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Polignano

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Illustrazione di Agrin Amedì
Qui si viene per lanciarsi. È naturale, lo scoglio resta a fissarti, fino fondo. Anche se ti volti altrove. Giulia Sorcioni sfida l’invisibile.

Caterina e Damiano sono seduti su uno scoglio. Con le gambe ammollo nell’acqua azzurra, si godono la vista sulla caletta.
Polignano è bella da mozzare il fiato. Il sole cocente di agosto riscalda le pietre della piccola spiaggia; le case, dall’intonaco bianco mangiato dal sale, che crescono come strani coralli sopra le rocce sembrano provenire da un altro tempo. L’unico problema sono i turisti. Tanti, troppi, rumorosi e sparsi ovunque. Sulla spiaggia, tra le rocce, dentro le case, urlano e ciarlano in tanti dialetti. In tante lingue diverse.
Vengono da tutto il mondo, per ammirare quel paesino piccolo e bianco, arroccato sopra gli scogli.
«Guarda Cate, si sta per buttare!» Damiano indica verso le rocce sei metri più in alto. Un ragazzo dalla pelle abbronzata e slip blu si affaccia verso il mare azzurro e con un piccolo salto, appena accennato, si getta nel vuoto. Un urlo soffocato e scompare sotto l’acqua generando spruzzi e schiuma bianca.
«Bel salto!» esclama Damiano.
«Pensavo fosse Angelo» risponde Caterina risentita. «Siamo qui per vedere lui, mica gli altri.»
«Beh, è un po’ che aspettiamo. Cercavo solo di intrattenermi per passare il tempo.»
Il ragazzo riemerge dall’acqua mentre la folla di Polignano lo accoglie con un caloroso applauso. Anche Damiano batte le mani felice come un bambino a Natale.
«Secondo te Angelo salterà mai da quello scoglio?”» chiede poi, voltandosi verso l’amica.
Caterina fa spallucce e i suoi occhi volano verso l’alto fino ad individuare la piccola figura di Angelo che cammina avanti e indietro a pelo con il bordo di roccia scura.
«Sono venti minuti che sta lì, credo che ormai abbia perso l’attimo» risponde.
Mentre si copre gli occhi dal sole di agosto, Caterina osserva Angelo sporgersi oltre lo strapiombo verso il mare turchese della baia. Lo osserva immobile in quella posizione da vedetta; le gambe bianche e pelose gli tremano in maniera impercettibile ma persistente. Le piega leggermente, facendo spuntare le ossa curve delle rotule dalla pelle chiara; con il busto si sporge di poco oltre il bordo e le sue mani si avvinghiano con più tenacia tra le fessure della parete di roccia accanto a lui.
Alla fine fa qualche passo indietro, rassegnato.
«Ce la puoi fare, Angelo!» gli urla Damiano con le mani a coppa intorno alla bocca. «Crediamo in te!»
Angelo risponde sventolando la mano in aria.
Lo vedono affacciarsi di nuovo al limite dello scoglio e guardare giu. Un ragazzo, in fila per fare il tuffo, gli si avvicina battendogli pacche sulle spalle e indicando l’acqua azzurra sotto di loro. Angelo scuote la testa nervoso e poi fa di nuovo qualche passo indietro cedendo il posto a chi si dimostra più coraggioso di lui.
«Mi sa che resteremo in attesa altri venti minuti» dice Caterina, mentre il suo sguardo scende dallo scoglio per posarsi di nuovo sul mare davanti a lei.
«Non capisco perché si è intestardito così tanto da voler fare un tuffo da quell’altezza.»
«È quello che gli ho chiesto anche io» risponde Damiano. «Dice che ormai è una questione di principio. Ed è sicuro di potercela fare.»
«Cazzate» risponde Caterina.
«Non credi che riuscirà a trovare il coraggio?» Damiano guarda dritto negli occhi l’amica mentre gli pone la domanda. Lei conosce bene quello sguardo, la faccia di chi è pronto a trovare altri significati dietro una semplice risposta.
«Non dico che non può farcela in assoluto» risponde un po’ imbarazzata.
«Dico solo che non può farcela adesso. Ci sta pensando troppo. Un tuffo da quell’altezza non lo fai se ci pensi troppo.»
«Ed è per questo che tu prima non sei saltata?» chiede lui.
«Forse. O forse non sento il bisogno di dimostrare a nessuno di potermi tuffare da sei metri.»
Un grido seguito da un tonfo li fa voltare entrambi verso il mare giusto in tempo per vedere l’acqua agitarsi spumosa in un punto poco distante da loro. Un turista dalla pelle arrossata riemerge soddisfatto pochi istanti dopo e saluta qualcuno in alto, sopra gli scogli, mentre l’acqua intorno a lui torna di nuovo quieta, passando dal bianco spumoso al blu immobile.
«Comunque sembra una cosa pericolosa saltare da quell’altezza ma non lo è affatto» dice Damiano.
Caterina borbotta a bocca chiusa e alza gli occhi al cielo.
«Dico davvero! L’acqua è molto profonda, pensavo di toccare il fondo con i piedi, invece mi sa che non sono arrivato neanche a metà! E poi l’acqua…»
«Lo so che non è pericoloso» lo interrompe bruscamente Caterina. «Me lo hai già ripetuto dieci volte. Ma è facile per te dirlo visto che ti sei già tuffato. Io non l’ho fatto e non c’è alcun bisogno di tornare su questo argomento ogni cinque minuti, ok?»
Non c’è rancore nella voce di Caterina. Forse solo una punta di fastidio, eppure lei vede distintamente l’espressione sul viso dell’amico cambiare, come se gli avesse appena dato uno schiaffo.
«Scusami» sussurra lui mentre la pelle intorno alla bocca si stira e si contrae in un sorriso nervoso.
«Non fa nulla» risponde lei, tornando a guardare il mare.

