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Corro, corro più veloce che posso

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Illustrazione di Agrin Amedì
Corro, corro più veloce che posso. Manca ancora poco ormai. Non mi prenderanno, ce la farò, tornerò da te con questo regalo, tu batterai le mani sorridendo e io finalmente sarò felice. Lorenzo De Angelis intraprende una corsa a perdifiato verso un possibile candore.

Faccio lo slalom tra la gente, evito i pali e corro.
Corro, corro con tutta la forza che ho nelle gambe come se non ci fosse un domani.
Sono un ghepardo tra la folla. Un serpente che si insinua nei più stretti meandri.
Un angolo. Giro di scatto per seminare gli altri.
La sacca di soldi mi sbatte sulla schiena come il pendolo di un orologio, ma la corazza si è fatta dura con gli anni. Corro come se non avessi pesi. Questa maledetta via è piena, vedo i poliziotti guadagnare campo: mi butto in strada. Una macchia blu, lo stridio dei freni e la botta del metallo di un cofano sulla testa per un attimo mi rintontisce, ma non mi distraggo. Con la coda dell’occhio vedo i poliziotti impietriti, ma non c’è tempo per esitare. Riafferro la borsa e corro, corro, corro più veloce che posso mentre sento una sensazione di calore sulla fronte e qualcosa che lentamente cola verso le sopracciglia: sangue. Niente distrazioni: corro.
I poliziotti gridano di fermarmi.
Il marciapiede è pieno di gente, ma quasi si scostano quando mi vedono, così tento di dare un’accelerazione ulteriore. Corro più veloce dei poliziotti, che rimangono indietro.
Vedo una via in lontananza che sembra perfetta per dileguarmi senza che riescano ad accorgersene.
Tento un cambio di direzione improvviso per distrarli ma scontro una signora anziana e la vedo con la coda dell’occhio accasciarsi a terra. Istintivamente rallento, guardo indietro e la vedo dolorante. Mi prende una morsa allo stomaco d’improvviso, mentre vedo in lontananza i poliziotti riguadagnare terreno. Testa alta e mai lasciarsi distrarre: la gente come noi non ha tempo per i sensi di colpa, lo diceva sempre Marione. Non perdo di vista l’obiettivo: faccio lo slalom in un gruppo di persone a cerchio, ritrovo la via stretta e mi ci infilo.
Dopo poco l’unica cosa che sento sono i piedi dei poliziotti che cadono sulla terra come martelli veloci tentando di raggiungermi e ogni tanto qualche strillo. Pensavo di averli seminati.
Corro, corro più veloce che posso, ma le gambe cominciano a pesare. Questa via segnerà la fine della gara, e io vincerò.
C’è una finestra che riflette il sole dritto sui miei occhi e per un attimo guardo al mio fianco dove su una vetrina scorgo la mia figura. Nello stesso istante un botto risuona per la via e mi ritrovo nella mia prima fuga, vent’anni fa. Risento l’ansia nelle vene e la paura pulsare nelle tempie a quindici anni mentre correvo dietro a Marione con due portafogli e un orologio in mano. Mi aveva appena insegnato a rubare e già ci ritrovavamo inseguiti dalle guardie. Lui, dall’alto dei suoi tanti anni di esperienza, era il mio maestro e io gli volevo bene come a un padre. «Sii la mia ombra» mi aveva detto prima di partire, e scappando mi faceva da guida per le strade, nello slalom tra la gente, ci infilavamo tra le macchine e i poliziotti rimanevano indietro. Lì per lì correvo ma non capivo esattamente per quale motivo stessimo facendo tutto ciò. A un certo punto lui fece cadere un anziano e io mi fermai ad aiutarlo, ma in pochi secondi mi raggiunsero i poliziotti. Stavano già ammanettandomi quando è arrivato Marione che è riuscito a portarmi via. E mentre correvamo mi disse che se fossi tornato a casa sano e salvo quel giorno avrei conosciuto sua figlia.
Così quando tornammo me la presentò e mi invitò a farle regalo dei nostri acquisti. Si chiamava Livia e aveva due occhi grandi e azzurri, due occhi di ghiaccio, e non faceva altro che dire quanto fosse contenta del regalo battendo in modo disarticolato le sue mani. E vedendo quella sua incontenibile felicità mi accorsi di come quella corsa avesse assunto un senso e di come valesse la pena rischiare per lei. Ed è proprio per lei che non ho mai smesso; lei è il mio pistone e la forza che mi spinge a correre. Da quel giorno non ci siamo mai più separati. Da quel giorno lei non ha smesso di battere le mani.
Le gambe d’improvviso si rifanno forti come quando avevo quindici anni: instancabili. Scorgo i suoi occhi di ghiaccio su quel vetro al posto dei miei, come se mi stessero guardando: corro per te, Livia mia, sto arrivando, dico a voce bassa quando mi rendo conto che quel botto non si è mai spento e mi ha accompagnato finora: è solo adesso si acquieta, d’improvviso, e in un attimo sento una scheggia conficcarsi nella mia schiena, trapassare la carne e penetrare il torace. Il mio respiro si spezza.
Cado a terra, e per un istante il viso di Livia si palesa ai miei occhi. Faccio appena in tempo a salutarla, a sorriderle, mentre il sangue comincia a scorrere sulle mie mani tremanti che hanno iniziato a battere e a battere.

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