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13, massimo 14 anni

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Illustrazione di Agrin Amedì
Doveva avere 13, massimo 14 anni. La mano protesa. Il gomito sullo sterno del bambino. Doveva essere una bambina, ma forse poteva essere una donna. Aurelio Nappi ritrae un’esistenza ai margini.

Una bambina di tredici, massimo quattordici anni, capelli sporchi, vestiti logori, alle prime luci dell’alba, col freddo, cammina su per il marciapiede. La gonna leggera e sudicia lascia scoperti i polpacci. L’unica cosa buona che indossa è uno scialle di lana variopinta. Le scarpe sono rotte, i calzini bucati.
In cima alla salita si va a sedere sul gradino di quel palazzo proprio di fianco alla chiesa. Si sistema bene su un cartone che si era portata dietro, si appoggia il neonato sulle gambe e, senza guardarlo, ci posa sopra il gomito con la mano protesa in attesa di qualche spiccio.
Sotto la gonna disordinata spunta lo stinco della gamba destra incrociata sull’altra, pieno di graffi più neri di sporco che rossi di sangue. Il volto è nero, sozzo, che sembra che si sia sporcata apposta. Il vestitino del figlio che ha in braccio è di lana azzurra, sembrerebbe fatto a mano, ed è pulito. La bambina passa la giornata in quella posizione. Ogni tanto sputa da una parte, ogni tanto dà una scrollata al neonato che ha in braccio per farlo smettere di piangere. Il suo volto non trasmette emozioni. Non guarda chi le si avvicina, non ringrazia chi le mette del denaro in mano. Non cambia espressione quando mette i soldi in tasca o quando passa ore ad attendere immobile che passi qualcuno. Non cambia espressione nemmeno quando il bambino piange e gli dà il seno.
La sera, a fine giornata, quando la chiesa ha chiuso da un pezzo, arriva una macchina di grossa cilindrata, scende un uomo, si fa dare le monete della giornata – non sento cosa le dice, ma la tratta male, le dà anche uno schiaffo, poi la getta dentro la macchina sul sedile posteriore senza curarsi del bambino che lei cerca di proteggere col suo corpo. Lei, senza espressione, si siede e aggancia la cintura di sicurezza mentre l’auto scappa via.
Il giorno dopo la bambina sale per il marciapiede con gli stessi vestiti, lo stesso scialle, la stessa andatura e lo stesso bambino, ma con un ematoma sullo zigomo gonfio.
Passa la giornata con la mano stesa senza cambiare espressione e la sera la scena si ripete come quella del giorno prima.
Va avanti così per giorni e giorni e la bambina si presenta sempre più malconcia: lividi, cicatrici; oggi ha anche un braccio al collo tenuto su col suo prezioso scialle, ma lei riprende la sua attività con la stessa espressione di sempre. Ogni tanto sputa di lato e oggi sputa anche sangue.
A un certo punto un tale, invece di una moneta, le mette in mano un fiore. Lei lo guarda nella sua mano sporca per un istante, non cambia espressione, e se lo mette in tasca insieme alle monetine.
A fine giornata, appena la porta della chiesa all’imbrunire si chiude, lei si alza, si sfila dal braccio dolorante lo scialle caldo e con esso avvolge con delicatezza il figlio, lo porta davanti al portone della chiesa, lo appoggia con cautela a terra sul cartone che da giorni le serve da sedile e bussa forte a una porta di legno.
Fatto questo, si gira verso la discesa. Ma poi si ferma. Si gira di nuovo, si abbassa sul viso del bambino e gli dà un bacio sulla guancia. Lui, senza capire, sorride. La ragazzina allora cerca il fiore che ha in tasca. Non è più bello come prima. Senza cambiare espressione, lo rimette in tasca, è troppo rovinato per lui, cerca tra l’erba se trova un altro fiore, ma non ce ne sono, gli lascia un sassolino sul petto; poi, sentendo aprire la porta, scappa via.
Qualcuno dalla chiesa ha già portato il bambino al caldo e lo sta curando. Quando arriva la macchina di grossa cilindrata la chiesa è chiusa di nuovo e non c’è nessuno da maltrattare. Suona nervosamente il clacson, gira intorno alla piazza, suona, gira ancora e poi sgomma via.

Questa sera c’è una donna di tredici, massimo quattordici anni, senza uno scialle rannicchiata in un vicolo tra due cassonetti dell’immondizia che si stringe le ginocchia e piange. Ha un fiore sciupato in tasca e questa notte probabilmente la passerà lì.

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