Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il mondo di fuori

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Più e più volte agitavano le ali. Si sforzavano, il fruscio era assordante, ma nessuno sembrava accorgersene. Stefano Malchiodi attraversa piazza San Marco.

La sigaretta bruciava nel posacenere. Il fumo disegnava delle onde a mezz’aria e Arturo ne seguiva il flusso con il gomito appoggiato alla mensola della finestra.
Quello era l’unico momento in cui si concedeva di lanciare qualche occhiata al mondo di fuori, come lo definiva lui; il resto del tempo lo trascorreva nella penombra della sua casa.
Ad Arturo era stata diagnosticata una grave forma di agorafobia. Non poteva sporgersi da una porta o una finestra che subito lo assaliva un terrore sordo capace di percuoterlo dalla testa ai piedi.
Fino ai venti, anche trent’anni, ci aveva provato a vivere una vita normale: aveva degli amici, perfino una ragazza. La paura non lo abbandonava mai, ma si faceva coraggio. Tutti gli spazi ampi, ariosi, che per gli altri erano sinonimo di libertà per lui non erano nient’altro che solo fonte d’angoscia. Sapeva di non poter fuggire da quell’immensità, da quella grandezza. Si sentiva minuscolo, come un granello si sabbia travolto dalle onde. Come quando, sbucando da una viuzza, gli
capitava di imbattersi in una piazza grande e si bloccava, diventando rigido come marmo. Nulla poteva smuoverlo.  L’unica possibilità che aveva era quella di voltarsi e fare marcia indietro, come se nulla fosse successo. Si può dire che Arturo aveva vissuto una vita a passo di gambero.
Riprese la sigaretta per tirare l’ultima boccata. Poi, guardando oltre la strada, notò un ragazzino col caschetto. Un ragazzino che avrà avuto dieci anni giocava sul balcone del palazzo di fronte al suo. Aveva capelli neri e lisci, e stava facendo volteggiare nell’aria un giocattolo grigio a forma di uccello che ad Arturo sembrò un piccione.
Mentre lo fissava si accorse che le voci fredde e taglienti che sentiva provenivano proprio dall’appartamento del ragazzino col piccione. Forse i genitori stavano litigando dentro casa. Ma il ragazzino sembrava non farci caso mentre il suo piccione giocattolo si librava sopra la sua testa trasportato dalle sue energiche bracciate.
Arturo era così assorto a osservare il ragazzino libero nelle sue fantasie e visibilmente privo di qualsiasi timore che gli capitò di domandarsi qual era stata l’ultima volta nella sua vita in cui era riuscito anche lui a percepire un senso identico di libertà. Non riusciva a ricordarlo. Ma il braccio del ragazzino a un tratto disegnò un volo più ampio rispetto a quello precedente e improvvisamente Arturo era di nuovo lì, a Venezia.

Una giornata afosa di inizio settembre con la tuta in poliestere che si attacca addosso. Il sole batte a picchio. L’acqua e la pietra bianca riflettono i raggi del sole, rendendo tutto così luminoso e abbacinante da confondere la vista. Suo padre fuma una sigaretta dietro l’altra, lanciando i mozziconi ai piccioni. Apre la strada nella folla, senza mai voltarsi, mentre la madre trascina con sé i suoi fratelli più piccoli. Arturo chiude la fila con al collo la pesante macchina fotografica del padre.
Dopo vari battelli, spallate di signore grasse ed eccitate, e richieste di fotografie da turisti di ogni etnia, arrivarono a piazza San Marco. È enorme. E piena di piccioni. La madre, esagitata, dice frasi ad alta voce come: «Guarda il palazzo del doge Arturo!» «Guarda le gondole!» «Guarda i gabbiani!» «Guarda i giapponesi!». Poi compra del mais con cui riempire le mani dei fratelli più piccoli.
«Arturo, facci una foto!»
Svogliato Arturo si sfila la macchina e mette l’occhio dentro il mirino. Intanto i fratellini hanno aperto le mani e in breve tempo vengono sommersi da decine di piccioni impazziti. Arturo riesce a vedere solo le loro faccine terrorizzate e urlanti inglobate in due masse di ali sfocate. Nel mezzo mamma Agnese sorride verso l’obiettivo, impassibile.
«Andiamo via, mamma.»
«Ancora un paio d’ore e andiamo, Arturo. Goditi questa piazza, è bellissima!»
Adesso stanno tutti bevendo un succo di frutta lì nella piazza quando Arturo sente una strana sensazione, come una vertigine. Improvvisamente si sente perso, come se la sua famiglia non ci fosse. Ha l’impressione che il mondo si capovolga. È sospeso su quel vuoto infinito che ora assume le sembianze di sua madre nell’istante in cui, dopo essere scappato per rintanarsi nel primo negozietto capitatogli sottomano lei, suo padre e i suoi fratelli lo raggiungono per trascinarlo fuori e si accorgono che la macchina fotografica non c’è più. Doveva essergli caduta, o forse gli era stata rubata.
«Dov’è la macchina fotografica?»

Arturo schiacciò la sigaretta nel posacenere e chiuse la finestra. Andò in salotto e si mise a guardare la tv. A un tratto però sentì il tonfo di qualcosa che andava in frantumi, come se un mobile pieno di ceramica fosse caduto dal quarto piano. Tornò alla finestra. Le urla si erano fatte più feroci nella casa del secondo piano. Il ragazzino stava seduto a terra in un angolo del balcone con le braccia appoggiate sulle ginocchia e la testa bassa. Non giocava più. Il suo modellino a forma di uccello era sul marciapiede sotto al balcone, con un’ala spezzata posta più in là del suo becco.
Nel frattempo il tramonto dipingeva di rosso la via. Arturo continuava a guardare il piccione di plastica rotto sul marciapiede. Il ragazzino invece era ormai paralizzato, aggrovigliato su sé stesso tra le urla che aumentavano d’intensità. Avvertì un vuoto nel petto. Eppure non sembrava il solito tuffo al cuore che lo prendeva quando pensava al mondo di fuori o la vertigine che gli provocava l’altezza del cielo. Si sentiva a disagio, come se stesse per soffocare.
Si mise le scarpe da ginnastica e una giacca invernale che sulle spalle gli pesò in modo innaturale. Fece un respiro prima di aprire la porta di casa, ma non avvertì nessuna esitazione dentro.
Mentre scendeva le scale del condominio un senso di agitazione lo pervase e cominciò a correre, sempre più forte, sempre più forte, finché arrivò al pesante portone che dava accesso all’esterno, ansimando per il fiatone. Si fermò. Schiacciò il tasto di apertura e poi tirò verso di sé con un gesto solenne, deciso. L’aria fresca della sera gli pizzicò il volto, dandogli un fremito di euforia. Poi fece un balzo fuori, mentre la porta si richiudeva con un tonfo alle sue spalle. Il marciapiede di fronte distava solo pochi metri.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Gate 1

I racconti di Omero

Angela

Sfoglia
MagO'