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Degustazione di un amore finito

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Illustrazione di Agrin Amedì
Questo vino ha un gusto agrumato, l’arancia scompare all’improvviso nei tuoi occhi. Dove sei? Silvia Tranfa sorseggia un amore astemio.

Sono arrivato tardi come al solito. Non è perché sono inaffidabile come dici sempre tu, è il lavoro. Quando ho già infilato la giacca e sto per chiudere la porta della mia stanza il telefono inizia a squillare e allora mi tocca tornare indietro per rispondere. Stasera è successo di nuovo, una mail da inviare all’ufficio commerciale, è per questo che ho fatto tardi. Comunque era tardi ma non così tardi. Quando sono entrato nella stanza con le pareti di vetro alla fine del corridoio dedicato al vino rosso, il sommelier si stava ancora presentando. Paolo Abete, capelli brizzolati, cravatta verde petrolio, più di cinquemila bottiglie recensite durante la sua carriera, ama particolarmente il nebbiolo piemontese. ‹‹Buonasera, scusate il ritardo›› gli ho detto, anche se le scuse con il ritardo non c’entrano, è una questione di rispetto dici tu. Per fortuna che tutti voltandosi mi hanno sorriso, altrimenti lo so quanto ti saresti vergognata. Mi sono messo a sedere in ultima fila, sul banco c’era un cestino di vimini con della focaccia spolverata con il sale grosso, come piace a te. Paolo Abete ha impiegato più di un’ora per spiegarci le regole dell’assaggio e quando la ragazza bionda con il grembiule nero ha iniziato a passare tra i banchi. Finalmente si beve, ho pensato. Lo so che tu avresti preso appunti. Non ti piace il mio essere così approssimativo. Anzi, superficiale, come dici tu. Ma io sono fatto così, vado al sodo. Dei nomi dei vitigni, gli innesti, le uve e le stagioni non mi interessa granché. O meglio, non me ne frega proprio niente. Anzi, se tua madre non ci avesse regalato questo corso neanche mi sarebbe mai passato per la mente di fare una cosa del genere. Ora che ci penso non so neanche cosa ci faccio io qui senza di te. Avrei dovuto ordinare una pizza stasera e starmene in mutande a guardare per l’ennesima volta Donnie Brasco. Non ho bisogno della compagnia di questi quattro sconosciuti con le facce da imbecilli.
Ho preso il calice pieno con il liquido giallo paglierino che ancora traballava all’interno e l’ho sollevato all’altezza del mio mento. Nel bicchiere sono apparsi dei fiori viola, quelli della blusa della ragazza riccia seduta davanti a me, e io ho iniziato a sentire nelle narici profumo di lavanda, quello dei tuoi vestiti. Ho fatto il primo sorso e le bollicine mi hanno fatto il solletico. Il gusto un po’ agrumato del vino mi ha legato lingua e palato e per un minuscolo frangente di tempo sono rimasto muto. Incapace di parlare come il mese scorso, quando sono tornato a casa nostra tutto bagnato perché non avevo l’ombrello e al posto di trovarti sull’uscio con un asciugamano pronta ad aiutarmi ho trovato un tuo biglietto sul tavolo. Me ne vado, perdonamic’era scritto. L’aspro dell’arancia è sparito all’improvviso e il sapore di frutti rossi mi ha risvegliato la lingua intorpidita. Sai che almeno avrei voluto parlarti? È tipico del tuo atteggiamento sbraitare senza lasciar parlare. E ti sono anche venuto a cercare, pensa te. Ma dove te ne sei andata, dico io. Ti ho cercata dappertutto; la tua amica Catia non sa niente – o perlomeno così dice – e quella stronza di tua madre neanche mi risponde. Non lo sai che dovresti lasciare anche agli altri la possibilità di controbattere? Altrimenti perché certe cose si chiamano relazioni, eh?
