Dentro una foto

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Illustrazione di Agrin Amedì
Aria non era solo un cane. Era un motore, una dinamite, l’unica possibilità di salvare noi umani dal peso che ci portavamo addosso. Aria è. Marta Di Nicola si sofferma a lungo su una fotografia.

Ricevo la chiamata di mia sorella una mattina mentre sto per entrare in aula. La lezione di analisi2 sta per cominciare e tutti stanno prendendo posto.
Il tono entusiasta della sua voce dall’altra parte del telefono mi annuncia che il cagnolino è appena arrivato a casa. È una cagnolina in verità. Di soli due mesi, svezzata da poco.
«La chiameremo Aria, come avevi deciso tu» – mi dice.
Un’espressione di gioia mi illumina il viso.
«E com’è?» le chiedo quasi strillando.
Non avendo un cellulare di ultima generazione, non posso ricevere immagini o fotografie, quindi devo accontentarmi della descrizione.
«È completamente nero. Di bianco ha solo le zampette e una piccola macchia sul petto. La signora del canile sostiene che deve essere un incrocio con un labrador, perché ha le orecchie morbide e cadenti».
Le orecchie morbide e cadenti. Provo a immaginarle, e avverto già un moto di affetto verso il nuovo arrivato.
«Ci vediamo venerdì». Conclude frettolosamente lei.
Durante la lezione, di per sé noiosa e incomprensibile, non penso che al cane. Gli integrali doppi sulla lavagna hanno la forma della sua coda e le derivate quella del muso. Analisi2 non è mai stata così divertente.
Devo continuare a lavorare di fantasia ancora per qualche giorno, dal momento che l’università dove studio dista cinquecento chilometri da casa e conoscerò Aria solo il prossimo fine settimana.

Il venerdì seguente, in stazione, c’è mio padre ad attendermi. Durante il tragitto in macchina lo incalzo di domande sul cane, com’è, come si comporta, che fa, dove dorme, cosa mangia. Ma lui non mi racconta quasi nulla e si limita a brontolare qualche parola a mezza bocca. So che non è un gran chiacchierone, per cui non mi stupisco. Solo alla domanda “Ma a te piace?”, mi risponde con un secco e deciso no. Per quei pochi minuti che restano, capisco che è meglio lasciar cadere l’argomento, così mi metto a guardare il paesaggio invernale che avvolge la sera al di là del finestrino, le strade semi deserte, la brina che luccica sull’asfalto, le luci fioche dei lampioni. Anche se lo scenario incute una certa tristezza e papà sembra più accigliato del solito, il pensiero di Aria mi mette di buon umore. Riesco quasi a intravedere la mia immagine raggiante che si riflette sul vetro dell’auto.
Appena varco la soglia di casa, mia sorella mi viene incontro, seguita subito dietro come un’ombra dalla cagnetta che avanza trotterellando con la lingua penzoloni. Sembra mi stia sorridendo, ma in realtà è solo curiosa di sapere chi sono. E soprattutto che odore ho. Mi gira intorno tutta eccitata muovendo la coda come un’elica impazzita; è interessata all’orlo dei miei pantaloni e alle scarpe, che comincia ad annusare con una certa frenesia. Deve memorizzarmi. E a me sta già simpatica.
Mi chino, prendo il suo muso tra le mie mani e lo riempio di baci e vezzeggiativi. E restiamo per qualche minuto in completa adorazione e odoramento, l’una dell’altra. Fin quando sento la voce di mio padre irrompere e annunciare «Bisogna prendere una cuccia, così il cane va fuori in giardino».
Non la chiama per nome; penso sia un modo per sottolineare il suo disappunto.
«È tutta la settimana che è furibondo. Continua a ripetere che Aria non può stare dentro casa» mi bisbiglia mia sorella mentre ci sediamo a tavola. «Ma io gli ho detto che è ancora troppo piccola e che fuori fa freddo».
Il rapporto tra mio padre e mia sorella è complicato. Sono entrambi testardi e taciturni, e il dialogo tra loro è praticamente ridotto al minimo. Mentre molto più frequenti sono i litigi e le discussioni. Punti di vista perennemente discordanti, seguiti da infiniti mutismi.
L’idea di prendere un cane è stata di mia sorella, da quando la mamma non c’è più e io sono andata a studiare fuori, la casa è piombata in un silenzio insopportabile e lei si sente sola.
«La porto spesso al mare, le piace l’acqua. E rotolarsi nella sabbia» – mi racconta.
Mentre discorriamo delle abitudini di Aria e di questa ventata di novità, papà rimane concentrato sul suo piatto e ogni tanto porta lo sguardo sul telegiornale; non credo ci stia nemmeno ascoltando. Ma di sicuro è sollevato di sentirci parlare.
Intanto il cane gira come una trottola attorno al tavolo, rapito dal profumo del cibo. Ci guarda con i suoi enormi occhioni e cerca di suscitare la nostra pietà per riceverne qualche avanzo. Eppure ha appena fatto fuori la sua razione quotidiana di crocchette. La ciotola nell’angolo risplende alla luce del lampadario.
Aria però è affamata e non demorde; prova ad avvicinarsi persino a papà, forse per tentare un qualche tipo di approccio. Ma lui sa solo contraccambiare con uno sguardo torvo che le fa subito intuire il pericolo. Piega il capo in segno di sottomissione e viene a cercare riparo sotto le nostre sedie.
Mia sorella scuote la testa nervosamente, mentre io metto su un sorriso ebete per sdrammatizzare. Penso che l’arrivo di Aria abbia contribuito a rimarcare il divario tra di loro.
Poi, come a sottolineare di nuovo il concetto, papà tuona: «Bisogna prendere una cuccia, così il cane va fuori in giardino».