Damiano lascia scivolare il corpo oltre lo scoglio fino a immergerlo completamente nell’acqua; poi si volta verso l’amica.
«Ti va di fare una nuotata?»
Caterina annuisce e lo segue anche se non ne ha molta voglia; dalle rocce della baia continuano a cadere i corpi urlanti dei bagnanti e lei ha paura di essere colpita da qualcuno di loro.
Guarda preoccupata verso l’alto mentre immerge la vita nell’acqua fredda e salata. La sensazione di vuoto sotto i piedi le fa battere il cuore più veloce del normale. La sua mente corre su è giù pensando all’ignoto sotto i talloni e il pericolo sopra la sua testa. Le torna in mente una scena di qualche ora prima in cui lei e Angelo discutevano su cosa avrebbero mangiato a pranzo senza accorgersi che alle loro spalle Damiano si stava togliendo la maglietta e i calzini in silenzio, come in un rituale sacro, riponendoli poi dentro un telo da mare.
Mentre si infilava le scarpette da scoglio, Caterina si era voltata verso di lui e lo aveva fissato senza capire.
Senza dire una parola, il ragazzo aveva preso i suoi averi e li aveva lasciati tra le braccia dell’amica.
Aveva il volto teso e nervoso quando aveva guardato giù verso il mare. Ma mentre il vento gli scompigliava i capelli aveva sorriso verso di loro e si era tuffato.
Senza pensarci, si era tuffato.
Caterina era rimasta senza parole. Mentre il suo amico si abbandonava al vuoto era riuscita solo a contare i secondi dal momento in cui i piedi di lui avevano lasciato la roccia fino a quando avevano rotto la superficie dell’acqua.
2 secondi.
2 lunghissimi secondi.
Quando poco dopo era risalito dalle scalette scolpite nella pietra, bagnato e contento, sembrava un’altra persona. Un volto nuovo rispetto a quello a cui Caterina era abituata.
Si era chiesta se due secondi potessero davvero cambiare così tanto qualcuno. Se due secondi potessero regalarti una gioia così intensa e così profonda da farti sembrare un’altra persona.
Damiano nuota davanti a lei aprendole la strada; si dirige verso il centro della baia dove l’acqua e immobile e blu scuro e lei lo segue incerta, voltandosi di tanto in tanto al suono fragoroso dei tuffatori che arrivano a meta.
Caterina è un’ottima nuotatrice. Eppure, mentre segue la schiena punteggiata di nei di Damiano, Caterina sente di avere paura. Il suo cuore batte troppo forte, i suoi muscoli sono troppo rigidi. La bocca si impasta di acqua salata nelle frazioni in attimo in cui boccheggia a pelo dell’acqua sbagliando il ritmo.
Damiano si ferma e la aspetta in mezzo al mare blu.
«Tutto bene?»
«Sì.»
Lui la guarda sorridendo.
«Beata te, io sono stanchissimo. Possiamo fare un pit stop a quella barca ormeggiata lì?»
«Sì.»
La barca ondeggia lievemente sulla corrente del mare. La chiglia è stata dipinta color arancione, tanto da farla sembrare una grande boa.
