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La vista di carta

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il rumore della carta, le caramelle Rossana, il drago, il bracciolo di una poltrona come uno scrigno. Sei ancora qui? Stefania Asuni si distende su una poltrona che ha ancora molto da sussurrarle.

Ritorno dalla visita oculistica mezza stordita. Quel collirio ha dilatato le pupille e l’effetto continua a perdurare nonostante sia trascorso molto tempo. Mi sento intontita. Gli occhi galleggiano al di fuori delle orbite, come meteore nell’universo, e la sensazione è quella di un disorientamento generale.
Decido di lasciare a metà il lavoro che avrei dovuto finire, ignoro il disordine nello studio in cui scartoffie, squadre, matite e pile di progetti attendono che si metta in moto la mia creatività. Mi fermo. Dico a me stessa che ho bisogno di una pausa. Provo a rilassarmi sulla poltrona da ufficio in pelle marrone che ho ereditato dieci anni fa da mio nonno, anche lui architetto.
Affondo la schiena e le mie mani si insinuano tra le pieghe della sedia, cominciano a tamburellare sulle maniglie e sulle cuciture logore fino a che sul bordo dello schienale reclinabile pollice e indice toccano l’incarto stropicciato di una caramella rimasto lì da chissà quanto tempo.
Con un gesto automatico porto davanti agli occhi la cartuccia rossa traslucida.
La luce del primo pomeriggio infiamma la vista, si mescola ai lampi di rosso provenienti dalla carta e la messa a fuoco diventa impossibile. Distinguo appena una R con carattere maiuscolo a cui seguono lettere per me indecifrabili e mi ritrovo in un pomeriggio qualunque della mia infanzia, in una casa a me familiare. La nonna Lucia è china sul filo di trama. Gli occhiali spessi le scendono sul naso e inquadrano con precisione il prossimo punto da tessere.
Il telaio è all’opera, produce orditi orientaleggianti. Amaranto, giallo fieno, verde oliva, nero pece creano sfumature e fili fuori asse che si intrecciano in un punto croce floreale. Gli occhi sono abbagliati da quel fascio di tonalità. Immagino già il disegno finito nonostante la spola non abbia ancora concluso il suo andirivieni.
Col sopracciglio destro lei mi fa cenno di avvicinarmi all’orditura legnosa di travi e pilastri che spaventa noi bambini come un mostro a più teste. Mi bacia e poi mi offre una caramella Rossana.
Mi accoccolo accanto a lei, scarto il premio e mastico rapidamente il nucleo morbido con retrogusto di nocciole e mandorle. Ma ciò che lo sguardo cerca è lì davanti a me. Prendo tra le mani l’involucro accartocciato e avvicino più che posso i miei occhi al profumo di caramello al latte.
Adesso guardo ogni cosa per la prima volta.
Il rosso rubino trasforma il mondo attorno a me: il telaio sembra un drago sputa fili, la sedia su cui siede la nonna è lo scheletro animato di un rettile preistorico, il lampadario sulle nostre teste un vulcano in eruzione con gocce di cristallo simili a lapilli incandescenti. La credenza appare enorme e in bilico. Piatti, posate e bicchieri sono sul punto di cadermi addosso. Le schivo abilmente. Corro verso l’uscita ma mi accorgo ben presto di essere imprigionata dentro la carta.
Provo a spingere le pareti, a cercare una via d’uscita, ma niente.
Le pieghe dell’involucro formano solchi infiniti, vie in cui la vista si perde. Percorro affannosamente le strade traslucide entro cui le immagini si accavallano. Perdo la percezione del mio corpo che adesso è incartapecorito, incastrato nella carta. Sono un tutt’uno con le forme spigolose dell’insolita gabbia.
Mi muovo a fatica, sento gli occhi pesanti. Mi accorgo che nonna Lucia ha uno sguardo triste. La perdita di nonno Alfredo ha segnato un solco nel tempo. Tutto si è fermato lì. Il telaio è spento senza la luce del motore ispiratore. La passione nell’ideare e comporre nuovi filati, la gioia di adoperare trame e fili preziosi in disegni inaspettati non bastano a lavare via la tristezza dal suo sguardo. La guardo ancora una volta. Mi stendo sulle punte dei piedi fino all’altezza della sua guancia e quasi intimorita le restituisco il bacio. La pelle raggrinzita ha un sapore d’eternità. L’odore di vaniglia parla di una donna curata, leggera, una guerriera dall’animo gentile.
La vista si riannebbia. Ritorno nello studio, stropiccio gli occhi e faccio un respiro profondo.
Mi alzo e mi dirigo verso il telaio. La nonna me lo ha regalato prima di andar via. Come un fossile resiste agli attacchi del tempo, la struttura è lì, integra. Il legno massello di faggio evaporato è rifinito a pennello con oli e cere vegetali. Al tatto comunica forza e dinamismo, potenza e energia.
Presente nella sua arte e nella bellezza di ogni suo filato, sembra quasi che racconti di lei.
Matite, squadre e compasso lasciati sulla scrivania mi ricordano che devo concludere il lavoro. Mi siedo, osservo le linee, gli spazi, le sfumature di un progetto che ora svela un piacevole retrogusto di nocciola e mandorle. Gioia e malinconia si intersecano nell’anima.

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