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Giove capitolino

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Illustrazione di Agrin Amedì
So’ Zeus, mica ‘n semplice coatto come voi artri che nun avete ancora capito che i piedi mica li poggiate solo sui sampietrini, ma soprattutto nelle buche de sta Roma sgretolata. Vabbè. Riccardo Scafati scatena Zeus nella capitale.

A Giove capitolino toccò quella mattina di spendere qualche ora all’ufficio postale.
La fila alle 9:30 era già chilometrica, e una vecchia, tagliandogli la strada per passargli avanti, gli aveva pure pestato un piede.
La pazienza olimpica del vecchio dio era messa proprio a dura prova. Ma non poteva evitarlo.
La società elettrica infatti, dopo numerosi solleciti, gli aveva interrotto la fornitura, il che non solo gli impediva di farsi la doccia calda con tanta schiuma ma anche, e soprattutto, di lanciare i suoi fulmini sui mortali.
Dato che tutto il mondo degli uomini se ne stava andando in vacca, nei mesi precedenti, in effetti, Giove era ricorso alle saette punitive a rotta di collo: una scarica all’assessore mangione; un’altra al netturbino che rovesciava il cassonetto; un’altra ancora al drogato che rigava le macchine parcheggiate. La sera si buttava esausto sul suo trono in cima al Gianicolo. Era stanco ma felice, quanti birbaccioni puniti, quante ingiustizie raddrizzate.
Ma la città dove il dio giustiziere operava non dormiva mai, e per quanti fulmini lanciasse durante il giorno altrettanta delinquenza e iniquità rinascevano dentro e fuori quella finta cinta di mura chiamata Raccordo.
Così ben presto i suoi consumi superarono di gran lunga il limite di tolleranza stabilito dal contratto di fornitura elettrica. Dopo il terzo preavviso, come da penale sottoscritta all’atto della stipula, niente più corrente.
Ed ecco quindi Giove correre ai ripari e richiedere a mezzo raccomandata l’urgente riattivazione della fornitura, tra i pensionati in attesa e il commerciante pronto a litigare con l’impiegato postale.
«A nonne’, te sta a casca’ il pannolone» disse un coatto alludendo alla sua tunica divina un po’ troppo succinta per un ufficio postale di Trastevere.
Ogni bestemmia sarà lavata con un lampo – pensò Giove Capitolino furente – non appena riattivato il servizio.
Ancora due persone davanti. Uno per fortuna, privo di marca da bollo – cosa introvabile in quell’ufficio postale – ben presto abbandona la fila. Il prossimo è lui. Il dio è emozionato quasi dovesse gareggiare alle olimpiadi di Grecia.
Arrivato finalmente allo sportello, l’impiegato senza neanche alzare gli occhi tuffa quel che resta di un maritozzo secco dentro al caffè ormai freddato.
«Guardi che ha preso il bigliettino per il ritiro pacchi, lei doveva prende quello per le raccomandate, c’è scritto grosso così all’entrata.»
«Ma cosa cambia se questo servizio me lo fa lei? Insomma, lei non sa chi sono io!»
«Zitti zitti tutti, sentimo chi è sto padreterno…»
Ricominciare un’altra fila dietro quaranta persone no, sarebbe stato un affronto davvero insostenibile. Con sguardo infuocato Giove fissò tutti i presenti, dallo sportellista maleducato allo studente fuori sede con la barba incolta, col pensiero fisso di farla pagare per bene questa volta al genere umano.
Rimuginando vendetta e strascicando i piedi, risalì da via Dandolo, si riposò giusto un attimo su una panchina di villa Sciarra, e tornò a casa. Si era trasferito al Gianicolo da qualche tempo perché i prezzi al metro quadro al Campidoglio s’erano ormai fatti altissimi, e anche perché da qualche tempo in effetti ci bazzicava proprio brutta gente. Si stava bene comunque al Gianicolo, col teatrino delle marionette vicino e tanto verde. L’unico inconveniente era forse il cannone che quegli scalmanati facevano tuonare ogni mezzogiorno e svegliandolo così di soprassalto dal suo riposino di tarda mattinata. Proprio le ripetute vibrazioni del cannone avevano fatto crollare un bel tempietto in stile corinzio vicino al suo trono. A lui non importava molto, anzi la cosa a suo tempo lo divertì anche, perché era un tempio dedicato all’ex moglie Giunone, a cui doveva già pagare tra l’altro un bel po’ di arretrati di alimenti.
Guardando proprio una delle colonne crollate, Giove Capitolino ebbe, è proprio il caso di dirlo, una folgorazione. La compagnia elettrica gli aveva tagliato la corrente? Allora vorrà dire che anziché i fulmini avrebbe scaraventato giù dai colli pietre frantumate. In definitiva, un sercio si sa, può far male quanto una saetta.
Giove iniziò quindi a lanciare con foga mai vista prima grossi pezzi di pietra, cercando di lavare le offese a lui e alla città a suon di travertino. Peccato che, vuoi la vista annebbiata dalla rabbia, vuoi il peso delle pietre, i lanci risultarono assai più imprecisi di prima.
Fu da quel giorno dunque che i romani, come una nuova piaga da aggiungere ai tanti antichi problemi, dovettero far fronte a inspiegabili e immense buche che spuntavano improvvisamente davanti al loro cammino. Mentre i motorini truccati e i rider delle società di delivery vi precipitavano dentro, Giove provava una sorta di sottile, goduriosa rivalsa, pensando all’atteggiamento sciatto dell’impiegato postale o alla lettera arrogante e lapidaria della società elettrica.
Eppure, anche in quel caso gli eventi tolsero il sorriso al divino punitore, dal momento che i cittadini vessati da questo nuovo disservizio, lungi dall’attribuirlo alla punizione divina, se la presero con la giunta comunale, manifestando in gruppi sparuti e distanziati ed esibendo striscioni sgrammaticati.
Privato anche di questa ultima soddisfazione, Giove se ne tornò in Grecia, rispolverando il vecchio nickname “Zeus” e cercando senza tanta convinzione di consolarsi con il sole di Mikonos e lo yogurt al cetriolo, pensando con un po’ di nostalgia e qualche lacrima ai maritozzi e alla coratella di Pasqua persi forse ormai per sempre.

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