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Frantisek

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Illustrazione di Agrin Amedì
Frantisek aveva sempre un sorriso. Non so se si trattasse di una paralisi o altro, perché come si poteva sorridere in questo buio? Riccardo Scafati anela un nuovo sentore di libertà.

Il secondino sbatte con sguaiato fervore la porta della cella. Un’occhiata torva a completare il suo sgarbo e a confermare il suo ruolo. Anche stasera, tornando a casa e accarezzando il figlio davanti a un quiz televisivo, si rasserenerà pensando di aver fatto con zelo il proprio dovere, quello che la società si aspetta da lui.
Ancora cinque minuti e spegneranno le luci, poi solo buio e silenzio. Rimarrò solo, in posizione orizzontale, a fare i conti con i capricci della mente. Per primi arriveranno i rimorsi e i rimpianti. Poi le paure prenderanno struttura gettandomi in un mondo parallelo intriso solo di paranoia.
È già passato qualche anno da quando mi hanno chiuso qua dentro e ancora non sono riuscito a trovare un trucco, uno stratagemma per riempire questo vuoto intervallo tra il rientro dopo la cena e il momento salvifico in cui ci si addormenta. Dieci minuti che sembrano un arco temporale infinito. Nessuna abitudine, nessun rituale che possa servire a dare una qualche parvenza di serenità o un pallido ricordo di normalità.
Pregare, non se ne parla. Ho già smesso da tempo, avevo i pantaloncini corti e i capelli in testa. O potrei fare come alcuni miei compagni che hanno appeso nelle loro celle poster di donne succinte e dallo sguardo malizioso… no, detesto i cliché.
Ma anche qui, tra questi sordidi angoli di carcere, a tratti può splendere un tiepido sole. Sono i momenti in cui incrociamo gli sguardi e le parole col vecchio Frantisek. Nessuno ormai ricorda più l’anno in cui entrò, né la colpa da espiare. È qui e basta, come lo sono i muri e i corridoi di questo posto. E a Frantisek sembra essere demandato tutto ciò che di allegro e solare può esserci in un luogo come questo.
La mattina, quando si scende a colazione, tra i più docili tramortiti dal sonno o i più irrequieti sollecitati dai manganelli dei secondini, lo puoi trovare lì già da un pezzo a fare servizio cucina.
Le maniche della sua divisa sono troppo lunghe e i pochi capelli grigi dietro le orecchie sono i suoi caratteri distintivi che lo fanno riconoscere anche da un padiglione all’altro, insieme a quel suo eterno e serafico sorriso.
I primi anni che ero qui mi domandavo spesso come ci riuscisse a mantenere sempre quell’aria imperturbabile. Che fosse una smorfia causata da qualche paralisi o da una guardia che aveva calcato troppo la mano sul suo viso vecchio?
Non riuscivo proprio a capacitarmi di come riuscisse a sopravvivere qua dentro con una tale forza d’animo. Col tempo, infatti, cominciai a provare invidia e rabbia di fronte al calmo sorriso di Frantisek, e un paio di volte, per dispetto, gli feci cadere il vassoio del pranzo. Ma anche in quei frangenti lui si limitava a raccogliere in modo impassibile il cibo caduto e, rialzandosi, a lanciarmi di rimando un laconico sorriso.
Un giorno cambiarono il mio compagno di cella e il nuovo ospite sembrava conoscere bene Frantisek dal momento che anche lui soggiornava qui da tempo. Ovviamente uno dei primi argomenti che ci fece discorrere fu il vecchio con la sua irriducibile serenità.
A quanto pare Frantisek passò i primi anni di detenzione facendo la spola tra l’isolamento e l’infermeria per via del suo carattere – ora incredibile a credersi – molto irascibile. Litigava con tutti e in ogni occasione: al turno di lavanderia, durante l’ora d’aria, in fila per il pranzo; il più delle volte le prendeva.
A un certo punto decise di impiegare i suoi lunghi periodi di inattività leggendo. Lesse di tutto, dalle fiabe per bambini ai trattati di Hegel e Schiller, dai manuali di grammatica agli opuscoli pubblicitari.
Fu durante una di queste letture che incontrò Buddha e il suo messaggio. Siddharta lo chiamava, come un fratello o un compagno di giochi. Cominciò a concentrare le sue ore di lettura su ogni testo disponibile che trattasse la sua figura, i suoi insegnamenti, e attendeva con un’ansia bambinesca l’arrivo dei nuovi libri donati alla prigione, sperando sempre di trovarci qualche nuova riflessione.
Nel contempo, Frantisek cominciò a trasformare la sua esistenza – così limitata nello spazio e nelle sue potenzialità – in una palestra per migliorare la sua vita e quella degli altri. Ottenne due lauree, una in giurisprudenza e una in filosofia; vinse tante battaglie, come quella per ampliare la biblioteca del carcere o quella per costruire un campo di calcio nel cortile precedentemente infestato di sterpaglie e sassi; si curò delle aiuole e della manutenzione dei nostri servizi igienici.
E chissà in silenzio di quante altre cose si preoccupò.
Mentre fantastico sulla straordinaria trasformazione di Frantisek che lo rese un fiore dai colori accesi spuntato nel grigio dei muri in cemento armato, il sonno finalmente mi raggiunge e mi trascina nei miei incubi. Forse domani gli chiederò di insegnarmi qualcosa capace di acquietare tutto questo sconforto e questa rabbia che mi stanno logorando nel profondo.

La mattina seguente mi sveglio in un gran trambusto. I prigionieri stanno sbattendo i vasi da notte sulle sbarre ed è tutto un andirivieni di guardie. Mi affaccio, per quanto possibile, temendo in una rivolta; mi ricordo ancora l’ultima protesta soffocata da bastonate e isolamento. Poi le guardie aprono le celle e resto improvvisamente interdetto nello scorgere grosse lacrime sugli occhi delle guardie e dei carcerati messisi in fila per la colazione.
Il vecchio Frantisek, nelle prime ore del mattino, ci aveva lasciato. E ora era lì, nel centro dell’atrio antistante le cucine, steso su una barella col solito sorriso stampato su quel viso bianco latte. Resto a lungo a guardarlo, fino a quando il suo corpo lascia questa stanza. Mi avvicino d’istinto a una delle inferriate che danno sul cortile per mandare a Frantisek il mio ultimo saluto, ma una forza a me sconosciuta spinge il mio sguardo altrove che si sofferma sulle sue aiuole in fiore. Approfitterò delle mie ore d’aria per abbeverarle.

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