La ragazza di cristallo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Io sono fatta di cristallo. Rifletto ogni cosa. Prendo il peso di ogni cosa. Mi rompo facilmente. Bisogna saperlo maneggiare, il cristallo. Fabrizio Fraleoni dà vita a un essere denso e altrettanto rarefatto.

Fino a poco tempo fa avevo un corpo normale. Pelle, carne, organi. Ora non più. Ora sono fatta di cristallo. Non pieno. Vuoto. Di ogni organo, di ogni tessuto si vedono i contorni trasparenti. Se mi picchiettassi la pancia con le dita sentirei il suono di un brindisi. Un brindisi lungo un’eco. In cui vibro tutta. Ma devo stare attenta. Basterebbe un colpo. Un piccolo colpo dato nel punto giusto e subito mi frantumerei. Poi scricchiolo. A ogni movimento strido e scricchiolo. Lo stridore lo deduco dalle crepe che nascono. Poi spariscono. Poi nascono di nuovo. Sanguinano. Sanguinano sangue caldo. Anche se non sento dolore. Non voglio sangue. Non voglio crepe. Per questo mi muovo piano. Come il primo giorno di questo ultimo anno di liceo. Come la scritta sul muro davanti scuola. La vernice rossa ringhiava “Gaia cagna”. Il primo scricchiolio l’ho sentito là. Gente che mi fissava. Dita puntate così lunghe da trafiggermi gli occhi. Sorrisi sotto i baffi. Si aprivano lenti, come affondi di coltello. Bisbigli. Occhi sui telefoni. Occhi su di me. Poi di nuovo sui telefoni. Poi di nuovo su di me. Una pallina invisibile saltava dagli schermi alla mia faccia. Alla mia bocca. Alle mie gambe. Ovunque. Come se avessi qualcosa addosso. Come se avessi sterco di piccione sulla schiena. Insetti sulle spalle. Tutti sembravano vedere qualcosa. Tutti, tranne me. Quei mille occhi pesavano. Spingevano per entrare. Alla fine, hanno vinto. L’hanno penetrata tutta la mia pelle. Un formicolio. Una scossa. Poi l’ho vista. L’ho sentita. Il freddo l’ho sentito. L’ho anche toccata la prima pelle di cristallo. Un involucro sopra della carne viva. Rossa e lucida. Tutti la guardavano. Dicevo basta. In quei telefoni le foto. Le mie foto. Tutti ne parlavano. Per tutto il giorno. Tutti i giorni. Sempre di più. Non le ho volute vedere perché dovevo pensare alla mia carne. Anche lei, in quei giorni, è diventata di cristallo. Non potevo più nasconderlo il mio nuovo corpo. Tutti, ormai, l’avevano visto. Qualcuno rideva quando vedeva i miei muscoli, i miei nervi. Altri invece avevano paura. C’è chi mi ha sempre sorriso. Chi mi voleva bene. Chi aveva paura delle mie vene, delle mie arterie. Del mio sangue. E mi evitava. Non l’ho più sentita, la loro voce. Tutti gli altri, invece, mi avevano dato nuovi nomi. Non più Gaia. Per alcuni Brocca. Per altri Puttana. Una puttana che fa cose. Alle mie orecchie di cristallo arrivavano parole, dettagli, insulti. Arrivavano poco a poco, in fila. Io, sempre più trasparente. Fino alla porta dell’ufficio del preside. Mi aveva chiamata. Si vedeva che lui, spaventato dal mio corpo di cristallo, non toglieva gli occhi dai miei polmoni. Dal mio intestino teso. Non riusciva a guardarmi in faccia. Non aveva il coraggio neanche di parlare. Mi ha fatto solo vedere un video con me. Con quell’unico ragazzo che abbia mai avuto. Che abbia mai amato. Il video stava ovunque. Come mi concedo, come respiro, quali suoni emetto, come mi muovo, cosa dico, come guardo, come sorrido e come dico ti amo. Quando faccio l’amore. Stava ovunque. La mia prima volta. Con i miei nuovi occhi di cristallo. Il preside chiedeva «Come ti senti?» e non sapevo che rispondere. «Puniremo il responsabile» diceva. «Tranquilla.»
Per punire un responsabile serve un nome. E io non lo avevo fatto. Non potevo, con le corde vocali di cristallo. Queste cose funzionano così. Iniziano e non finiscono. Iniziano e si propagano. Come la mia metamorfosi. Non si fermava. E allora ho avuto paura. Perché non volevo anche il cuore di cristallo. Il cuore no. A forza di battiti, colpo dopo colpo, mi sarei ridotta in frantumi. Tutti quegli occhi potevo rivederli sul mio corpo. Li rifletteva tutti. Tutti i labiali. Tutti gli sguardi. Tutti i volti. Tutti i giudizi. Entrati senza bussare. Annidati dentro, per non andarsene più. Non stavo più sola, neanche da sola. E così ho fatto due passi. Verso il mare. Attraverso una strada senza case. Ma ho sbagliato ancora. Qualcuno ha urlato a questo corpo trasparente. Con il telefono in mano, lo conosceva bene questo corpo trasparente. E lo voleva. Ho detto no. Non l’ha gradito. M’ha portata via. Tra gli alberi. E l’ha preso. Ha preso il mio ultimo fiato. L’ultimo battito. Le ultime lacrime. I pensieri solo al cuore. L’ultimo organo rimasto. Anche lui, ormai, di cristallo.
È finita così. È finita qua. Chissà mamma. Chissà papà. A loro non ho detto nulla. Una delusione enorme per loro, soprattutto per papà, sapere che ormai sono tutta di cristallo.
Ma ora, tutto è cambiato. Adesso. Su questa spiaggia. La luce della luna riflessa è sul mio corpo. Oltre me. Non faccio alcuna resistenza.
Io fui, tra le onde e sul fondo del mare.
Fui la ragazza di cristallo.

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