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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho sposato un tedesco. Non ridete, ho sposato davvero un tedesco. Di nazionalità. Di sentimento. Di fissazioni. E, purtroppo, di empatia. Maria Grazia Scalas si esibisce in un atto unico.

Eravamo tutte pazze di lui. L’insegnante del corso di lingua tedesca primo livello.
Max. Bello, la versione bionda occhi blu di Eric Clapton. E simpatico, allegro. Io mi ero innamorata subito e lui fra tutte aveva scelto me. Ero in estasi. Nonostante quel piccolo particolare: aveva chiesto alla sua fidanzata tedesca di sposarlo e lei aveva detto sì.
Max telefonò ai suoi genitori e annunciò il matrimonio, ma subito dopo si rese conto che la faccenda era troppo complicata da gestire, fidanzata ufficiale, fidanzata segreta, matrimonio.
«I tedeschi sono sinceri – mi disse – non riusciamo a mentire, non siamo come voi italiani, voi lo fate in continuazione, noi no. Se abbiamo un’amica cozza, quando la incontriamo le diciamo “Ciao cozza” e lei è contenta, perché sa di avere amici sinceri. Voi italiani dite “Ciao bella” a tutte e non va bene, quindi la nostra storia finisce qui. Mi sposo Britta che è più bella, più giovane, più ricca e parla tedesco.»
«Ma la ami?» gli chiesi.
«Credo di sì» mi rispose. «Ho fatto l’elenco dei pro e contro e lei ha tanti pro che a te mancano, quindi credo di amarla.»
«Ma l’amore non è un calcolo matematico» protestai io. «È un sentimento, qualcosa che provi nel cuore e non sai perché è così.» Niente da fare. Continuò a sostenere che per decidere si fa così, l’elenco.
Nonostante tutti quei pro, il rapporto con Britta smise di funzionare e nel giro di un mese si lasciarono.
Max venne a cercarmi.
«Ho ascoltato il cuore – disse dopo avermi abbracciato – e sento di volerti bene.»
«Ma non mi ami?» domandai delusa.
«I tedeschi non sono faciloni come gli italiani, che dopo due giorni insieme già dicono ti amo – disse lui – noi iniziamo con mi piaci, per poi passare col tempo a ti voglio bene e infine al ti amo, ma solo quando siamo sicuri dell’amore. Quindi ti voglio bene è già un grande passo.»
Quando dopo due mesi, una sera, disse di amarmi, mi sentii svenire. Un ti amo tedesco era un diamante, per sempre.
Mi fece la proposta: «Vuoi sposarmi?». E al posto del solito banale anello, visto che il diamante era il ti amo, mi regalò una cassetta degli attrezzi, completa, martello, cacciavite, pinze, tenaglie, chiodi, tutto delle migliori marche, tedesche ovviamente.
Ero così emozionata che gridai: «Sì, lo voglio!».
Telefonò ai suoi genitori: «Con Britta è storia chiusa, mi sposo con Sara».
«Sei sicuro?» fecero loro sorpresi.
«Sì, le ho regalato la cassetta degli attrezzi, quindi credo di amarla.»
«Ma hai fatto l’elenco?» chiese la madre un po’ preoccupata.
«Sì madre, l’ho fatta, ma qui in Italia le cose funzionano in maniera diversa, dicono che bisogna ascoltare il cuore.»
Ci sposammo. Andammo a vivere in una bella casa con un grande giardino vista lago di Garda. Avevamo tutto quel che avremmo potuto desiderare, ma presto ci accorgemmo di non essere felici. Litigavamo in continuazione.
«Cerchiamo di mediare, non ne posso più di discutere ogni giorno» lo supplicavo io.
«Se ammetti che le cose in Germania funzionano meglio che in Italia e che tu spendi sempre troppo, sono disposto a lasciar perdere tutto il resto.»
«Ma quelli sono i motivi delle nostre litigate, non c’è un resto!» Ma lui era irremovibile.
Per Max tutto in Germania era sempre migliore. Erano migliori i trasporti, la sanità, le scuole, gli stipendi, la burocrazia, i supermercati, l’educazione dei figli e le cassette degli attrezzi.
«Perché sei venuto a vivere in Italia?» gli avevo chiesto un giorno disperata.
«Per il clima» aveva risposto lui. «Il clima è migliore in Italia.»
«Perché dobbiamo sempre fare queste gare? Sono culture e paesi diversi. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro.»
«Sì, infatti – aveva risposto lui – ho fatto l’elenco e la Germania ha più pro.»
Nel nostro matrimonio fatto di elenchi un posto fondamentale occupava quello delle spese. Non la lista delle cose da comprare, era l’elenco delle spese fatte, rigorosamente esatte, centesimo per centesimo, proibito arrotondare. Aveva due scopi. Procedere alle successive divisioni della spesa, con complicati criteri basati sui guadagni di ciascuno e la percentuale di utilizzo che del bene comprato ognuno ne faceva e scoprire che avevo pagato qualcosa cinque centesimi in più di quanto mi sarebbe costato se avessi avuto la pazienza di raggiungere quel discount di una certa catena tedesca…
Max iniziò a rimpiangere Britta.
Io pure.
Andammo da un terapeuta di coppia.
Quando Max mi annunciò che avrei dovuto pagarlo da sola perché ero io la causa dei problemi, gli tirai addosso la cassetta degli attrezzi. Non tutta insieme, prima il martello, poi le tenaglie, le pinze, il cacciavite. Tutti di ottima marca, non se ne ruppe nessuno.
La mia mira, invece, era pessima, non riuscii a colpirlo.
«Voglio la separazione» urlai, ma il giorno dopo scoprii di essere incinta.

Viviamo ancora nella bella casa col grande giardino. Nostro figlio è fantastico, biondo, occhi blu, è tutto il padre. Si chiama Oskar, il nome per la verità non mi piace granché, lo ha scelto Max, ci teneva tanto. È bilingue, forse con una leggera prevalenza del tedesco, lo parla bene, meglio dell’italiano ed è autonomo, educazione tedesca, ovviamente. Già a due anni si cambiava da solo il pannolino e sapeva in che secchio della differenziata metterlo. Max è felice e anch’io sto proprio bene. Giusto ogni tanto mi tremano le mani, ma è una cosa da nulla. A volte mi trema anche una gamba, e mi è venuto come un tic su un occhio e mi si storce la bocca, ma non ci faccio caso. È solo un po’ di stress, mi rilasso leggendo. Leggo tutti i volantini di supermercati e discount, conosco tutti i prezzi, non mi perdo un’offerta. Ho anche iniziato a fare sport. Corro. Ogni giorno di più. Mi alleno. Arrivo sempre più lontano e corro, corro, corro, così lontano che, se non mi fermo, un giorno non riuscirò più a tornare indietro.

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