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Boys Don’t Cry

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ora che ci penso, invidiavo un po’ la complicità che avevi con la nonna. L’opera, lo studio, la fantasia: vi ricordo suonare una musica d’anime all’unisono. E tu, ricordi ancora come faceva quell’aria? Giulia Quinzi percorre i corridoi di una casa ferma nel tempo.

«Secondo te quei due che sentono?»
«Che significa, che sentono?»
«Sì dai, quei due, in quella macchina, quella coppia nella berlina rossa, che musica stanno ascoltando? Sembrano felici.»
«Mah, non so, qualcosa dei loro tempi, di quando erano giovani.»
Forse ascoltano Baglioni, Riccardo Cocciante, Marcella Bella, roba così.
«Secondo me sembrano troppo in gamba per ascoltare Baglioni. Secondo me si stanno sentendo tipo un disco dei Cure, o dei Clash. Ma che non vedi che capelli che ha lei? E i suoi occhiali? Quelli erano sicuro dei punk negli anni Settanta, te lo dico io.»
Pure io voglio essere così a settanta anni, cazzo.
«Ultimamente ti sei fissata con questa cosa del punk e pensi che tutti i vecchi lo siano stati. E che i punk fossero fighi, perché si vestivano di nero, borchiati e avevano la cresta o roba del genere. Guarda che non è così, non lo erano; e poi essere punk non vuol dire quello.»

Mentre percorriamo la rotonda a una velocità che per me è folle e superiamo la berlina rossa con i due punk, io ne approfitto per dare l’ultimo sguardo ai capelli rosso fiamma di lei infuocati sotto i raggi di una primavera già calda che si intromette dal finestrino.

Luca è visibilmente scocciato dal mio atteggiamento. Fissa la strada e stritola il volante sotto le dita. Le occhiaie, profondissime e viola, solcano gli occhi fino alle guance, ma a parte questo ha l’aspetto identico a quando eravamo piccoli.

«E invece quei tre che stanno facendo sport – si vede che erano partiti con la fintissima intenzione di correre, tipo che si sono accordati da una settimana per andare a correre questa domenica al parco insieme perché a cinquanta anni si sono messi in testa di cambiare stile di vista, fare moto, mangiare sano, questa roba così, ma non ci hanno creduto nemmeno per un secondo e in fondo sapevano benissimo tutti e tre che sarebbero finiti a camminare prima di tornare a casa e mangiare ciascuno una caprese per restare leggeri per poi avere ancora fame e attaccarsi dopo pranzo ai taralli e all’insalata russa del supermercato. Ma dico, secondo te, quei tre che si stanno raccontando?»
«Lei sembra che parli un botto, sembra che da quando sono usciti di casa non abbia mai smesso un secondo di parlare. Gli altri due, sicuro, manco la stanno a sentire.»
«Sembra una tipa noiosa lei, una che parla di cose insulse.»
«Non lo so che si stiano dicendo, Matilde. Che ne posso sapere.»
«E dai, ma almeno provaci a immaginare qualcosa, no? Che ti costa? Dai, su! La prima stronzata che ti viene in mente…»
«Oddio santo, ma veramente ti diverti ancora a fare questi giochi?»
«Dai Mata, mica siamo più due ragazzini.»
«Ma cosa c’entra che non siamo più due ragazzini? Ora mi vorresti dire che l’immaginazione ce l’hanno solo i ragazzini, tipo compi diciotto anni e poi basta, svanisce, restano solo serietà e cinismo. Io a ventidue anni mi diverto ancora a fare ‘sti giochi, va bene? E secondo me lei sta raccontando a quei due – uno è il marito e l’altro il migliore amico del marito nonché un tempo è stato suo amante per due anni ma poi l’unico lato stuzzicante della faccenda (coglionare di nascosto il marito) ha smesso di divertirli e hanno finito per piantarsi così di punto in bianco; magari scopano ancora una volta l’anno per commemorazione. Insomma, dicevo che lei sta dicendo loro di quanto sia stata ridicola ad aver creduto che sarebbe stata lei a ricevere la promozione dal capo, quando invece lui l’ha fatta chiamare solo per metterla in cassa integrazione. E lei è scoppiata a piangere davanti a tutti. Una vera goduria.»
«Fortuna che a te la cattiveria e il cinismo – hai detto – che ancora non ti hanno contagiata.»

Luca è sempre stato così. Con la risposta pronta. Una risposta sagace che ti azzittisce.
Un tempo queste risposte le diceva sornione, un po’ per prenderti in giro, un po’ voleva fare ridere anche te. Ora è rimasta solo la sagoma delle vecchie risposte brillanti, e dentro una risata incancrenita. Che se riuscisse a uscire, quella risata, gli uscirebbe crudele.
Come abbia fatto a trent’anni a ridursi così cupo non si sa. Era uno di quegli adolescenti con il mondo in mano, che avrebbe potuto spaccare tutto, bere la vita in un sorso. E in effetti, forse, in un certo senso così è stato.
Milano, Bocconi, dottorato…

Intanto gli alberi hanno cominciato a filare ai bordi della strada. I caseggiati si sono diradati e tra un minuto usciremo dal raccordo. Sembra tutto così desolato. Non vuoto, c’è un sacco di traffico in giro, non desolante, il sole questa mattina è radioso. Solo desolato.
Bocconi, dottorato, carriera pazzesca in una delle top aziende di consulenza, stipendio a cinque zeri già a trent’anni.
Eppure la sensazione è che sia sempre nauseato, come se stesse sempre per vomitarti addosso. Come se gli avessero ficcato in bocca a tradimento una banana vecchia con la buccia tutta nera che al suo interno nascondesse pure a tradimento un vermetto.
Ora, per esempio, ha il viso congelato in un’espressione con il naso arricciato, e pare che la strada voglia farla saltare in aria più che percorrerla. Corre a più di cento su una provinciale e i suoi occhi sembrano di brace.
Comunque, che oggi sia giù è comprensibile. Ma quel costante cipiglio lo invecchia di almeno cinque anni.

