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Odore selvaggio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Su questa panchina volevo stare tranquillo con te, Martino. Perché non la smetti? Perché questo profumo? Tommaso Toresi duella con una scelta turbolenta.

Quando raggiunsi la nostra panchina ero riuscito a calmarmi un po’. Le discussioni con mio padre riuscivano sempre a tirar fuori il peggio di me. Questa volta me l’ero andata a cercare, lo sapevo benissimo che si sarebbe infuriato e avrebbe cominciato a sbraitare, eppure l’avevo stuzzicato. Come si fa con una bestia che dorme. Stupido io. Siamo sempre stati molto diversi, mio padre e io. Viviamo la nostra condizione umana in maniera diametralmente opposta. Lui ha sempre parlato di me come portatore di un “dono”, come se avessi una marcia in più. Io l’ho sempre più vista come una maledizione.
Per attenuare l’agitazione che avevo ancora addosso mi ero messo a fare respiri profondi quando vidi Martino risalire la collina.
«Come mai tanta fretta?» disse Martino ansimando per la salita.
«Papà… di nuovo.»
«Cazzo, sarà la quarta, quinta volta solo questa settimana?»
«Già…»
«Ma per cosa litigate poi?»
«Le solite cose. Vorrebbe che fossi qualcuno che non sono… che mi comportassi lui.»
«In che senso?»
Rimasi in silenzio guardando la valle davanti a me, il cielo coperto dalle nuvole. Papà aveva scelto questo paesino sperduto apposta. Il sole non si vedeva quasi mai.
«I soliti affari misteriosi della famiglia Mantovani?»
C’era molto che Martino non sapeva della mia famiglia. Non me ne aveva mai fatto un problema, ma questo mi impediva di sfogarmi totalmente con lui.
«Già… le solite cose.»
«Ne vuoi parlare stavolta?» Ci provava sempre. Mi allungò una sigaretta, la presi e mi fece accendere.
«Lo sai che non mi piace parlarne…» Mentre accendevo la sigaretta mi sfiorò con la mano il mento.
«Mi spieghi perché sei sempre così gelato? E mettilo un giubbotto su questa felpa.»
«Sto bene così.» Presi una grossa boccata e buttai fuori il fumo dalle narici. «Piuttosto, che mi dici, ti sei deciso per università?»
«Ancora no, continuo a rimuginarci sopra. È difficile scegliere il proprio futuro. Capisci, no?»
«Diciamo… – non capivo affatto – che se avessi a disposizione l’eternità sarebbe più facile scegliere?»
Ci pensò su qualche secondo.
«Beh se avessi tutto il tempo del mondo sceglierei una cosa qualsiasi. Tanto anche se fosse la scelta sbagliata potrei sempre cambiare… Ma aspetta, rimarrei giovane tutta la vita o invecchierei all’infinito?»
«No no, così come sei adesso. Per sempre.»
«Così bello, intendi?»
«Così pieno di possibilità.»
«Come te del resto.»
«Non proprio…»
Mentre parlavamo l’odore di Martino mi solleticava le narici. Era sempre lì, quell’aroma di macinato fresco. Odore di bestia. Mi era sempre piaciuto. Anzi, credo di essermi avvicinato e legato a lui soprattutto per quel suo odore. Un profumo unico, anche se non gliel’avevo mai detto. Avevo avuto più volte l’impulso di assaggiarlo, spesso ansi. No, in realtà avevo sempre voglia di saltargli addosso. Era proprio quello il punto di mio padre, secondo lui se qualcosa veniva da dentro non poteva mai essere sbagliato, e non assecondare i miei impulsi avrebbe rappresentato un’ingiustizia verso me stesso. Mentre guardavo avanti tenevo la sigaretta sotto il naso sperando che coprisse il suo odore. Ma quasi niente riusciva a camuffarlo. Quell’odore sembrava avere una strada preferenziale che portava dritto dal mio naso al centro del piacere nel mio cervello.
«Tu invece che farai?» mi chiese spegnendo il mozzicone con la scarpa.
Mi voltai verso di lui stampandomi in viso un’espressione annoiata.
«Non ci credo che vuoi davvero rimanere qui con tuo padre. Rimarrai solo, te ne rendi conto? E poi che farai, continuerai a suonare la tromba da solo? È pieno di accademie musicali. E tu sei bravo, forte, hai il tuo tocco unico.»
