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Illustrazione di Agrin Amedì
Tutti la chiamavano “la matta”. Perché giocava con le nuvole. Perché andava per la sua strada. Perché non si è mai lasciata piegare. Michaela Diotallevi cammina insieme ad Angela per i vicoli del suo paese.

In paese la chiamavano la matta. Era nata d’inverno dopo un travaglio lungo e difficile. La madre, quasi in fin di vita, non volle vederla tanto era stremata, così la bambina, piccola e paonazza per lo sforzo di essere riuscita a venire al mondo, venne fasciata dalla levatrice e messa a riposare in una cassetta di legno, sollevata da terra con dei mattoni, e sistemata in cucina vicino al cammino. I quattro fratelli più grandi, tutti al di sotto dei dieci anni, urlavano e si rincorrevano in quell’ambiente comune che era poi l’unico luogo riscaldato dal fuoco. Angela, così si chiamava la bambina, venne allattata con il latte delle capre che il padre pascolava per conto di un facoltoso mezzadro che amministrava dei vasti possedimenti nella campagna molisana. La madre, quando riuscì a sollevarsi dal letto, guardò quel piccolo fagottino con astio e rancore dandole le colpe delle sofferenze che aveva provato per farla nascere e della scampata morte. Quando la sentiva piangere, la sollevava dalla cassetta, la cambiava velocemente, allacciandole alla bene e meglio i vestiti lisi che erano stati indossati in precedenza da tutti i suoi fratelli, e la allattava con fare distratto, senza guardarla, quasi con fastidio. La bimba crebbe in silenzio, senza che nessuno si chiedesse il motivo delle sue lacrime così raramente versate. Riuscì a muovere i suoi primi passi, arrampicandosi sulle sedie e sui pochi oggetti che erano sparsi nella cucina, rialzandosi ogniqualvolta i suoi fratelli, correndo, la facevano ricadere a terra. Da quella nuova dimensione osservava il mondo che la circondava con occhi attenti, fino a quando, verso i quattro anni, perse interesse per i pochi oggetti della casa: così spesso la trovavano fuori nell’aia intenta per ore a osservare i fiori o gli animali che pascolavano nei prati.
Quando la bambina raggiunse i sette anni venne mandata a scuola, non perché i genitori ritenessero la cosa importante ma, semplicemente, perché il sacerdote del paese li convinse che dovessero in qualche modo darle un minimo di educazione cristiana e che, quella creatura di Dio, dovesse almeno saper leggere, scrivere e fare un minimo di conto. Fu immediatamente chiaro per la maestra che quella bimba silenziosa sarebbe stata un’alunna difficile.  Non riusciva a catturare la sua attenzione, era come se fosse sempre assorta in altri pensieri, pronta a distrarsi per una mosca che camminava sul vetro della finestra. Fu in quel periodo che, con la ferocia che contraddistingue molti bambini, iniziarono a chiamarla la matta. Angela non cercava di piacere ai suoi compagni, li guardava con un sorriso assente mentre loro le tiravano i capelli o la prendevano in giro se non riusciva a saltare la corda; lei allora alzava le spalle e tornava a guardare lontano: un volo di uccelli o magari le nuvole che, sospinte dal vento, creavano personaggi buffi in cielo. Terminò le scuole elementari con soddisfazione della sua insegnante e sollievo dei suoi genitori che consideravano la sua formazione scolastica una perdita di tempo inutile. La madre provò a insegnarle il cucito o a fare il pane ma la bambina non voleva saperne di stare seduta o di dedicarsi con attenzione a qualcosa che occupava più di dieci minuti del suo tempo. Così, alla fine, venne mandata a pascolare le capre. Per Angela era bello potersi allontanare da casa con il gregge e trascorrere molto tempo sdraiata sui prati a osservare la natura attorno a lei. Sentiva che lì, in quegli spazi immensi, non c’erano regole che non capiva e non doveva sforzarsi per occuparsi di cose che non la interessavano affatto. Rimaneva a lungo a osservare un fiore o ad accarezzare Pepe, il cane che le faceva compagnia quando portava al pascolo gli animali. Angela era bella, ma di una bellezza inusuale per le donne delle sue parti: i tratti del viso erano delicati, alta e longilinea, mora ma chiara di pelle, camminava con le mani raccolte sotto al seno come per proteggersi. Si proteggeva dagli sguardi pettegoli delle persone del paese, dalle parole cattive che udiva fra i loro bisbigli malevoli: ecco arriva la matta, attenti alla matta, è più matta lei di un cavallo e così a seguire. Lei, in realtà, oltre a parlare poco e ad avere un atteggiamento timido e ritroso, non aveva mai fatto del male a nessuno. A casa i genitori e i fratelli le facevano fare i lavori di fatica perché erano i più semplici, erano ripetitivi e lei non rischiava di combinare pasticci. Un giorno, quando Angela aveva all’incirca sedici anni, arrivò alla fattoria un ragazzo sardo alla ricerca di un posto di lavoro come pastore. Il padre lo accolse con entusiasmo visto che i due figli maggiori erano partiti per trovare lavoro in città e lui aveva bisogno di una mano con il gregge alquanto numeroso. Il ragazzo si chiamava Talliu, era basso di statura e magro, aveva un naso piccolo quasi inesistente, un piccolo punto su un viso tondo, le labbra carnose