Condividi su facebook
Condividi su twitter

Se ha bisogno di me

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Tracce. Ho lasciato così tante tracce su quell’asfalto per raggiungerti. Tu prima della curva, tu dopo la curva: le tue spalle, i tuoi capelli, il guardrail... Flavia Grosso sfreccia tra angoscia e stupore.

Eri di passaggio a Roma e le avevi dato appuntamento in quel caffè del centro. Avevi voglia di vederla. Sia pure per pochi minuti. Di accarezzare i suoi morbidi capelli. Di baciarla. Un desiderio irrefrenabile, incontenibile, al quale non potevi che arrenderti. Vi vedevate ogni tanto quando riuscivi a liberarti. La volta precedente era accaduto solo pochi mesi prima, ma a te sembrava un’eternità. La giornata di lavoro era appena trascorsa e tu ti eri messo a sedere, l’abito blu gessato, vicino alla vetrata di quel caffè che dava sulla strada principale. Il cameriere ti si era avvicinato per chiederti se volevi ordinare. Avevi annuito e avevi risposto con garbo: «Un caffè bollente ristretto, grazie», lanciando contemporaneamente uno sguardo al tuo rolex acquistato assieme a tua moglie a Ginevra. In quel momento avevi temuto il peggio, che lei avesse cambiato idea e che non l’avresti più rivista. Una folata di vento gelido aveva fatto spalancare la vetrata. In quel momento si era riaffacciato nella tua mente un ricordo che avevi sempre cercato di rimuovere. Di quando avevi preso la cabriolet blu di tuo padre per fare un giro a St. Moritz, dove andavi sempre in vacanza. Ma non potevi immaginare che l’auto fosse in riparazione per un problema ai freni. E così, lungo quella ripida discesa di montagna piena di tornanti, avevi cominciato ad accelerare. Come piaceva a te. Sempre di più. Adoravi correre, sentire il vento fresco frustarti il viso, eri sicuro di vincere. Poi avresti, come sempre, frenato di scatto. Un gioco perverso che però ti faceva ogni volta sentire quel dannato brivido lungo la schiena.
Lei stranamente tardava ad arrivare. Soltanto venti minuti e saresti dovuto salire sul primo taxi per l’aeroporto. Avevi promesso a tua moglie che saresti arrivato in tempo per la cena di famiglia. Non potevi non incontrare lei, era ormai troppo tardi per tornare indietro. La vostra relazione durava da anni ed era la scossa di adrenalina della quale non potevi più fare a meno. «Uno scotch con ghiaccio» avevi poi ordinato con fare arrogante al cameriere; intanto ogni minuto che passava ti rendeva più nervoso, irascibile.
Sfrecciavano, ai lati della tua auto, i verdi pendii delle montagne svizzere. E tu sorridevi euforico, compiaciuto. La giornata perfetta per andartene in giro, correre all’impazzata con l’auto scoperta e il sole sulla testa. Il rumore poderoso del motore cullava i tuoi pensieri e tu guardavi soddisfatto la lancetta del contachilometri virare sempre più in senso orario. Poi, alla vista del primo tornante, avevi persino schiacciato più a fondo l’acceleratore, intenzionato a superare ogni limite.
Quel ricordo, come uno spillo appuntito, ti aveva fatto trasalire e avevi improvvisamente alzato lo sguardo.
Lei adesso era arrivata ed era proprio lì, in piedi, di fronte a te. Ti guardava. In silenzio. Aveva tuttavia un’espressione diversa dal solito. Più seria e pensierosa. Sembrava ancora più bella dell’ultima volta che vi eravate visti, in quell’alberghetto a Berlino. Le sottili rughe, appena accennate ai lati degli occhi, la rendevano attraente e i capelli bagnati dalla pioggia, che scendevano morbidi sulle spalle, le davano un’aria da ragazza.
«Sono riuscita a liberarmi, hai visto?» ti aveva detto guardandoti seria.
Sentivi il battito del tuo cuore pulsarti forte nelle vene. L’avevi invitata a sedersi sul divanetto, accanto a te. Poi, senza alcuna esitazione, avevi appoggiato le tue mani ai lati del suo viso, premendo le tue labbra sulle sue, ma lei si era ritratta.
La strada adesso piegava in discesa a sinistra verso un tornante. Una curva stretta e a gomito. Oltre il sottile guardrail il pendio precipitava a valle ripido. Era quello il momento. Adesso dovevi frenare. Avevi schiacciato il pedale del freno. Ma nulla. L’auto aveva proseguito la sua folle corsa, incurante dei tuoi comandi. Avevi poi riprovato ancora. Più a fondo e più forte. Una, due, tre, quattro volte. Una smorfia di terrore si era disegnata sul tuo volto. Durante la curva eri riuscito a schivare la prima e la seconda auto di fronte ma poi, all’improvviso, ti eri sentito sollevare da una forza che proveniva dal fondo dell’abitacolo. La strada era diventata dapprima obliqua, poi verticale, poi di nuovo obliqua, e alla fine, dopo un tempo interminabile, ti aveva inghiottito il buio. Assoluto. Profondo. Nero. Aveva cominciato a mancarti l’aria, poi il respiro. Le orecchie ronzavano forte. A tratti sentivi uno strano vociare fuori dall’abitacolo e il suono di sirene. Non riuscivi più ad aprire gli occhi. Un odore acre di sangue permaneva.
In mezzo a quel pensiero lei ti aveva detto: «Pierre, non possiamo continuare a vederci. Sono venuta a dirtelo di persona. Ti prego, non chiamarmi mai più».
Poi avevi provato ancora ad afferrare la sua mano che ricordavi morbida, ma lei si era ritratta.
Un fascio di luce bianca filtrava da una tenda. Eri sdraiato su un letto, ma non sapevi né dove né per quale motivo. E una giovane donna, i capelli sciolti lungo le spalle, vestita di bianco, ti cambiava la flebo. Ti eri sforzato di articolare qualche parola ma non eri riuscito a emettere alcun suono; così lei si è venuta a sedere accanto a te, sul bordo del letto, prendendoti la mano. Ti aveva sussurrato: «Ci vorrà del tempo, signor Pierre, ma vedrà che poi le forze le ritorneranno. Se ha bisogno di me non esiti a chiamarmi, sono di turno tutta la notte».
Lei però adesso si era alzata in piedi e senza neppure degnarti di uno sguardo si era girata di spalle allontanandosi verso l’uscita del caffè.
Intanto, si era fatto buio.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'