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A testa in giù

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non ho dei bei capelli come mia sorella, questo me lo ha detto sempre anche la mamma. Non ho le fattezze per abitare questo mondo, questo me lo ha detto anche la mamma. O sono stata io? Michaela Diotallevi sale e scende tra finzione e realtà.

Non sono sempre stata così, una volta avevo un aspetto diverso.
Certo, bella non sono mai stata, lo diceva anche mamma.
Il mio corpo tozzo ora è coperto di corti e ispidi peli, non morbidi e tantomeno lunghi come quelli che ha in testa mia sorella Carlotta.
«Tu non hai capelli splendidi come lei – ripeteva mamma quando ci pettinava – i tuoi sono crespi e smorti, proprio come quelli di tuo padre!»
Mamma aveva ragione, mamma ha sempre ragione.
Sto qui e mi dondolo su e giù nel centro della stanza; i miei pensieri fluiscono lenti e cerco di analizzare la realtà senza farmi tante domande sul perché e il per come della mia esistenza.
Un po’ la scuola mi manca, non perché io sia mai stata una studentessa modello ma mi piacevano i miei compagni di classe e anche la maestra Rossella, era gentile, a volte, si preoccupava per me, perché ero lenta.
Sì, sono sempre stata un po’ lenta, lo diceva anche mamma, non come mia sorella.
Mia sorella era brava, la più brava della classe. La sua pagella è sempre stata una sfilza di nove e di dieci e mamma era contenta di farla vedere in giro alle sue amiche e anche alla zia Marinella. Carlotta è bella, brava e intelligente, così dice la mamma, e io lo so che è contenta perché la guarda e sorride.
Il problema è che io ero lenta e faticavo a seguire le lezioni, ma la mamma, che ha sempre ragione, diceva che era solo pigra, come mio padre. Avrei voluto dirle che le lettere si impicciavano nella mia testa, faticavano a rimanere in fila: io ero lenta e loro erano troppo veloci, ma mamma si arrabbiava se insistevo e diceva: «Costanza, ci vuole costanza!».
Mamma ha ragione perché mai come ora ho capito che ci vuole tanta costanza mentre filo la mia tela e rimango qui in un angolo ad aspettare il mio prossimo pasto. Con costanza.
All’inizio i miei sensi acuiti mi facevano percepire l’odore lasciato dalle molliche delle mie merendine sotto al letto, dietro ai mobili; mi precipitavo verso la fonte di tale profumo, nella speranza di poter arrivare a sgranocchiare qualcosa ma poi, al primo morso, avevo dei conati di vomito, erano veramente molliche immangiabili, così dolci, un sapore disgustoso. Un giorno però, davanti la finestra, ho notato una piccola formica arrampicarsi sul muro. Avevo l’acquolina in bocca e così dei fili di bava sono caduti proprio sulla sua testa; lei ha provato a divincolarsi ma più si agitava e più ne rimaneva avviluppata nel mezzo. Io la guardavo, mi faceva pena ma anche gola, così, appena la piccolina ha smesso di dibattersi, le sono piombata addosso e me la sono mangiata in un solo boccone. Una bontà che mi ha veramente sorpreso.
E ora sono qua che mi lascio penzolare su e giù, su e giù con il mio filo di ragnatela. Non ho più i capelli che si alzano dalla mia testa quasi a volersi staccare da questa, non mi occorrono più le braccia aperte per tenere l’equilibrio così come quando nel mio corpo lento senza otto zampe saltavo sul tappetto elastico, su e giù, su e giù. Ero felice. Anche allora, in quei rari momenti.
A volte mi domando se uscirò mai da questo sgabuzzino con tanti posti dove nascondermi e un lucernaio dal quale entrano dei raggi di sole qualche ora al giorno. Invece la notte mi piace osservare le stelle mentre sono nascosta nella crepa del muro e rifletto sul senso del mio essere qui e non altrove.
Mamma lo ha sempre saputo che questa era proprio una stanza perfetta per me e non per mia sorella Carlotta che neanche potrebbe immaginare quanto sia bello guardare la luna a testa in giù.

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