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Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Hai presente quell’abbraccio di lana azzurra nella torta del tuo compleanno? Com’è già che ci si sentiva? Fa freddo sotto le ginocchia, mi dici? Sara Noto Millefiori ricompone un tempo passato.

«Ehi, mi stai ascoltando?» disse lui.
«Sì, scusami. Ero sovrappensiero.»
Sovrappensiero. Usava spesso quella parola, scandendo le sillabe e pronunciando le doppie p come se fossero una sola. Ormai ci aveva fatto l’abitudine.
Alzò lo sguardo e lo trovò lì, come un miraggio, così sfocato da obbligarla a strizzare gli occhi.
«C’è qualcosa che non va?»
«Ma no, assolutamente.»
«Stai male?»
«No, no.»
«Non ti va di stare qui? Se vuoi cambiamo posto, andiamo via…»
«No, non ti preoccupare.»
«Ho detto qualcosa di sbagliato?»
«No. Sei perfetto.»
Si guardarono. Lei sorrise rassicurante, lui le tese la mano e le sfiorò il polso.
«Siete pronti?» chiese la cameriera.
«Per me un caffè e per lui…»
«Solo un caffè?» esclamò lui. «Ma no! È il tuo compleanno, festeggiamo! Vada per una fetta di torta, signorina.»
«Che torta desiderate? Abbiamo la Sacher, la panna e fragole, la Millefoglie…»
«Avreste la Setteveli? Ne avevo vista una esposta in vetrina, mi pare.»
«Certo, signore. Ve ne porto subito due fette.»
Si allontanò sorridendo.
«È la tua torta preferita o ricordo male?» disse lui.
«Ricordi bene.»
«Doppio strato di cioccolato, croccante alle mandorle, cremoso alla nocciola e cacao, glassa a specchio lucente…»
Le parole rimbombavano nella sua testa come un’eco in un vecchio pozzo profondo, per poi andarsi a nascondere in un angolo dello stomaco, gonfiando la parete di un palloncino dalla membrana tesa e vibrante.
Il ricordo della festa dei dieci anni si fece strada.
C’erano tutti: mamma, papà, Franci, le nonne, la Tina e zio Lino. Tutti intorno a un tavolo cosparso di coriandoli, stelle filanti e nastri dei pacchetti regalo.
Lei, davanti alla torta. I pasticcini erano già finiti da tempo: cioccolato e crema pasticcera sul viso e sulle labbra, una piccola amarena candita tra le dita fatta roteare vorticosamente spostando l’aria che sapeva di patatine, pizzette e tramezzini al salame e maionese. Li riconosceva tutti quegli odori, e quasi ne riusciva a sentire il gusto persistente in bocca, la dolcezza della crema al cacao che sedeva sulla punta della lingua, il sapore sapido del salame che sostava sul palato, l’acido del limone contenuto nella maionese densa e viscida che fuoriusciva dal pane in cassetta e le sporcava le guance.
La voce di zio Lino che sovrastava tutte le altre raccontava le solite barzellette propinate a ogni ricorrenza e la Tina che terminava la battuta con uno sbuffo e alzando gli occhi al cielo. Franci che rideva per il loro siparietto, mentre zio Lino inveiva contro Tina.
Poi, la mamma: «La volete o no, questa torta?».
Ricordava la velocità con cui aveva ingurgitato quella delizia e la soddisfazione che aveva provato. La forza e la decisione con cui aveva chiesto un’altra fetta. E il commento della mamma. «Adesso sei una signorina, Patti. Le signorine non si ingozzano di dolci come dei maiali.»
Poi nebbia. Voci indistinte. Gorgoglio della pancia.
I rumori cessarono e lei si ritrovò con le mani strette su un bicchiere d’acqua riempito fino all’orlo.
«Ecco a voi le fette di torta. Ah, buon compleanno, cara.»
La cameriera aveva fatto mettere una candelina rosa sulla sua fetta di torta, accanto a un talloncino con su scritto Tanti auguri.
Il triangolo di Setteveli svettava su un piattino bianco che creava un forte contrasto con il nero lucido della glassa e con la fiammella abbagliante della candelina.
Rimase immobile a guardare il fuoco. La fiamma ondeggiava davanti ai suoi occhi, non smetteva di sfrigolare e sembrava al stesse quasi sfidando. Iniziò a sentire caldo. La fiamma bruciava la cera che si scioglieva in lacrime rosa, imponendo la sua potenza. Sarebbe riuscita a fare sciogliere anche la glassa, la farcitura, la crema e il biscotto in fondo se avesse atteso qualche altro minuto. Quei veli, così sottili, così delicati, si sarebbero liquefatti in un attimo e lei avrebbe evitato la fatica di mangiarla per intero.
Se avesse avuto pazienza, se avesse esitato a soffiare sulla fiamma, il primo velo, la glassa a specchio lucente, si sarebbe fuso, nera lava rovente sul bianco ghiaccio del piatto.
Ma poteva scegliere di aspettare ancora un altro po’. Cosa saranno mai dieci o quindici secondi in più? Il secondo velo, così, avrebbe iniziato a staccarsi dalla superficie di nocciole.
«Penso sia arrivato il momento di esprimere il tuo desiderio, mia cara» la interruppe lui.