Caterina afferra la fune che pende dal lato della barca. La stringe forte tra le dita grinzose già prosciugate dal sale.
Il rumore dell’acqua che sbatte sotto la chiglia accompagna il suo silenzio mentre riprende fiato.
«Tu lo riesci a vedere Angelo da qui?» chiede Damiano, puntando il dito verso gli scogli.
Caterina stringe gli occhi e aguzza lo sguardo.
«Sì, eccolo lì.»
Angelo si è confuso in mezzo a un gruppo di ragazzi più o meno della loro età. Caterina lo ha riconosciuto più per il modo in cui gesticola che per la fisionomia del corpo.
«È davvero incredibile» dice Damiano. «E lì da soli venti minuti e già ha fatto amicizia con tutti.»
«Lo sai come è fatto. Sarebbe strano il contrario, non mi stupirebbe se tra poco lo vedessimo parlare anche con i granchi.»
«Quindi non ti fa strano che proprio lui non riesca a trovare il coraggio di tuffarsi? Angelo è sempre stato uno che pensa poco prima di agire, come quando dopo la laurea si è rapato solo mezza testa e ha girato così per una settimana.»
«Un tuffo da quell’altezza mette un po’ più paura di un brutto taglio di capelli» risponde Caterina ridendo.
«Però ero sicuro che non avrebbe avuto problemi a farlo. Mi sono sbagliato, evidentemente.»
«Anche io mi sono sbagliata» ammette Caterina. «Se mi avessero detto che oggi ti saresti tuffato da quello scoglio non ci avrei mai creduto.»
Damiano immerge la testa sottacqua e poi risale lentamente.
«Già. Penso che non ci avrei creduto nemmeno io» risponde, mentre gocce d’acqua gli cadono dalle ciglia lunghe.
Era da tanto tempo che Caterina non lo vedeva così sereno.
«Un po’ ti invidio.»
«Lo so» risponde Damiano.
Il rumore delle onde sotto la chiglia diventa più forte mentre un’altra barca arriva lenta nella caletta per ormeggiarsi accanto a loro.
«Cosa hai pensato quando ti sei tuffato?» chiede Caterina, sovrastando il borbottio del motore.
«Mentre mi buttavo? A nulla. Mentre mi spogliavo prima di tuffarmi? A tutti i modi in cui sarei potuto morire.»
«Il trucco è non pensarci – dice Caterina – quando si tratta di queste cose bisogna farlo e basta. Uno strappo e via. Io sono stata stupida come Angelo. Ci ho pensato troppo. Ormai ho perso l’occasione.»
«Quanto sei melodrammatica… Abbiamo ancora un’ora prima di tornare a casa, di tempo per tuffarti ne hai a volontà.»
2 secondi, pensa Caterina. In effetti le basterebbero solo due secondi.
«Andiamo a dare manforte al nostro amico» dice Damiano, spingendosi con i piedi sulla chiglia della barca. «Magari se lui si butta lo fai anche tu!» aggiunge poi, sorridendo in maniera furba.
«Davvero non lo capisco! Perché ti interessa tanto che io mi tuffi da quel dannato scoglio?»
Damiano affonda di nuovo il volto sott’acqua e poi riemerge lentamente facendo scivolare il viso sul velo del mare.
«Perché so quanto ti renderebbe felice» risponde, prima di riprendere a nuotare.