«Guarda che anche io sono tristissima per nonna. Però non è una cosa per cui possiamo farci niente. Ha tanti anni, e ha avuto una vita bellissima. Ora, poi, sta veramente tanto male, e a me distrugge vederla così. Non mi piace sapere che sta soffrendo, non mi piace guardarla ridotta a un mucchietto d’ossa e pelle di cartapesta.»

Luca è sempre stato il preferito di nonna, lei non ne ha mai fatto mistero. E a me alla fine stava bene così: io avevo nonno. Per giocare a carte e fare le passeggiate c’era nonno, loro due invece leggevano, parlavano di musica, facevano i colti. Non era roba per me, però mi piaceva guardarli, seduti uno accanto all’altro stretti stretti sulla poltrona, a tenere con una mano per uno lo stesso libro mentre nonna aspettava sempre che lui – più lento – terminasse la pagina per voltarla. Nonna si sedeva sempre a destra.

«Quanto ci manca per arrivare? Non ho mai capito bene dove sia la casa di riposo.»
«Te lo ricordi quando da piccoli ci cantava l’aria della Traviata? Quella in cui Violetta canta Sempre Libera? Che aria è che non mi ricordo? Sei tu quello appassionato di lirica insieme a lei; io adoravo solo ascoltarla cantare, per me era formidabile. Avrebbe potuto cantare qualsiasi cosa.»
«Forse addirittura anche le canzoni dei Cure.»
Manca una mezzoretta e poi ci siamo.
«Ah allora ogni tanto sei ancora un po’ simpatico!
Come si chiama quell’aria, insomma?
«Si chiama proprio Sempre Libera, avevi detto bene.»
Lo so che sta tanto male.

Dopo questa svolta inaspettata nella nostra conversazione, torna il silenzio in macchina.
Però il suo sguardo, impercettibile a notarsi per chiunque non sia io, a me appare cambiato, come se la nebbia di nausea che lo circonda si sia lievemente assottigliata.

«Insomma, come sta andando a Milano? Stai pensando di comprare casa lì o cosa? Mi ha detto mamma che hai appena ricevuto una promozione super importante. Complimenti.»
«Sì, sono andato a vedere un paio di case ma ancora a dire il vero non so cosa farò. Sto pensando di farmi trasferire, magari vado a Londra, magari invece torno a Roma.»

Per un istante non posso proprio trattenermi dal guardarlo con un’espressione di speranza. Una speranza che viene direttamente dalla me quattordicenne che ha appena visto suo fratello andare a vivere lontano in un’altra città.
Quel fratello ingombrante, eppure indispensabile.
Quella quattordicenne che non aspettava altro che Luca tornasse per chiedergli aiuto con il greco, l’unico espediente che le venisse in mente allora per rubargli un po’ di tempo e averlo di nuovo vicino a sé.
Lo sai che devi aiutarmi, se mi aiuti al compito è sicuro che vado bene, ormai è tradizione, e lo sai quanto sono scaramantica.
Lui le dava dell’irrazionale e della capricciosa, ma poi la aiutava sempre.

«Sarebbe fico se tornassi a Roma. Potremmo andare qualche volta a fare aperitivo insieme, ormai siamo grandi tutti e due.»
«Non ho detto che torno a Roma. Ho detto solo che ci sto pensando.»

Però vedo che di nascosto sorride.
Forse è solo che trova ridicola la possibilità di sbronzarsi con la sua sorellina. Magari invece è un po’ contento che io glielo abbia proposto.
Intanto dei campi si sono aperti sotto il nostro sguardo. Sono coltivati a grano; brillano e ondeggiano come fossero liquidi.

«Sembra un po’ la Puglia. Ti ricordi? Quando eravamo piccoli ci andavamo sempre. Anche lì erano tutte distese di grano.»
«C’era il grano ma c’erano anche tanti ulivi, e si sentiva il profumo verde delle foglie fin da casa nostra.»
«Hai ragione. Profumava tutto di ulivi e di mare. E tu a fare l’accento pugliese eri un fenomeno. Schiantavo dalle risate.»
«Meh, ne è passato di tempo!»
Questa volta, la prima volta da così tanto che non mi ricordo più quanto tempo sia passato, Luca mi guarda e sorride apertamente. La bocca è incrinata in su, e proprio mentre ricambio il suo sorriso dai suoi occhi lucidi scende una lacrima e resta infossata tra le sue occhiaie viola.

«Luca.»
«Dimmi Mata.»
«Secondo te la nonna sta morendo?»
«Lo sai già Matilde che sta morendo, che domande fai?»
«No, ma dico proprio morendo morendo. Tipo tra poco, tipo domani…»
«Credo di sì, Mata.»

I campi ondeggiano ancora e la spuma che sprigionano entra dal finestrino e sembra che sappia di sale e di ulivi.

«Comunque mi piaceva tantissimo anche quando tu e nonna Matilde cantavate insieme quell’altra aria della Traviata, quando duettavate insieme. Eravate bravissimi. Quella, invece, come si chiamava?»
«Un dì felice eterea»
Ci diceva sempre che era una promessa, ti ricordi?

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