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Data

Illustrazione di Agrin Amedì
È spigolosa questa realtà, molto più delle mie borchie. Ancora più della mia libertà. Ma io me ne fotto. E scivolo ghignando tra le sue intercapedini. Anton Giulio Calenda indaga il sapore dell’asfalto.

Butta lo zaino sull’erba e lascia che la testa affondi sul prato della stazione. Il treno alle sue spalle riparte. Fissa il cielo e anche il sole che le brucia un po’ le retine. Tosto il sole sulle retine. Una mano per accarezzarsi la testa rasata. Anche una gran puzza di piscio ma sai che c’è, chissene frega del piscio, siamo tutti figli di Dio, chi è che lo diceva? Passa un secondo. Lo dico io ecco chi lo dice.

Chi è, dice la voce della padrona di casa.
Fammi entrare, risponde svogliata Jas.
Pensi sia carino venire qui senza avvisare, risponde Pam, la padrona di casa.
Inutile.
L’altra ha già preso possesso del divano. Si è tolta la maglietta e il vizio di non indossare il reggiseno a quanto pare non le è passato nonostante gli anni.
Potrei avere un compagno che adesso sbuca da lì e si mette a urlare. L’avverte Pam.
Jas non risponde, guarda gli oggetti della casa e le ritornano in mente alcuni ricordi.
Sa che non c’è alcun compagno pronto a scenate di gelosia lì dentro.
Non hai molto da raccontare, dice Pam. Potresti partire da quel tatuaggio che ti ricopre la mano, per esempio. Potresti. Ma a te di raccontare non frega proprio nulla.
L’altra alza le spalle. Apre lo zaino di paglia, tira fuori un astuccio da bambini e dall’astuccio tira fuori un pacchettino arrotolato con la carta.
Non ho intenzione di fumare, dice Pam. Ho smesso.
Dopo mezz’ora in casa si leva un grande odore pungente.
Sono entrambe sul divano adesso, la bocca asciutta dal fumo dell’erba e i piedi nudi che cominciano a giocare con il corpo dell’altra.
Ti odio tantissimo, dice Pam.

Il Ciao ronza come un moscone nei pressi del vetro di una finestra. A sinistra si apre un grande campo di grano, in questa stagione è più giallo della conchiglia della Shell. Jas ha i lacci del casco aperti che le svolazzano dietro le guance. Pam le tiene le mani sui fianchi, ogni tanto la tocca. Le chiede se vuol fare un tiro, le mette lo spinello in bocca. Di un po’, ma quanto ti fermi.
Sa già che Jas non risponde tanto.

Com’è che mi hai portato fin qui?
Si stava rimettendo i jeans perché, anche se si trovavano in mezzo a un campo di grano, a Pam piaceva comunque mantenere un po’ di pudore.
Jas invece non sembra avere alcun problema a rimanere lì tutta spogliata e unta di sesso. Vista così, con quella capigliatura da naziskin, una catena di acciaio al collo, gli occhiali da sole, il seno piatto e la bottiglia di birra che tiene in mano, sembra di parlare a un ragazzino.
Insomma, con tutti i posti dove si può fare l’amore, perché qui?
Jas allora si alza, le passa un braccio attorno al collo e la fa cadere giù in mezzo alle spighe. Guarda lì, le dice, sai cos’è? L’altra scuote la testa.
Autostrada.
Ah.
Porta al Brennero e da lì a Berlino.
Il volto di Pam si indurisce. Non capisco proprio perché non puoi rimanere, dice.
Jas gioca con una margherita e non risponde.
Insomma cosa c’è a Berlino che qui non puoi trovare?
Jasmine lascia andare la margherita e si mette a un millimetro da lei, la guarda nelle iridi e rimane così, immobile per un po’. Il futuro, dice.
Pam annuisce rassegnata. Se lo dici tu Jas, indescrivibile disadattata dalla testa rasata, egoista, violenta e drogata, io chi sono per dire il contrario?, dice.
Poi le viene in mente il motivetto di quella canzone di qualche anno prima che faceva tipo “loove… love” qualcosa “apart” e poi finiva con “again”.
Fanno di nuovo l’amore.

Per un paio di giorni Pam passa il tempo in casa a sbrigare le faccende domestiche dopo i turni al lavoro. Di Jas non ha notizia da domenica. Sta per andare a letto quando lei appare d’improvviso dalla finestra.
Ha un volto terribile e le lacrime agli occhi.
Pam la guarda piena di odio e indifferenza. Entra, e vatti a lavare. Non aggiunge altro. Spegne la luce e si infila nel letto. Non dorme, piange.
Dopo un po’ il rumore della doccia cessa. Sente il corpo di Jas scivolare sotto le coperte: la sua pelle è ancora umida, il respiro tranquillo.
Parto domani, dice.
Berlino?
Nessuna risposta, ovviamente.
Al diavolo dovunque tu voglia andare.
I corpi si avvicinano attratti da un’indomabile attrazione, disperati, colmi di passione. Passa molto tempo e alla fine crollano esanimi nel sonno.

Pam apre gli occhi sapendo già di ritrovarsi sola nel letto.
Si leva con lentezza ed evita accuratamente qualsiasi sguardo che possa coincidere come traiettoria nel letto vuoto.
In soggiorno nota un biglietto di scuse con la grafia di Jas nel luogo esatto dove già immaginava di trovare un biglietto di scuse con la grafia di Jas.
Lascia cadere il biglietto sul tavolo. Accende la radio sulla prima stazione FM che trova, mette il caffè nella moka e attende seduta in veranda sotto un sole di maggio che le illumina i capelli. Un piede sul tavolo e la mano. Sotto la vestaglia è nuda come la notte appena passata. Sulla pelle sente ancora quel profumo selvaggio. Le lacrime iniziano a cadere a rivoli sempre più intensi; alcune raggiungono il suo seno, altre si spingono fino gambe, sopra il sesso. La radio annuncia che il paese si prepara a vivere un’estate magica. La moka inizia a fischiare e in casa si espande l’odore caldo del caffè. Lei vorrebbe che quell’odore non l’abbandonasse mai. Vorrebbe che il tempo si fermasse lì. Vorrebbe rimanere così per sempre, con le lacrime che le scivolano come una carezza lungo il corpo mentre il sole che illumina la corriera che sta portando quella ragazza dalla testa rasata e le borchie ai polsi chissà dove.

Scusa,
sono quel che sono.
Scusa ancora.
Lo so. So tutto.
Scusa.
Sai, dicono che presto potremo parlare a distanza con gli apparecchi.
Se ci pensi va così veloce questo mondo.
A volte vorrei fermarlo.
Ma poi mi rendo conto che…
Non so se mi capisci.
Staremo a vedere.
Non posso far altro che amarti così per adesso.
Scusami ancora.

Sai come dicono in Inghilterra?
Dicono ‘till next time’…
Mi è sempre piaciuto questo modo di dire.
Non trovi?

Alla prossima,

Jas

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