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Matilde è qui

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Illustrazione di Agrin Amedì
Matilde è diversa dalle altre. Anche Neruda lo sapeva, mia piccoletta dalla scorza dura. Eugenio Rescazzi rivela l’incanto di un legame.

Fiera dei rettili di San Folino. Caldo, poca gente, tanta noia. Matilde è qui. Eccola. Sguazza tra le acque della vaschetta. Gioca, mastica, schizza, si assopisce. Non è sola, ci sono altre tartarughine. Nate da poco. Verdi e a chiazze gialle, testa rossa ai lati, coda lunga. Furbe e voraci. Pure curiose. Corpo in verticale, spalmato alla parete, quando bramano la libertà. E ancora, scrutatrici. Occhietti vispi oltrepassano la barriera di plastica che le separa dal mondo. Sognano un po’, incalzando sagome e movimenti sfocati. Attendono, infine, il vecchio Ernesto che racconta, gesticola, cura, cambia l’acqua, dà loro da mangiare. Ora si siede, si stiracchia. Si confonde, dietro la bancarella, tra le gabbie di una selva che lo avvolge. Sembra di esserci dentro. I muschi, i fiori, le radici delle piante, le felci, le tane degli animali. Ecco sibilare il serpente a sonagli. Mimetizzarsi tra il fogliame il geco. Catturare l’insetto con la lingua vischiosa l’iguana. Celarsi, tra i sassi, la lucertola. Affiorare dalle lenticchie acquatiche Matilde: bestiolina vivace, intimidita, felice, viva più che mai. Diversa dalle altre: non vorrebbe mai andare via. Ma nulla conosce tranne l’amore di Ernesto e per Ernesto. Amore riguardoso che le rivolge. Amore umile, silenzioso, paziente e vicino che non sa ricambiare. Amore paterno, mascherato nelle vesti di venditore ambulante. Venditore stanco, Ernesto. Uomo scapolo, sciatto, rassegnato come aleggiasse su di lui una morte vicina. Poveri animali. Scivola ora nella vaschetta la sua mano rugosa, si bagna e avanza nella lotta tra tartarughe. Eccole spingersi, ribaltarsi, aggrapparsi alle sue dita pelose. Fluttuano nelle acque mosse e impetuose nella speranza di venir scelte e pescate. In quella foga acquatica tutto si perde: escrementi, gamberetti essiccati, sabbia, ciottoli e finta vegetazione. Matilde è lontana, ritratta nel carapace. Schiacciata all’angolo della vaschetta come un pugile sul ring. La mano di Ernesto la raggiunge, la solleva, poi riaffiora dalle acque. Lascia dietro sé i versi concitati delle altre creature. Poi d’un tratto è silenzio: sembrano chiudersi porte e gabbie, spegnersi luci, tranquillizzarsi gli animali attorno, allontanarsi dalla fiera quei pochi umani rimasti. Rimane il palmo bagnato di Ernesto con Matilde sopra, nella sua corazza forte e resistente, nella sua più intima dimora. La accarezza Ernesto, con l’indice, percorrendone una linea. Poi lo fa con due, tre dita, e infine con la mano intera. Culla e guarda Matilde come fosse una figlia appena nata. E lentamente lei si sveglia dal torpore: fa capolino con la testa, allunga il collo, distende le zampe anteriori che sprigionano piccole goccioline d’acqua e avanza di un passo sulla mano di Ernesto, seguendone una linea più marcata sopra il palmo.

 

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