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Illustrazione di Agrin Amedì
Non riuscivo a decifrare quel cliente così diverso da tutti gli altri avventori di questo night. Era insolito. Diverso. Fuori posto. Maria Giulia Biguzzi ritrae un uomo avviluppato in uno scomodo segreto.

Le luci al neon del Wild Girls 2 funzionano quasi tutte, ma quelle poche lampadine bruciate contribuiscono con prepotenza a conferire un senso di squallore all’ambiente che un tempo era molto più fastoso e scintillante. Un tempo c’era stato anche un Wild Girls e basta il cui successo aveva permesso la nascita del Wild Girls 2. Ma nessuno se lo ricorda più.
C’è uomo con indosso un montone. È seduto da solo in un tavolo defilato, le grosse mani stringono un bicchierino d’amaro. La ragazza sul palcoscenico, seduta su una sedia di scena, accavalla e scavalla le gambe in calze a rete dando prova della sua navigata elasticità; l’uomo fissa il liquido oleoso e ambrato nel bicchierino, disegnando cerchi lungo il bordo di vetro. Tra i peli rasposi e neri delle nocche spunta una fede nuziale il cui colore è ormai passato dal giallo oro a un giallo opaco tendente al verdastro. Molti clienti tolgono la fede quando entrano al Wild Girls 2, non perché alle ragazze importi qualcosa, ma per una loro personale compartimentazione della vita. L’uomo con il montone non aderisce a questa regola non scritta dei locali a luci rosse, e oltre a non sfilarsi la fede non toglie nemmeno il soprabito. Se ne sta come rintanato dentro la pelliccia, in silenzio, mentre gli altri spettatori vocalizzano fieri con gridolini e fischi.
Fin tanto che è la ragazza dalle calze a rete a tenere banco, l’uomo non degna di uno sguardo lo spettacolo, la nuca pelata e sudaticcia rimane inclinata verso il basso così da formargli due giri di doppi menti. Gli sono rimasti pochi capelli dietro le orecchie ed è passato del tempo dall’ultima volta che li ha pettinati, ma ogni tanto, come preso da un tic nervoso, passa la mano dietro l’orecchio e si gratta con forza.
Il sipario si chiude davanti alla wild girl rimasta praticamente nuda, tranne che per un microscopico tanga, le autoreggenti e i tacchi. Segue un applauso concitato e qualcuno si alza per una nuova consumazione.
L’uomo con il montone non applaude, rimane seduto, secca il suo drink come fosse acqua e senza voltarsi fa un cenno per attirare l’attenzione del cameriere sul bicchiere vuoto. Ha un vecchio orologio al polso, di quelli con il quadrante di madreperla e i numeri ben visibili, sorretto da un cinturino di pelle consunto, niente a che vedere con i Rolex d’oro degli altri clienti.
Nell’attesa di una nuova razione di super alcolico l’uomo fissa un punto imprecisato sul palco vuoto e resta impassibile anche quando la mano del cameriere si intromette nel suo spazio per riempirgli il bicchiere.
Ora distoglie lo sguardo mentre l’ultima ballerina della serata fa il suo ingresso in scena.
È molto più giovane della precedente, e per questa ragione si muove ancora con certa timidezza che fa arrapare il pubblico di vecchi guardoni abituati alle solite veterane. La ragazza indossa un négligé azzurro che lascia intravedere un reggicalze verde. È molto bella in viso, lievemente truccata.
L’uomo con il montone le rivolge solo qualche rapida occhiata. Porta alla bocca il bicchiere nuovamente pieno, indugia con il bordo sulle grosse labbra sgretolate, chiude gli occhi per un secondo e da quella strizzata di ciglia fuoriesce una piccolissima lacrima. Allora riapre gli occhi butta giù un altro sorso.
La musica che accompagna lo spogliarello della giovane ragazza sembra quasi una ninna nanna, se non fosse per i gemiti, questa volta meno plateali, più sinceri, provenienti dal pubblico. Quando il corpo sodo rimane completamente nudo, fatta accezione per il reggicalze e le ciabattine con la zeppa, qualcuno deve andare in bagno a stemperare la tensione, ma l’uomo non muove un dito: sembra quasi mancargli l’aria. Respira a fatica.
E anche quando uno a uno i clienti si alzano e se ne vanno, l’uomo non sembra cogliere i segnali che la serata è giunta al termine.
Il cameriere si avvicina per chiedergli se vuole consumare ancora qualcosa. Ma l’uomo in montone lo respinge con poche parole sillabate senza quasi aprire la bocca, e il cameriere se ne va di scatto.
Le luci soffuse vengono spente per lasciare spazio a quelle forti da ufficio, a breve cominceranno le pulizie del locale e i conti in cassa.
I dipendenti, finite le operazioni di chiusura, prendono le buste con la paga e si salutano uscendo. Anche le ragazze riappaiono da dietro le quinte in con i loro borsoni pieni di attrezzi del mestiere e, chiacchierando tra loro, se ne vanno come operarie all’uscita della fabbrica.
L’uomo immobile si è assopito, e resta appollaiato sui suoi doppi menti. Da ultima esce la spogliarellista più giovane – che ancora non ha legato con le altre – e attraversa da sola la sala in jeans e felpa col cappuccio. Passa a fianco dell’uomo con il montone. Vendendolo addormentato gli poggia una mano sulla spalla e, scuotendolo leggermente, si rivolge a lui con un tono di voce stanco: «Torniamo a casa, papà?».

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