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Il signor Caviello fruga tra le tasche in un tintinnio costante che a volte può anche cedere. Giulia Sorcioni ritrae un uomo e il suo tormento.

Il suono degli spiccioli che tintinnano nella tasca; il suono del rame zincato delle monete che sbatte alla cieca contro un mazzo chiavi mentre le dita fremono nervose, rimescolando senza sosta quel solido composto di ferraglia.
È questo il suono tipico che accompagna il signor Caviello, qualunque cosa faccia.
Quando cammina. Quando parla al telefono seduto sulla poltrona del suo studio. Quando sorseggia il caffè delle 8:00 o quello delle 17:00: sempre lo stesso suono, costantemente.
Nessuno sa come faccia il signor Caviello a sopportare quel rumore.
Anche adesso che è seduto sulla poltrona di pelle del suo studio, il tintinnio della lotta tra monete e chiavi accompagna i suoi pensieri mentre osserva silenzioso il panorama oltre la finestra.
Come se fosse il motore che tiene in vita la sua mente, la sua mano fruga frenetica nella tasca, ammucchiando le rughe al centro della fronte, tra le sopracciglia folte e il naso dritto come un coltello da burro mentre il cervello del signor Caviello lavora, scattando tra un pensiero all’altro, tentando di afferrare la soluzione al suo problema senza tuttavia riuscirne mai a scorgere la soluzione.
Uno squillo lo fa voltare verso lo schermo del suo laptot dove il nome del suo avvocato compare in grassetto in cima alla casella delle mail in entrata. Apre la notifica senza esitare e legge velocemente il contenuto, continuando a sgranare in modo frenetico il rosario che porta sempre in tasca.
A metà della mail il suo cuore si ferma e la mano nella tasca si blocca, come una macchina inceppata.
Il signor Caviello rilegge quelle quattro righe centrali che gli hanno fatto saltare un battito nel petto. Le rilegge corrugando la fronte e sporgendosi verso lo schermo, come se da più vicino quelle lettere potessero mutare significato.
Si alza in piedi interrompendo la lettura. La sua mano ricomincia ad agitarsi nella tasca, prima lenta e regolare, poi sempre più veloce, e la macchina torna a pieno regime in due secondi. L’altra mano, invece, scatta verso l’interfono, digitando il numero interno della segretaria.
La signora Santelli risponde prontamente alla chiamata e la voce del signor Caviello riecheggia metallica nelle sue orecchie, rimbalzando tra le pareti della segreteria. Ascolta in silenzio le sue indicazioni, poi si alza dalla sua postazione per raccogliere dagli archivi tutti i fascicoli richiesti. Lo fa con celerità e precisione, perché la signora Santelli lo ha capito. Anche se non sono affari suoi, la signora Santelli ha capito perfettamente che oggi c’è qualcosa non va. Lo ha capito già al mattino quando il signor Caviello ha fatto il suo ingresso in ufficio come sempre alle ore 8.00. Lei lo ha aiutato come tutti i giorni a sfilarsi il cappotto, per poi riporlo con accortezza nel guardaroba giù in fondo all’ingresso. Come tutte le mattine la signora Santelli ha chiesto al signor Caviello se gradisse del caffè e lui ha risposto sì, aggiungendo come sempre di preferirlo accompagnato da un dolcetto alla marmellata.
La signora Santelli ha annuito, mostrando i denti bianchi dietro le labbra rosse di Chanel, ed è stato in quel momento, mentre lui si avviava verso il suo ufficio, che la signora Santelli ha notato qualcosa di diverso, una nota storta in quel balletto che ogni mattina loro due compivano ormai da vent’anni.
All’inizio non era riuscita a capire cosa ci fosse di così strano; con lo sguardo incorniciato di mascara aveva seguito i passi decisi del signor Caviello attraverso il corridoio e fin dentro il suo ufficio; non gli era parso di trovare nulla di diverso nel suo comportamento né nel suo modo di camminare retto e deciso come un treno ben avviato sul suo binario. Eppure qualcosa c’era, perché la Santelli aveva continuato a provare uno strano senso disagio preparando il solito caffè per il signor Caviello. Quella mattina le sue mani si muovevano con impaccio tra le ante e gli sportelli; si sentiva la mente ovattata, come se una qualche interferenza le impedisse di formulare un pensiero compiuto. Lo aveva sentito. Mentre attendeva il gorgoglio della moka aveva sentito distintamente il suono ruminante della tasca del signor Caviello provenire al di là della porta di abete scuro del suo ufficio. Gli sembrava quasi di vederla, quella mano sottile e rigonfia di vene agitarsi tra le piaghe dei suoi pantaloni, scuotendone il contenuto come una lavatrice, e proprio in quel suono la signora Santelli era riuscita a cogliere una nota storta, un cambio di ritmo, quasi impercettibile, che prima di allora non aveva mai udito.
Era qualcosa di sottile, lieve, ma ben distinguibile una volta prestataci attenzione.
Quella leggera dissonanza l’aveva accompagnata per tutta la mattina, agitando i suoi pensieri e distraendola come non era suo solito; sembrava proprio che tutto il suo corpo si fosse sintonizzato su una frequenza sbagliata. E così adesso, mentre si accingeva a raccogliere l’ultimo faldone di documenti richiesto dal signor Caviello.

Il signor Caviello sfoglia i documenti pagina dopo pagina, leccandosi le dita a ripetizione con la speranza di afferrare la carta giusta. Quella carta. In quel mucchio di fogli, da qualche parte, forse c’è la soluzione al suo problema e a quello di qualcun’altro.
Mentre una mano gratta e strofina le monete nella tasca, l’altra corre veloce dalla bocca alla carta. Il rolex che ha al polso scandisce i secondi e poi i minuti, ma non c’è nulla tra quelle pagine battute a macchina che riesca a farlo smettere di cercare.
Il gorgoglio metallico delle chiavi e degli spiccioli echeggia nella stanza, frenetico e aggressivo come i suoi pensieri. Ma poi, come i suoi pensieri, va scemando lentamente, e torna a ritmo regolare.
Il signor Caviello si risiede sulla poltrona in pelle e osserva dritto davanti a sé la sua scrivania in legno di frassino. È orgoglioso della sua scrivania, il signor Caviello. E geloso. Le sue penne intarsiate d’argento e oro sopra un tappetino di velluto rosso brillano come sempre alla luce del sole: sono lì, dispiegate come soldati pronti all’azione.
Ce la farò, pensa il signor Caviello tra sé e sé. Come sempre. Poi, eccola, la carta da far sparire. La carta che non è mai esistita.
Preme il tasto dell’interfono e chiama la sua segretaria, spera che faccia in fretta, oggi le è parsa distratta da qualcosa. Lo ha notato dal mattino, il caffè possedeva una nota di sapore che stonava con il solito.
La signora Santelli bussa leggermente alla porta, poi entra. Compiuti tre passi si ferma un istante; per un attimo ha come l’impressione di non riconoscere più il signor Caviello. Lui dà un colpo di tosse e il tintinnio delle chiavi viene ricoperto dal fruscio dei faldoni che Caviello allontana sé verso la sua segretaria.
Lei esita ancora un istante, finché sul suo viso improvvisamente si apre un disteso sorriso. Solleva la pila di documenti dalla scrivania e chiede al signor Caviello se desidera un altro caffè. Lui le risponde di sì e chiede se può accompagnarlo con un dolcetto alla marmellata.
La signora Santelli esce ticchettando dalla stanza. I faldoni pesano, ma lei si sente inspiegabilmente più leggera. Alle sue spalle, il ritmo del rame zincato e delle chiavi è tornato regolare.

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