Condividi su facebook
Condividi su twitter

Richter 8.9

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Mikio non riesce più a modulare le onde del suo karesansui. Si sono fermate. Si sono abissate nel “terremaremoto” di Tōhoku. Sta per sollevare una mano. Andrea Talamonti si allinea a un’eco ancora vibrante.

Mikio osserva soprappensiero dalla finestra della cucina la bianca ghiaia modellata da sapienti mani a riprodurre corsi d’acqua e a simulare onde. Il karesansui di casa ha perso da mesi la capacità di farlo rilassare. Di zen, quel giardino oramai ha ben poco.
Onde, poi la quiete e di nuovo onde e acqua, tanta acqua.
Porta alla bocca la capsula di litio e sorseggia acqua per aiutare la magica pasticca blu a defluire nel suo stomaco che lo aiuterà a far defluire l’incubo che infesta e alberga nella sua testa. Almeno per qualche ora.
Perché, ancora, sono ben fisse nella sua mente le immagini brutali di quell’inizio marzo.

Mikio si trovava al piano superiore dell’aeroporto di Sendai, nella zona dedicata ai ristoranti, in attesa della bistecca di wagyu appena ordinata, rilassandosi e godendosi il panorama attraverso la grande parete vetrata che lo separava dai dock e dalla pista di decollo. Immaginava, sorridendo, sua moglie Amaya intenta a preparargli la cena, dolci manicaretti di bentornato. Un pasto veloce e poi di fretta in camera a fare l’amore per poi addormentarsi. Bramava il riposo più di ogni altra cosa, soprattutto a seguito di quelle strane sensazioni che aveva provato negli ultimi giorni. Deve essere l’avvento della primavera, aveva pensato.
Erano appena passate le 14:30 e il suo volo per Osaka sarebbe dovuto partire dopo circa 3 ore. La trattativa con il governatorato di Fukushima si era rilevata più semplice del previsto, soprattutto per un professionista del suo calibro, colui al quale l’amministratore delegato della casa farmaceutica per cui lavorava assegnava sempre gli incarichi più complicati per via delle sue capacità empatiche e della sua solidità caratteriale.
Il terremoto arrivò silenzioso e all’improvviso con la stessa schematicità e consuetudine con cui quotidianamente la vita scorreva convulsa nello scalo aeroportuale più importante della regione. Un copione scritto milioni di anni fa del quale a nessuno è dato sapere quando verrà inscenata la prossima replica.
La terrà cominciò a vibrare e con essa tutta la vita sovrastante.
Con la medesima naturalezza di attori ben istruiti alla recita, Mikio e le persone presenti nel ristorante misero in atto la rappresentazione del manuale del perfetto sopravvissuto alle calamità naturali, capitolo terremoto. Si acquattarono al pavimento cercando riparo vicino alle strutture portanti e lontano dai numerosi oggetti che oscillavano minacciosi.
Ben presto, tutti si resero conto che questa volta sarebbe stata diversa, qualcosa di mai vissuto, nessuna regola e nessun tutorial che potesse essere di aiuto.
Mikio avvertì nuovamente quelle sensazioni che lo avevano messo in allerta giorni prima. Un vago sentore di incertezza e inadeguatezza a lui completamente sconosciuto. Dal rifugio che aveva individuato poteva solo vedere i lampadari che roteavano vorticosamente e sentire le urla di spavento di adulti e bambini. Il vago sentore si tramutò inaspettatamente in paura. Cominciò a tremare. Lacrime copiose sgorgarono dagli occhi, un pensiero rivolto alla sua famiglia, sicura a chilometri di distanza. Voglio vivere, disse.
Il moto sussultorio del pavimento entrò presto in risonanza con il tremore del suo corpo. Oscillazioni sempre più ampie che percorrevano ogni centimetro del suo corpo. Ogni singolo atomo sottoposto a vibrazioni che man mano acceleravano esponenzialmente. Con orrore osservò prima le mani poi le braccia e il busto che assumevano contorni via via meno definiti e più ampi. Percepì nel suo corpo come piccole cricche di fatica che sottoposte a quell’immane sforzo ciclico si facevano strada nelle ossa, negli organi, creando solchi, lesioni, fratture fino a che, dopo più di cinque o sei minuti, la scossa terminò bruscamente e qualcosa si ruppe definitivamente in lui.
Sul pavimento ricoperto di calcinacci e frammenti di vetro di un anonimo ristorante del più grande scalo aeroportuale a nord di Tokyo si ritrovarono inermi, a terra, due Mikio apparentemente del tutto identici.
Un cameriere aiutò i due gemelli a sollevarsi. Perplesso, non fece in tempo a fare domande. Lo sguardo fisso oltre la vetrata. Sul suo volto comparve un’espressione di puro terrore. Un muro d’acqua e detriti stava ricoprendo la vasta area delle piste trascinando con sé valigie, veicoli, persone e tutto ciò che incontrava nel suo moto inarrestabile. I tre spettatori guardarono giungere le ondate successive con tutto il loro carico di morte e distruzione. Mentre il livello dell’acqua continuava a salire e a farsi strada, all’interno dello scalo un Mikio si accovacciò ginocchia al petto, inebetito, portando le mani alla testa e ripetendo rapidi mantra senza senso. L’altro, come a suo agio in tutta quella confusione, cominciò a ridere, una risata isterica, mentre sbatteva la mano aperta contro il vetro e gridava frasi profetiche di una prossima fine del mondo.
La mano indolenzita dall’ossessivo sbattere. Il Mikio esaltato si girò verso il Mikio sommesso, lo afferrò per il gomito e lo trascinò fuori dal ristorante, su per delle scale di emergenza che li portarono in una terrazza con vista a trecentosessanta gradi su quell’orrore.
«Io e te dobbiamo parlare» disse Mikio l’esaltato. «Quello che ci è capitato è qualcosa di ECCEZIONALE!» gridò in maniera euforica.
«Stai scherzando, vero?»
«Ma non capisci? È un segno divino. Dio ha voluto distruggere migliaia di vite, ma a noi ne ha donata un’altra.»
«Tu sei pazzo! Questa è una maledizione. Ma non pensi alle conseguenze? Come faremo con Amaya, con la nostra famiglia, il nostro lavoro.»
«Noi vivremo.»
«Come, cazzo? Chi dei due vivrà la nostra vita? Chi dovrà allontanarsi e rinunciare a tutto per sempre?» chiese sconvolto il Mikio. «Dio, voglio morire» concluse.
«E chi ti ha detto che uno di noi due debba rinunciare a qualcosa? Stai tranquillo, fidati di me» disse Mikio con occhi spiritati e un sorriso esaltato.
Fu così che cominciò a descrivere il suo progetto e i due discussero sui dettagli di come organizzare la loro nuova vita. Innanzitutto, avrebbero vissuto a giorni alterni. Mentre un Mikio adempiva ai propri compiti di marito, manager e uomo sociale, l’altro Mikio si sarebbe rinchiuso nell’interrato del capanno degli attrezzi, da anni in disuso, per poi riemergerne il giorno successivo e darsi il cambio.
Ognuno avrebbe potuto esprimere la propria personalità senza alcun vincolo, ma le azioni dell’uno non avrebbero dovuto mai pregiudicare l’esistenza dell’altro.
Sugellarono il loro patto di vita in quello scenario di morte. Un patto folle ma, d’altro canto, sempre meno assurdo di quanto stava accadendo tutto intorno a loro.
Stabilite poi le modalità del loro rientro a casa ed estratto a sorte chi per primo avrebbe abbracciato la moglie, abbandonarono la terrazza e rientrarono nell’edificio. Approfittarono della confusione per cambiarsi i vestiti e cercare di dare meno nell’occhio. Va bene essere gemelli omozigoti, ma addirittura vestiti uguali, anche no!
Uno scelse un abito Armani attillatissimo con cravatta Hermes e scarpe di coccodrillo Dolce e Gabbana. L’altro, jeans Lewi’s, sneakers, maglietta e un felpone nero due taglie più grandi. Il cappuccio, ovviamente, ben alzato in testa. Si divisero momentaneamente. I soccorsi non tardarono e dopo un paio di giorni i Mikio si ritrovarono di nuovo a Osaka e misero in atto il piano.
Ai loro occhi, tutto sembrava procedere per il verso giusto.
Non poterono comunque fare a meno di notare sul volto delle persone un certo disagio a frequentarli. Disagio dovuto all’alternanza dei due caratteri, alle differenze nell’approccio e alle variazioni improvvise degli stati mentali. Montagne russe su cui amici, parenti e colleghi erano costretti a salire, in folli saliscendi tra euforia e ansia, onnipotenza e timidezza, energico e passivo, aggressività e remissione, maniacale e depresso.
Tutto era però giustificato e perdonato a un reduce dall’inferno di Fukushima.
Amaya, ovviamente, soffriva più di tutti la situazione. Capitava che il marito si rinchiudesse per ore nel buio della stanza o che si allontanasse ore e ore rientrando poi ubriaco. Un profumo di donna addosso.
Un giorno era un marito modello, dolce, attento e premuroso, l’altro uno sconosciuto iroso e scorbutico.
Anche con il sesso era divenuto tutto una follia. C’erano giornate in cui la possedeva a qualsiasi ora, situazione e posizione, e altre che le piangeva accanto nudo e impotente, uno straccio fra le gambe.
Lei, confusa e affranta, cominciò ad allontanarsi da quell’estraneo, così come al lavoro cominciarono ad assegnargli compiti sempre meno importanti fino a quando fu relegato ad attività non di rilievo, spesso di segreteria.
La situazione stava precipitando.