nascondevano dei denti quadrati e larghi. Angela lo trovava veramente brutto e forse lo era davvero. Qualche volta i due ragazzi andavano a pascolare le bestie insieme. Talliu cercava di fare amicizia, provava in ogni modo a parlare con la giovane anche se i loro dialetti, a volte, rendevano la comunicazione difficoltosa. Angela rispondeva a malapena essendo in realtà infastidita della presenza del giovane in quei momenti della giornata che lei amava trascorrere in solitudine ad osservare le nuvole. Il ragazzo ben presto entrò a far parte della famiglia e così, quando dopo alcuni mesi, chiese al padre di Angela di poter sposare la figlia, l’uomo la ritenne una buona proposta perché in cuor suo sapeva che difficilmente quella ragazza un po’ strana avrebbe potuto trovare un altro pretendente. Quando ad Angela venne comunicata la notizia delle sue prossime nozze questa iniziò a piangere, urlare e a dibattersi contorcendosi a terra e strappandosi i capelli, tanto che i fratelli e i genitori pensarono che fosse veramente matta e che il matrimonio sarebbe stata un’ottima soluzione per liberarsi di lei una volta per tutte. Il giorno delle nozze la madre le fece indossare quello che era stato il suo vestito da sposa ma che per la figlia risultava un po’ corto e stretto. Angela aveva gli occhi cerchiati da profonde occhiaie e quando si osservò allo specchio iniziò a piangere sommessamente e con un gesto di rabbia si strappò l’acconciatura dalla testa. Quando entrò in chiesa e attraversò la navata con quell’abito ridicolo, lo sguardo spiritato e i capelli spettinati che le fuoriuscivano dallo chignon cadente, la gente, accorsa per partecipare alla cerimonia, non fece altro che mormorare che quella ragazza era proprio tutta matta. Il matrimonio fu per Angela solo fonte di sofferenze e umiliazioni. Talliu, che l’aveva sposata non per passione o sentimento ma perché pensava che fosse una donna remissiva che avrebbe con il tempo potuto dedicarsi alla famiglia che lui contava di allargare, si stancò presto di quello sguardo assente e delle lacrime silenziose che rigavano il volto di sua moglie ogni qualvolta, di notte, le si avvicinava per fare l’amore. La timidezza e la goffaggine delle prime volte venne rimpiazzata dalla violenza che, come spesso accade, fa nascere i figli più dell’amore. Dalla coppia nacquero due bimbi: Pietro e Domenico. Con il tempo Angela imparò a fare quelle piccole cose che erano necessarie per la gestione dei bambini durante l’assenza del marito: ogni due o tre giorni faceva cuocere due chili di pasta sui quali versava un paio di bottiglie di conserva di pomodoro, la lasciava nella pentola in modo che i figli o il marito potessero servirsi in modo autonomo la loro porzione quando avevano fame. Per il resto del giorno lei continuava a girare per il paese con il suo sguardo assente, confondendo spesso le intenzioni della gente: a volte una parola gentile era sufficiente per concedere un bacio o per farsi toccare da chi non perdeva occasione per approfittarsi della sua solitudine e della tristezza che le velava lo sguardo e rendeva così malinconico il suo sorriso. All’ora del tramonto iniziava a chiamare i figli, andava in giro per i prati dove loro giocavano e correvano con gli altri bambini, urlando i loro nomi come una nenia. Quando li trovava ripeteva sempre un’unica frase: «Pietro, Mimmo, a casa». Allora loro la guardavano e con un gesto di vergogna e compassione la prendevano per mano e la riportavano a casa.
Un giorno, presso la loro abitazione, trovarono un piccolo cucciolo di cane che venne accolto con gioia dai bambini e, stranamente, anche da Angela, la quale rivide negli occhi scuri della bestiola quelli del suo amico Pepe. Talliu decise che quel cane sarebbe stato una buona cosa per tutti, crescendo avrebbe fatto la guardia anche alla casa che spesso era lasciata incustodita dalla moglie. Quella bestiola venne chiamata Lilla e seguiva Angela come un’ombra tanto che nel paese, vedendole passare, le chiamavano “la matta e il cane”. Dopo alcune settimane, la cagnolina però scomparve così come era arrivata. Angela iniziò a cercarla chiamandola insistentemente per i prati e le colline, così come faceva con i figli, ma dall’animale non ricevette alcuna risposta.
Un giorno arrivò fino al fiume e le sembrò di scorgere fra i tronchi di albero e i detriti che emergevano fra i mulinelli di acqua e le onde, la testa della povera bestiolina che, annaspando, cercava di raggiungere la sponda combattendo la corrente. La donna, nel tentativo di provare ad afferrare il cane con un lungo ramo, si sporse troppo oltre il parapetto del ponte e perse l’equilibrio, precipitando nel vuoto. Angela, mentre cadeva, volse lo sguardo in cielo e, proprio lì, scorse i suoi amici Lilla e Pepe nascosti fra le nuvole agitate dal vento; li aveva cercati tanto e, felice di averli finalmente trovati, sorrise.
Quando la polizia la mattina dopo scoprì il corpo della donna, fu sorpresa di cogliere sul quel viso un’espressione di sereno stupore. La notizia arrivò in paese e la gente concluse che quella donna era davvero una povera matta. Altrimenti, chi mai avrebbe potuto sorridere morendo?

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