tanto tempo. Arnold ha scelto che non sia così. E lei, signore?»

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