Caterina annaspa nel viaggio di ritorno che, lontano da ogni esperienza, sembra più lungo di quello di andata.
Mentre nuota sente il sapore dell’acqua salata in bocca e l’odore di nafta del motore della barca nel naso. Sensazioni familiari, che le ricordano di quando, appena sedicenne, andava in barca con la sua famiglia. Viaggiavano fino al largo, dove non si vedeva il fondo, e poi, lei si tuffava dalla scaletta di ferro sulla prua, gettandosi senza paura negli abissi bui e profondi.
Che fine avesse fatto quel coraggio e quel suo amore per il mare Caterina proprio non lo sapeva. Sapeva solo che ad un certo punto aveva smesso di provare piacere nell’immergersi sott’acqua o di nuotare per ore sopra le correnti.
Aveva iniziato a provare paura.
Paura del buio e dell’ignoto sotto di lei.
Paura della corrente pronta a portarla lontano, verso il mare aperto.
Quando era iniziato non se lo ricordava più, così come non ricordava più l’ultima volta che si era tuffata dalla scaletta di ferro.

Caterina si ferma e guarda verso l’alto, risalendo con lo sguardo la parete di roccia, spingendosi fino alla cima, dove la pietra scura incontra il cielo.
Due secondi.
Basterebbero davvero a renderla felice?
Due secondi.
Solo due secondi.
Caterina afferra la mano di Angelo.
«Facciamolo adesso. Insieme.»
Il ragazzo impallidisce. La sua mano ha un leggero sussulto, poi si stringe intorno alle dita di lei.
Caterina si volta verso Damiano e mentre il vento gli scompiglia i capelli gli sorride.
Alcune cose le fai solo se non ci rifletti troppo sopra.
Perciò Caterina non pensa, e si tuffa.

È come un battito di ciglia.
Una frazione di secondo prima i suoi piedi erano saldamente poggiati a terra. Ora volano nel vuoto, in caduta libera.
Caterina sente gli organi ammassarsi verso l’alto, risalendo il costato fino a fermarsi sotto la gola. Gli occhi puntati verso il mare che si avvicina sempre di più, iniziano un po’ a lacrimare. Se li tenesse aperti potrebbero finirli dritti dentro il cervello, ne è sicura, però non riesce a chiuderli. Ha bisogno di vedere tutto quanto, fino all’ultimo secondo. Ha bisogno di sentire ogni attimo di quel salto nel vuoto.
La barca è ancora ormeggiata in mezzo alla baia. Caterina la vede con la coda dell’occhio, di sfuggita, un punto colorato nel blu del mare.
Le urla dalla spiaggia non le sente più, il fischio del vento nelle orecchie copre ogni cosa, o forse non è il fischio del vento, forse è solo Angelo che grida.
Quando i suoi talloni sfiorano la superficie del mare si tappa il naso istintivamente. L’acqua è densa come olio. Le gambe attraversano il primo strato di corrente calda e poi raggiungono il secondo. Acqua fredda e pungente la avvolge completamente, insieme al silenzio sotto la superficie.
La mano di Angelo è ancora stretta intorno alla sua. Non si ricorda quando ha chiuso gli occhi, ma quando li riapre vede la faccia di lui che la guarda; i capelli di Angelo fluttuano come pesci allegri intorno al suo volto tondo. Il suo sguardo, sgranato nel vuoto blu, sembra felice.
Tira su il pollice e sorride.
Quando riemergono, la testa di Damiano fa capolino accanto a loro. Si è buttato pochi istanti dopo, per godersi lo spettacolo delle loro facce più da vicino.
Nessuno dice nulla.
Mentre tornano verso la riva il sole sta quasi per raggiungere la linea dell’orizzonte.
Caterina nuota tenendo il tempo delle bracciate.
Respira, apnea, espira. Si sente leggera, ora che gli organi sono tornati tutti al loro posto.
Respira, apnea, espira. Le bracciate sono lente e distese, le gambe forti la spingono verso la riva di sassi. Ogni tanto immerge la testa sotto l’acqua, solo per sentire il silenzio sotto il mare.
Respira, apnea, espira.
Il suono del motore della barca che riparte la accompagna, mentre si gode la vista di Polignano al tramonto.

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