Penso sia arrivato il momento di esprimere il desiderio, mia cara, lo ripeté tra sé e sé, imitando la voce di sua madre. Poi soffiò.
I veli erano ancora intatti. La lava non era colata e la superficie non era che leggermente più morbida rispetto a prima.
La scrutò attentamente, ne guardò i contorni, il profilo. Poi alzò gli occhi su di lui, intento a leccare la forchetta sporca di cioccolato.
Così prese anche lei la forchettina. In che posizione avrebbe ottenuto la porzione più piccola? Sulla punta o sulla base del triangolo?
Intanto l’aria nello stomaco aveva ricominciato a gonfiare la membrana elastica. La sentiva vibrare e voleva farla smettere. Ma è difficile. Doveva scappare, lasciare lì la torta, inventare una scusa, andare via per sempre. Leggera, senza il brontolio, con un palloncino sgonfio dentro la pancia.
Controllo, mantieni il controllo. Un boccone, non oltre. La voce glielo suggeriva, lei lo metteva in pratica.
Iniziò a masticare lentamente, rivolse a lui una smorfia cercando di farla apparire come un sorriso di compiacimento. Dissimulare. Era la seconda regola.
Controllo, dissimulazione…
Dopo aver inghiottito il boccone, un piccolo pezzo di cioccolato le si incastrò tra i denti e lentamente iniziò a sciogliersi e a sprigionare il suo caldo sapore dolce nella bocca. Le venne immediato prendere la forchetta e tagliare un altro pezzetto, poi un altro e un altro ancora. Il cacao iniziò a danzare contro il palato con le nocciole, i cereali, la mousse morbida e aerosa. La panna grassa e spumosa le riempì la bocca, le cui labbra avevano assunto il colore del cioccolato fondente.
Sei ripugnante. Vergognati. Golosa, ingorda, insaziabile. Un pozzo senza fondo.
«Ti sta piacendo, eh?» disse lui.
«Vado un attimo in bagno» glissò lei. «Scusami.»
Si alzò e sentì subito lo sguardo della gente intorno, borbottii, bisbigli, voci offensive, commenti silenziosi.
Si chiuse in bagno, si mise per terra, in ginocchio, e cominciò.
Se tutto va male, se non riesci a controllarti, allora c’è un metodo istantaneo per sentirti bene: metti le dita in gola, inspiri profondamente, contrai l’addome e poi mandi via tutto.
Il pavimento freddo a contatto con le ginocchia, l’odore di candeggina e le mattonelle di ceramica bianca e nera le ricordarono la scuola.
La voce sicura che domandava al professore di andare al gabinetto e la stessa sicurezza con la quale girava la chiave della porta del bagno delle ragazze. Odore di piscio, scritte indelebili con gli uniposca alle pareti e mozziconi per terra. Poi lo scorrere dell’acqua dal lavandino per coprire il rumore.
Clop, clop, clop
No, ancora più forte, potrebbe sentirsi.
Shhhh, shhhh, shhh
Adesso, però, stavano bussando alla porta.
«Signorina, va tutto bene?»
Forse stava lì da troppo tempo.
«Sì, tutto bene!»
Era arrivato il momento, doveva farlo ora.
Sentì il palloncino dentro la pancia esplodere, punto da un ago sottile, poi caldo, caldo rovente.
Infine, il sapore di cioccolato risalire in gola, le nocciole, la farcitura zuccherina. Velo sei, velo cinque, velo quattro…
Acido e dolce insieme, che strano accostamento per altri, per lei un gusto ormai ben conosciuto.
Tirò lo sciacquone. Le scorie iniziarono a vorticare e poi scendere giù per lo scarico, osservate dall’alto con soddisfazione. Sentiva di essersi liberata di un macigno di impurità.
Uscì dal bagno.
«Scusi se sono stata tanto, avevo un po’ di nausea» si giustificò alla donna di fronte alla porta.
Sentì il suo sguardo posarsi sul ventre. Pensò a quanto fosse gonfio e lo coprì con il braccio, come un bambino da proteggere. Bisognava aspettare un po’ e, di solito, in cinque o sei minuti sarebbe tornato sgonfio e piatto. Poi andò davanti allo specchio, guardò il viso pallido, le labbra tagliate, gli occhi arrossati. Portandosi l’acqua al viso enfatizzò il movimento delle mani, magari qualcuno si sarebbe accorto delle nocche arrossate e piene di calli, dei segni dei denti sul palmo, ma invece nulla. Nessuno si accorgeva mai di nulla.
Tornò al tavolo. La gente non la fissava più, nessuna voce proveniva dagli altri tavoli.
«Patti, tutto bene? Mi stavo preoccupando.»
«Benissimo, c’era solo tanta fila. Ottima la torta.»
Lui le sorrise. Lei ricambiò.
Appena si alzarono non sentì la presenza del palloncino. La membrana aveva smesso di vibrare. I pensieri e i ricordi si erano volatilizzati. La Setteveli non esisteva più.
Uscirono dal locale camminando a braccetto. Lei si sentiva un uccellino sul ramo robusto di un albero. Le piaceva sentirsi così. Un fragile cardellino. Esile, leggera. Così per sempre.

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