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Illustrazione di Agrin Amedì
Ce la posso fare, mi basta pedalare più forte. Anche se piove. Piove. Piove sul deserto. Maria Giulia Biguzzi rivive la storia di Dudù.

Se un mercoledì sera di gennaio la pioggia battente non accenna a concedere neanche un minuto di tregua, Milano si arrende per qualche ora. In strada non c’è quasi nessuno, dopo le 20 il traffico del rientro a casa è ormai smaltito, poche sono le macchine ferme ai semafori.
Da tempo, quando le condizioni meteo sono queste, gli unici personaggi in scena sono i riders. Corpi imbacuccati sotto giacche impermeabili ma non abbastanza brandizzate con i loghi delle varie App per la consegna del cibo a domicilio.

Dudù sa che deve consegnare la pizza al destinatario entro 20 minuti, se non supera le 3 consegne in un’ora scatta salario minimo di 7,5 euro; se le consegne sono 4 viene pagato una commissione di 2,5 euro a consegna. È una differenza di 2,5 euro, ma ogni centesimo conta quando hai fatto la strada che ha fatto Dudù. Ogni pedalata è un passo in più verso una vita migliore, ogni ostacolo che rallenta la corsa è un passo indietro verso il punto di partenza.

Destra, sinistra, destra, sinistra, su, giù, su, giù. A ritmo costante la pioggia dà meno fastidio, mancano ancora 10 minuti allo scadere di quell’ora.

Dudù è in Italia da 2 mesi, ma è in viaggio da 12, è un migrante economico. Il giorno in cui è partito per cercar fortuna in quell’assembramento di case che è il suo paese d’origine, nel nord del Senegal, si era radunato un mucchio di gente tra famigliari più stretti, famigliari alla lontana e amici, anche dai villaggi vicini. Tanti dei presenti avevano contribuito con i loro risparmi al “biglietto di viaggio” di Dudù e quel saluto finale era anche un modo per dirgli “non dimenticarti di me quando sarai ricco”, oltre che per consegnargli amuleti di ogni sorta.
La maggior parte di quegli oggetti li aveva lasciati indietro, ma quello che aveva portato con sé, una pietra di fiume da appendere al collo con un cordone di cuoio, gliel’aveva dato sua sorella più piccola, Sumi. Gli aveva detto di non toglierselo mai perché era magico e l’avrebbe fatto arrivare a destinazione sano e salvo. Con tutto quello che gli era successo nei mesi successivi, Dudù si era convinto che, se era ancora vivo, la collanina di Sumi era davvero magica e così non se l’era più tolta.

Destra, sinistra, destra, sinistra, su, giù, su, giù. Mancano ancora 8 minuti.

Aveva rivisto sua sorella in una ragazza che viaggiava con lui attraverso il deserto del Sahara su un’auto sgangherata in cui si erano ammassati in 20. Avevano chiacchierato poco, ma gli era sembrata gentile e la voce gli ricordava quella di Sumi. Anche lei era diretta in Libia. A un posto di blocco in cui Dudù aveva pagato una delle mazzette più grosse del percorso, la ragazza era stata presa dai soldati e portata sul retro della camionetta. Quando era ricomparsa, circa mezzora dopo, a tutti sull’auto sgangherata era chiaro quello che le era stato fatto, e Dudù, che avrebbe protetto sua sorella con la vita, si è imposto di non guardare più nella direzione della ragazza per evitarne lo sguardo. Il viaggio era duro, e bisognava diventare duri per avere speranze di farcela.

La pioggia non accenna a diminuire, il navigatore sul cellulare è completamente appannato, Dudù deve continuare a strofinare lo schermo per riuscire a vedere il percorso e allo stesso tempo deve stare attento a non perdere l’equilibrio. Mancano 5 minuti alle 21.

Quando era piccolo la pioggia era un evento da celebrare, pioveva poco e solo in alcuni mesi. Sua nonna sotto la pioggia scioglieva i capelli lunghi e lasciava che fosse la pioggia a lavarli. Erano le uniche volte in cui Dudù la vedeva senza il solito chignon e gli faceva anche un po’ strano. Ma la pioggia era molto più delicata di quella di gennaio a Milano.

Con la pioggia del Senegal riuscirebbe a fare la sua consegna in tempo. E invece mancano 3 minuti, accelera. Iniziano a fargli male le gambe. Può accelerare ancora, può sopportare quel dolore.

Sulla barca, nell’ultimo tratto prima di sbarcare in Italia, c’era stato due settimane e quasi sempre rannicchiato, perché c’era poco spazio per sgranchirsi. Quando finalmente è sceso non riusciva a camminare bene.
Era sbarcato senza soldi, l’ultimo rotolo di banconote gli era stato rubato a Bengasi da due che dovevano offrirgli un lavoro temporaneo come scaricatore e che invece lo avevano picchiato. Faceva parte del viaggio, lo aveva messo in conto e non si era fatto prendere dallo sconforto. Si era messo agli ordini di un padrone che lo aveva fatto lavorare per dei mesi senza paga ma che alla fine gli aveva assicurato un posto sulla barca per Lampedusa. Dopo tanti mesi di viaggio si era immaginato che una volta toccata terra si sarebbe commosso, sciolto in un crogiolo di emozioni. Invece nulla, mai una lacrima in tutto quel tempo, solo carne greve e acido lattico.

Destra, sinistra, destra, sinistra, su, giù, su, giù. Ecco il portone, via Losanna 16. Apre una ragazza che avrà più o meno la sua età, anche se Dudù dimostra molto di più dei suoi 19 anni – come gli dicono gli altri della casa di accoglienza.
«Grazie, c’è tutto?»
Lui fa cenno di sì con il capo e controlla l’orologio mentre spunta la consegna sul palmare.
21.04: Tutta la fatica è stata inutile. Sente la porta chiudersi dietro di lui e si accascia a riprendere fiato; i muscoli pulsano sotto i pantaloni bagnati, il dolore sale dalle gambe e si diffonde nel resto del corpo infreddolito: Dudù, per la prima volta da quando è partito da casa, si abbandona a un lungo pianto.

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