Mi venne da sorridere pensando al “dono” di cui si riempiva la bocca mio padre e tornai a guardare la valle di fronte a me.
«Resterò, Martino. Nulla mi vieta di continuare a suonare la tromba anche qui.»
«Sì, in camera tua…»
Sembrava che si stesse scaldando. Avevamo già avuto altre conversazioni di questo tipo ed erano tutte finite male. Feci per alzarmi, di litigare anche con lui non ne avevo proprio voglia.
«Dove vai?»
«Torno a casa…»
«Ma siamo appena arrivati.»
«Sì, ma ho già capito dove andrà a finire questa conversazione.»
«E quindi te ne vai.»
«Già!»
«Bravo, sempre quest’atteggiamento del cazzo.»
«Ma fatti i cazzi tuoi, Martino. So benissimo da solo cos’è meglio per me.»
«Tuo padre, non è vero?»
«Come scusa?»
«Hai capito benissimo cosa ho detto.»
Tornai a guardare dritto davanti me. Riuscivo a percepire il suo sangue battere rabbiosamente nelle sue vene.
Quella sua ultima domanda continuava a riecheggiarmi nella testa. Ogni giorno mi svegliavo e mi dicevo che quel giorno, quello specifico giorno, non significava un cazzo, che ce ne sarebbero stati altri infiniti giorni davanti a me. Da piccolo avevo sognato di farne qualcosa di grande di questa maledizione che diportavo addosso. Ma crescendo i limiti che mi si imponevano avevano chiarito molto bene che le uniche due mie opzioni disponibili erano: diventare come mio padre oppure essere un emarginato.
«Sai chi mi ha detto la stessa cosa?» dissi cercando di calmarmi, gli avevo voltato le spalle ed ero rimasto in piedi davanti alla panchina.
«Chi?» Si stava accendendo un’altra sigaretta. Era nervoso.
«Mio padre. Dice che passo troppo tempo insieme a te e che questo non farà altro che rovinarmi. Per questo abbiamo litigato. Speravo di cambiare argomento con te.»
Il suo odore era sempre più forte. Presi un’altra sigaretta.
«Tu non vuoi accettare te stesso, ecco che c’è. E me.»
«Ci sono cose che non posso accettare, Martino. Mi dispiace, ma rimanere qui è la cosa migliore.»
Malgrado cercassi di restare calmo sentivo una rabbia incontrollabile premere dall’interno dello sterno e montare sempre di più. La frenesia che mi stava causando l’odore di Martino rendeva tutto più difficile. «Me ne devo andare.»
Mi voltai e cominciai a scendere la collina. Dopo un paio di passi mi raggiunse tirandomi per la manica.
«Oh, dove cazzo vai? Non abbiamo finito.»
«Sì, invece.» Proseguii senza voltarmi.
«Sei un debole, ecco che sei. Hai solo paura di affrontare la vita.»
La rabbia era cresciuta fino a farmi esplodere lo sterno: bruciava e mi veniva da piangere per lo sforzo di reprimerla. La salivazione nella mia bocca stava aumentando di intensità, dovevo andarmene il prima possibile. Accelerai il passo.
«Sei solo un codardo!»
Gridate quelle parole alle mie spalle, Martino mi si gettò addosso. Avviluppati rotolammo giù per la collina e quando riuscii a fermarmi gli saltai addosso.
«Tu non lo sai cosa sia la paura.» Gli stavo sbavando addosso, gli occhi fuori dalle orbite. Un ronzio cominciò a farsi sempre più forte nella mia testa fino al punto di esplodere in un morso secco che gli piantai sul collo. Non riuscii più a mollare la presa, in quel momento scattò qualcosa in me che non seppi più controllare.
Mentre le sue urla cercavano le mie orecchie, i miei denti affondarono con decisione nella sua carne fino a quando Martino cessò di muoversi. Non eravamo mai stati così vicini. Il suo corpo aveva smesso di contrarsi e tutta la mia attenzione ricadde sulle sue labbra semiaperte. Le guardai con insistenza, avvicinandomi con le mie come in trance. Un rumore di foglie mi destò da quel momento. Mi rialzai di scatto, e aggiustandomi il cappuccio sulla testa tornai a casa.

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