Quando dopo tre mesi torno nuovamente a casa dall’università, la prima cosa che noto è la cuccia di Aria, piazzata all’angolo del porticato, adiacente al prato. È ampia, un modello di lusso, tutta in legno coibentato, con tettino verdone di tegole canadesi. All’interno mia sorella ci ha persino messo un vecchio plaid, anche se ora che siamo in primavera, le temperature sono gradevoli.
«L’ha costruita papà, ha impiegato quasi una settimana per farla» – mi dice.
Spalanco gli occhi, incredula.
Aria entra e esce fieramente dalla sua casetta, come per darmi una dimostrazione dell’utilizzo e ottenere così la mia approvazione.
Anche mio padre vuole avere un mio giudizio. È visibilmente orgoglioso della sua creazione e comincia a raccontarmi nei minimi dettagli i materiali e le tecniche di costruzione utilizzati per dare forma e stabilità alla struttura, la precisione nel taglio delle tavolette di legno che donano un certo valore estetico all’opera, e poi l’isolamento termico ottenuto grazie a un particolare rivestimento e andrebbe avanti ancora per un’altra ora con questa bizzarra prosopopea se mia sorella non intervenisse a zittirlo scherzosamente.
«Lo hai già raccontato mille volte, pà!»
D’un tratto m’irrigidisco e mi aspetto lo schieramento dei fucili e dei carrarmati seguiti da un fitto bombardamento di urla e improperi. E invece, con mia grande sorpresa, papà scoppia in una sonora risata, ride anche mia sorella, quindi, superata la diffidenza iniziale, non posso che ridere anche io. Ridiamo tutti mentre Aria scodinzola, probabilmente senza capire a cosa sia dovuta questa improvvisa euforia. In effetti faccio fatica a comprenderlo persino io. Mi sembra di essere mancata molto più di tre mesi.
«Il cane adesso mangia vicino alla cuccia» – sottolinea papà con fierezza, spiegandomi le nuove regole che vigono in casa. Non oso controbattere, visto che la decisione sicuramente sarà stata frutto di un lungo dibattito.
«Com’è cresciuta» – dico a mia sorella, mentre più tardi, sedute sotto al portico, ci godiamo la brezza primaverile della sera.
Lei annuisce, soddisfatta.

L’estate seguente, Aria è ormai un bel cagnone di mezza taglia, muscoloso e robusto, nel pieno delle sue forze. Ha il pelo lucido e soffice, il cranio largo, il torace ampio. Le serate sono lunghe e calde e noi ceniamo spesso fuori, così lei si aspetta sempre di ricevere qualche avanzo di cibo. Momento che viene puntualmente accolto con salti scatenati e vorticosi scodinzolii.
Le mie due settimane di vacanza sono finite, e questa è l’ultima sera che passo a casa prima di fare ritorno all’università. Per questo abbiamo deciso di regalarci una succulenta cena a base di carne alla brace. Papà sta già armeggiando con il barbecue e Aria gli sta ovviamente attorno, estasiata dal profumo che piano piano comincia a diffondersi ed infilarglisi nelle narici. Ricorda sempre che non può avvicinarsi troppo, così rimane distante di qualche metro, stesa sull’erba fresca, mentre non riesce a distogliere gli occhi da lui.
Papà sembra rallegrato dalla sua presenza. Ogni tanto la osserva e, probabilmente credendo di non essere ascoltato da noi, le si rivolge in tono scherzoso, agitando il forchettone nella mano «Non ne vorresti un pezzo anche tu, Aria?».
Lei scatta subito in piedi, drizza le orecchie e tira fuori la lingua. Papà risponde sorridendo.
Mia sorella, che mi ha appena raggiunto sotto al portico, gli ricorda da lontano che non si può continuare a nutrirla in quel modo. Prima o poi scoppierà.
«Cosa vuoi che gli faccia un po’ di carne?» – Chiede lui, come un bambino che abbia appena ricevuto un giocattolo nuovo e si ostini a non capirne le regole.
«Niente Papà. Ma credo che dovremo metterla a dieta a fine estate». Gli risponde lei, con un accenno di ironia nella voce.
Aria comunque capisce che la sua unica possibilità di rosicchiare qualche ossicino è data da mio padre, così per tutto il tempo della cena gli rimane seduta vicino.
Papà si atteggia come se avesse appena vinto un trofeo.