I due Mikio si affrontarono un in tardo pomeriggio di ottobre quando Amaya non era in casa, costretta a doppi turni di lavoro per sopperire alle mancanze del marito.
Cominciarono a vomitarsi addosso ogni offesa e ingiuria. Ciascuno era colpevole del fallimento del progetto agli occhi dell’altro. Ben presto vennero alle mani. Dalle prime schermaglie, schiaffi e spintoni, finirono con l’azzuffarsi a terra. Le onde d’urto generate dallo scontro tra i due corpi si trasmisero attraverso il terreno a tutto l’edificio. Le pareti, i quadri, i lampadari, gli oggetti tutti cominciarono a vibrare all’unisono.
I corpi si intrecciarono in una morsa letale, sempre più stretta, fino a quando non fu più possibile distinguere i due Mikio, ormai fusi in una sola identità. Tutto si placò, all’apparenza.

La vetrata che separa la cucina dal karesansui è una finestra che volge lo sguardo indietro nel tempo a quel giorno che fu di orrore. Una ferita che si riapre a ogni affaccio, lo sguardo rivolto verso quelle onde di ghiaia parallele. Parallele ed equidistanti come le due identità che in lui ormai convivono, alternandosi ciclicamente e senza mai incontrarsi. Chissà forse all’infinito, pensa.
La pasticca blu si scioglie nell’addome e libera migliaia di minuscole fate bianche che si involano per l’apparato circolatorio su fino al cervello, con l’intento di stabilizzare l’umore di Mikio.
Piccole scosse di assestamento percorrono il suo corpo.
Chiama Amaya, ma il suono di quel nome non può diffondersi nel vuoto che ha lasciato in quella casa, abbandonandolo.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'