‹‹Bene, adesso passiamo al secondo assaggio, questo è un vino totalmente diverso, più corposo e strutturato, notate bene la differenza›› ci dice Paolo Abete. Il sapore di legno affumicato ti arriva alla testa già quando stendi la prima goccia sulla punta della lingua. Io non ci capisco tanto di vino, o forse come dici tu non ci capisco tanto di niente che non sia la costruzione di ponti, ma se per una volta posso finalmente esprimere la mia opinione ignorante, questo retrogusto di fumo mi ricorda l’ultima volta che siamo stati a cena fuori. Lascio galleggiare il liquido nelle pareti della bocca e il solo pensiero di quella cena mi provoca un’inaspettata contrazione del diaframma e dei muscoli addominali, potrei vomitare. Io lo so che senza quella cena saremmo ancora insieme, perché quali problemi ci fossero tra me e te non hai saputo dirmelo. Te ne sei andata con un biglietto e delle scuse, anzi tu te ne sei andata libera, il biglietto e le scuse invece le hai lasciate a me. Io parlerò anche solo di travi e plinti ma almeno costruisco. E tu, cosa mi dici di te?
Mando giù un sorso e sento il calore scendermi giù per la gola. Hai iniziato a vociare mentre tornavamo a casa, hai detto che non ce la facevi più, perché io mi preoccupo solo di me e non mi curo di te. ‹‹Ma non lo vedi che viviamo due vite parallele?›› mi hai urlato sbattendo il pugno destro contro il finestrino della macchina e facendomi sobbalzare, per poco non passavo con il rosso. Ma quali vite parallele, se viviamo sotto lo stesso tetto e ogni sera ci incrociamo perfino nel letto visto che tu dormi in diagonale. E pensare che a questo cretino piace sentire i tuoi piedi freddi che gli urtano i polpacci, quando a poco a poco lo spingono verso il bordo del materasso. ‹‹Dario non ti rendi conto che non abbiamo più niente da dirci?›› mi hai urlato ancora dato che io non rispondevo, stavolta però mentre gridavi avevi gli occhi lucidi. L’alcol mi inizia a far girare la testa, a stomaco vuoto lo sai anche tu, reggo solo un paio di bicchieri. Faccio un sorso ancora, forse altri due, e stavolta il vino mi punge la punta della lingua provocandomi un piccolo brivido nella bocca. Cosa vuol dire che ceniamo in silenzio davanti alla tv? Un bel niente. Non vuol dire un bel niente. Mangiamo insieme sì, e c’è anche la tv che parla mentre noi ce ne stiamo zitti, perché ci va così. Raccogliamo i pensieri. Da quando siamo obbligati a parlarci io e te? Addento la focaccia e il sale mi stimola la salivazione. Non so perché anche quella sera sono rimasto in silenzio e con la bava alla bocca. Tu però non mi avevi mai guardato con quegli occhi lì, neanche la prima volta che ci siamo incontrati, quando era vero che non avevamo ancora niente da dirci. Ho sete, vorrei dell’acqua e invece afferro il terzo bicchiere di vino. Un pugno di fiori d’arancio mi colpisce dritto in faccia mentre tiro il naso fuori dal calice. Il tuo odore mi rimbalza dentro fin allo stomaco. E sento una fitta. Quando è successo che me ne sono andato? Voglio fare un altro sorso. Mi immergo di nuovo nel bicchiere ma stavolta il pugno diventa una carezza. Il tuo odore si spalma sulla punta del mio naso e poi scende giù, appena sotto le narici, mi fa il solletico e dopo poco svanisce. Ti cerco. Avvicino le labbra al bordo del bicchiere e lascio che il vino le sfiori. Ora tu sei qui, aggrappata alla mia bocca bagnata, provi a non scivolare giù nell’esofago, sento le tue dita stringersi attorno alle mie tonsille mentre dici ‹‹stai un po’ con me stasera››. Ma io sono distratto e ubriaco, faccio per deglutire e ti sento appenderti alla mia ugola. La tiri verso il basso per farmi parlare, come se fosse la corda di una campana. ‹‹Dimmi cosa pensi, Dario. Guardami e dimmi a cosa stai pensando››. Ma io sono stanco stasera, è stata una lunga giornata. Non mi va di risponderti. Deglutisco, guidando il vino profumato verso la faringe e poi giù lungo l’esofago. Ti sento precipitare lentamente nel mio stomaco e capisco finalmente dove sei finita. Perdonami se ti ho inghiottita, avrei dovuto lasciarti andare. Ed è proprio nell’attimo in cui realizzo questo pensiero, che il senso di colpa spinge verso l’alto l’alcol che ho nello stomaco e io ti lascio finalmente libera, facendoti precipitare sulle scarpe di camoscio di Paolo Abete.

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