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Siete tutti invitati

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Illustrazione di Agrin Amedì
Giacché prima o poi si muore tutti, ecco che cosa dovete fare quando sarà il mio turno. Oh! Ci senti? Tommaso Toresi compone un lascito scoppiettante.

A quanto pare sto morendo e queste sono le disposizioni testamentarie riguardanti il mio funerale.
Non sono mai stato un fervente cattolico o credente di qualsiasi altra fede. Sì, lo so di essere stato battezzato alla nascita, di aver fatto la prima comunione eccetera.Tutto vero, però dai, mi sembra chiaro di aver fatto la cresima solo per le pressioni sociali.
Niente messa, niente omelia o discorsone di parenti in lacrime. Niente “era proprio un bravo ragazzo, salutava sempre”, vi prego. Tanto ognuno di voi avrà un’opinione diversa di me e lo so benissimo anche da vivo.
Il bello dei funerali è sempre il dopo. Quando in gruppetti ci si divide e si va a mangiare qualcosa tutti insieme. Si chiacchiera rivangando certi eventi passati, in genere divertenti, cercando di tirarsi su il morale l’un l’altro, gettando luce sul lato più vitale del defunto.
Vorrei quindi che ognuno si tenesse per sé quello che ha da dirmi e me lo dicesse a casa. Appena riceverete la notizia della mia dipartita, vi prego, chiudete gli occhi, mandatemi a quel paese o abbracciatemi. E basta. Vorrei che quando mi verrete a trovare tra di noi fosse tutto risolto così che possiate godervi appieno la festa a cui ho pensato. Sì, festa, avete letto benissimo. Niente errori di battitura, niente demenza pre mortem, voglio solo una cazzo di festa. Gigantesca.
Lo sapete che ho sempre amato stare insieme a tanta gente. Quindi prendete il mio telefono e scrollate tutta la rubrica invitando tutti – ma proprio tutti – i contatti presenti, anche l’idraulico, alla festa che si terrà il giorno x all’ora y nel posto z.
Voglio essere per l’ultima volta il cardine che ha permesso che quella coppia lì si conoscesse e si innamorasse, vorrei essere ancora il motivo di una lite e vorrei che qualcuno mi maledisse ancora per averlo costretto a presentarsi in circostanze in cui non avrebbe mai più voluto trovarsi. Sarebbe per me una fonte di godimento che mi porterei appresso per l’eternità.
Bando alle ciance dunque, il modo in cui voglio essere celebrato è con un rave. Un gran bel rave. Mo vi spiego: prendete una barchetta che fa acqua da tutte le parti, non è importante che sia sana tanto andrà a picco in ogni caso. Anzi se c’avete voglia sarebbe carino che la fabbricaste voi, tanto non dev’essere micaun’opera d’ingegneria, basta che stia un po’ a galla. Questo perché nelle Filippine pare che i morti accollino la pratica di fabbricare la bara ai propri cari. E l’idea di darvi sta scocciatura un po’ mi fa sorridere; abbiate pietà però e fatemi sto cazzo regalo. Che poi voglio dire, co’ tutte le lauree che c’avete tra ingegneri di astrocazzola e architetti biodinamici, dovrebbe essere ‘na cazzata, no? Quindi, portata a termine questa pratica, mi ci buttate dentro con tutti i miei averi. Che se la situazione resta quella che è, non credete, quindi anche carico e trasloco non dovrebbe essere una faccenda troppo complicata. E non vi preoccupate di lavarmi o vestirmi caruccio eh, tanto – come dicono i tibetani – io avrò lasciato casa da un pezzo. Ricopritemi di legna secca e buttate benzina a pioggia sul cumulo delle mie cose. Ecco, se qualcuno dovesse avere ancora qualcosa da dirmi o da recriminarmi può tranquillamente scriverla su un pezzetto di carta qualsiasi e lasciarla lì con me. Avrò modo di leggere tutto in seguito. Poi lasciate che la barca vada a largo. Sì, ho dimenticato di precisare che ovviamente la cerimonia andrà fatta in spiaggia. Contro la sepoltura non ho niente in particolare, però Zarathustra ha detto che la morte inquina la terra, e sinceramente non mi sono fatto tutti questi anni di differenziata per farmi cazziare sul finale. Siate comprensivi dunque, sono le mie ultime volontà, dopotutto. Non ho particolari preferenze sul litorale, però no, Ostia no, per favore. So che è comoda ma proprio non la sento mia, ecco. Poi ci sarà da pensare al legname, un falò non me lo toglie nessuno. Ma mica un semplice falò. No no, deve essere una roba titanica. E a tal proposito gradirei che tutti i soldi che solitamente spendereste in fiori e ghirlande siano devoluti in legname a tale scopo. Amo i fiori, li ho sempre amati, purtroppo però non potrei godermeli, perciò niente. Semmai portatene un mazzolino a mia mamma e mia sorella. Niente di più. Prendete soldi che mi restano e spendete tutto in legna, cibo, alcool, tanto alcool. E droga, non dimentichiamo la droga. Non ho mai avuto una grande passione per le droghe, semmai giusto quelle ricreative e infatti punterei su quelle. Però in quel giorno non vorrò negare alcun vizio a nessuno. Non facciamo che poi il prossimo che mi raggiunge dall’altra parte mi viene a dire che era carino il mi funerale eh, però mejo il concerto di Vasco. Non potrei sopportarlo. Quindi a quel mio povero compagno del liceo che sta sotto alla coca, perché alla fine ha scoperto che a fare economia non c’è niente di bello e l’unica gioia che gli è rimasta è la dama bianca, non gliene vogliate, stringetegli la mano e nel mentre allungategli una bustina. Voglio vedervi ballare, cantare, fare l’amore intorno al fuoco allucinati. Scatenati e allucinati come in Madagascar dove fanno questa cosa troppo fica che si chiama “la rotazione delle ossa”. Sì, dove disseppelliscono i propri morti e ci ballano per una notte intera intorno al fuoco e poi li rimettono sotto terra fino alla prossima scadenza. E per inciso, ringraziate che non vi ho chiesto di scomodare il poro nonno. Poi non dite che non sono clemente. Per la musica fate come volete, l’unica cosa è che dovrà essere tanto forte da rincoglionirvi e poi a una certa gradirei che faceste partire tizianone. Non esiste pianto di un romano senza Tiziano Ferro.
Ora, quando tutto sarà allestito, il fuoco acceso e la musica vi starà trascinando chissà dove, io sarò ormai abbastanza lontano dalla costa, ma non ancora fuori portata. A chi di voi non è già completamente perso chiedo di recuperare gli archi e le frecce che il caro vecchio Giorgio ha portato dalla riserva di montagna (non vi siete dimenticati di invitare Giorgio, vero?). Ecco, prendete l’occorrente per far di voi tanti piccoli Guglielmo Tell e accendete le punte. E ora, un bel respirone, cercatemi bene nell’oscurità piatta del mare e chiudete un occhio per prendere bene la mira. Mandatemi un ultimo saluto, con quell’occhio strizzato – probabilmente starò facendo altrettanto nello stesso momento – eee… scoccate!

 

 

… Che mire di merda.

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