Aria ci lascia all’improvviso un sabato mattina, di quattordici anni dopo. Sto guidando verso casa dalla città dove ho studiato e dove adesso lavoro, quando mia sorella mi chiama per dirmi di sbrigarmi perché non resta ancora tanto tempo.
Schiaccio sull’acceleratore finché posso e appena arrivo, li trovo tutti e tre vicino la cuccia.
Aria è stesa a terra, respira a fatica. Il suo corpo magro è totalmente privo di forze. Ad ogni sospiro, le costole si sollevano fin quasi a uscire dalla carne. Intuisce all’istante che ci sono anche io, così alza i suoi occhi stanchi verso di me, poi emette un ultimo rantolo e li chiude per sempre.
Sembra mi abbia aspettato prima di andarsene. Come se sapesse che sarei tornata proprio oggi. Come se volesse averci tutti e tre vicini ancora un’ultima volta.
È autunno, il cielo è plumbeo e le nuvole cariche di pioggia che pare debbano esplodere da un momento all’altro, arrivano sopra di noi spinte dal mare.
Mia sorella è chinata su Aria e singhiozza come una bambina. «Stava bene fino a ieri sera. Le ho cucinato persino la pasta» – dice con la voce rotta dal piatto.
Io le accarezzo i capelli e rimango in silenzio. Sono impietrita e non riesco a fare di più.
Mio padre sta qualche passo dietro, ha gli occhi gonfi e lo sguardo sconvolto. So che non può sopportare quella visione di Aria, inerme sul prato, così si da subito da fare per darle una degna sepoltura.
La avvolge nel suo vecchio plaid ed emettendo un gemito per lo sforzo se la carica su una spalla. Poi si dirige rapido verso l’angolo del giardino dietro la casa dove c’è l’enorme leccio. «Qui c’è abbastanza riparo dal caldo, e poi a lei piaceva starsene all’ombra della pianta» – ci dice come per avvalorare la sua decisione. Noi acconsentiamo, con un piccolo cenno del capo e lo seguiamo senza dire una parola.
Papà comincia a scavare una buca abbastanza profonda, con movimenti veloci e precisi butta la terra da un lato; quando finisce ci pone il corpo freddo di Aria che poi ricopre fino a formare un piccolo cumulo. Fa tutto con mente fredda e risoluta, è concentrato e non alza mai la testa dal suo lavoro. Solo ogni tanto si ferma per portarsi la mano sulla fronte e asciugarsi le gocce di sudore. E a me si spezza il cuore.
Rimaniamo per qualche minuto davanti al tumulo, ognuno con lo sguardo fisso a terra. Ognuno avvolto nel proprio dolore, che non si può condividere. Il vento soffia con insistenza e crea dei piccoli mulinelli di foglie secche sul giardino; qualcuna sospinta dalla corrente viene a poggiarsi sulla tomba di Aria. Papà la sposta prontamente.
Quando rientriamo in casa è quasi ora di pranzo. Mia sorella si mette a cucinare qualcosa anche se nessuno di noi ha davvero fame. Ma siamo tutti e tre consapevoli del fatto che mangiare ci farà in qualche modo passare del tempo e magari anche distrarre.
Mentre mi aggiro per la cucina, il mio sguardo cade su una foto poggiata sulla mensola della credenza. Non l’avevo mai notata prima d’ora. Mi avvicino per guardare meglio.
È un autoscatto che ritrae mio padre, mia sorella e Aria. Sono al mare, in una giornata uggiosa. La foto è venuta un po’ storta, perché la linea dell’orizzonte tende leggermente a sinistra. Deve essere piuttosto recente, il muso di Aria è ricoperto di peli bianchi e il suo collo è striminzito e rugoso.
Nella foto papà sorride e abbraccia Aria, tirandola a sé. Mia sorella ha un’espressione divertita e impegnata allo stesso tempo, mentre sta cercando l’inquadratura giusta. È un’immagine che li ritrae felici. D’improvviso le lacrime mi scendono copiose lungo le guance, gli occhi si velano e quasi non ci vedo più. Mi devo asciugare il viso con il palmo della mano per impedire che il sapore salato di qualche goccia raggiunga le mie labbra e vada a mescolarsi al gusto amaro che mi invade il palato.
Poco dopo sento mia sorella avvicinarmisi e, con lo sguardo rivolto verso la stessa foto, sussurrami a un orecchio «Siamo una bella famiglia, non credi?».
Mamma si starà divertendo con Aria, penso.

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