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Nei miei ricordi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Napoli cos’era, per me? Antonio? L’università? Il mio senso di inadeguatezza? Oggi, davanti ai suoi vicoli e a un vocio che ancora riconosco come un sottofondo musicale, sono in cerca di risposte. Alessandro Bottone si accinge a ripercorrere vecchie strade.

Guardando le scarpe consumate da più di una generazione e l’improbabile maglione di fine anni ottanta che portava addosso, avevo pensato che con poche lire avrebbe potuto vestirsi molto meglio. Lui, dal canto suo, aveva notato il mio sforzo di essere accettabile e di piacere, nel modo più prevedibile dei vent’anni, curando il vestire, spesso con risultati contraddittori. Tutto questo però non durò tanto, il tempo di dirci che quello che cercavamo era la musica, lui con il progressive rock e i King Crimson, e io con Dylan e Pino Daniele. Stavamo rientrando verso la stazione ferroviaria dalla zona di Chiaia, appena usciti da un cinema alla fine di una lezione dell’affollatissimo primo anno di Economia e Commercio. Da là, per tutti i mesi a venire, saremmo scesi verso la marina, a prendere il tram che passava di fianco al Porto; oppure attraverso i quartieri borghesi saremmo saliti fino alla Metro di Piazza Amedeo. Antonio era proprio di Napoli, Secondigliano, zona periferica e popolare, scacciato via da là dal terremoto del ventitré novembre dell’ottanta e spedito a vivere ad Acerra, scassatissimo comune dell’hinterland partenopeo. Alto, più di me, leggermente incurvato nelle spalle, aveva uno sguardo vivo e curioso con il quale leggeva il mondo. E con gli occhiali dalla montatura leggera e le spesse lenti da miope poteva anche sembrare uno sprovveduto. E sprovveduto non era. Non può esserlo un figlio della Magna Grecia abituato a camminare e a parlare di tutto e con tutti, dai suoi amici del liceo scientifico fino ai venditori ambulanti che ti estenuano per venderti l’impossibile. Fu Antonio a parlarmi di Marx come del grande umanista distante anni luce dalla barbarie del comunismo reale. Mi parlava di Coltrane e Shopenhauer, Miles Davis e Gurdieff, della meditazione trascendentale e di Fellini. Aveva sei tra fratelli e sorelle, tutti più grandi di lui e tutti sposati tranne una sorella che viveva ancora insieme a lui e al padre. Quando lo andavo a trovare a casa sua e incrociavo uno dei suoi fratelli mi rendevo conto che non doveva essere stata difficile la formazione di Antonio grazie a quella banda svezzata con Marx e poi sganciata dalle pastoie della Chiesa Cattolica. Questo era percepibile da ogni singola parola che si scambiavano, dal loro approccio alla conoscenza e all’arte, e dalla stessa ricerca di spiritualità e conoscenza che coglievo in Antonio.
E quando conobbi suo padre capii ancora di più il figlio. Quell’uomo avanti nell’età, pacato e vitale, impolverato fin nelle sopracciglia dalla segatura della sua falegnameria, era il piccolo grande patriarca di una famiglia che aveva partecipato alle lotte operaie della città.
Nei giorni che trascorrevo a casa loro Mi capitava spesso di chiedere ad Antonio di suonare la batteria: il beat che produceva era come il suo modo di pensare, fluido e spedito. E il linguaggio per esprimere quel pensiero, verace, profondo e all’occorrenza volgare, era capace di riportarmi – a me di Caserta – direttamente alla culla, alla grande madre Napoli. Vedevo bene la differenza tra l’essere l’ultimo nato della sua famiglia e il primo della mia. Io ero cresciuto solo con Carosello, la RAI e la miriade di canzoni napoletane – splendide, ma lo avrei scoperto solo decenni dopo – che venivano scientificamente vandalizzate nelle occasioni più disparate, dai ricevimenti di famiglia per battesimi e prime comunioni fino alle feste di piazza. Ma Quel periodo passato a studiare, parlare e passeggiare per Napoli non durò molto, solo dieci mesi. Dopo il primo esame seppi che avevo vinto un concorso e che non avrei saputo dir di no a uno stipendio sicuro, l’approccio borghese della mia famiglia mi si era come trasfuso nel sangue. E nell’inconsistenza dei vent’anni già sentivo la nostalgia di quelle strade, di quei sampietrini eterni, del mare che sfuggiva come un animale a ogni angolo, e dei marpioni che agli angoli di Piazza Garibaldi cercavano di farmi il pacco, o di quelli che mi avevano fregato cinquantamila lire con il gioco delle tre carte. Avrei passato dieci mesi nella Reggia di Caserta dormendo al sottotetto e poi sarei sparito nella nebbia della bassa padana dove avrei perso Antonio e la Napoli dei miei vent’anni. Così Napoli mi diede l’addio alla fine di una sessione di esami di un luglio infuocato, mezzo deserta per il caldo che bruciava le strade.
Ed ecco che oggi scopro all’improvviso che sono passati già dieci anni. Dieci anni. E ora sono a Napoli, zona Chiaia, la nostra zona, mia e di Antonio, dove uscivamo ed entravamo dai cinema con il candore e l’entusiasmo dei nostri anni. Lo aspetto qui, al solito posto, come allora. Chissà se mi riconoscerà.
Intanto, Napoli affollata di turisti e in gran spolvero come non l’ho mai vista, mi sembra abbia smarrito una parte significativa della sua anima.
Un turista, a qualche metro da me – camicia bianca, giacca blu, bell’orologio – sta cercando il suo gruppo. Glielo vorrei indicare, lì in fondo alla piazza, e avvisarlo di prestare attenzione a quel suo orologio così voluminoso. Ma con lo sguardo torno a cercare Antonio, chissà come lo troverò.
«Ehi, lo sai che ti trovo bene?»
«Mi scusi? Non credo di conoscerla» rispondo all’uomo che giurerei essere uno straniero.
«Non mi riconosci? Sono io, Antonio.»

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