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Abito da sposa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dai, su. Parlami anche tu. Vuoi dirmi come ti senti, vestito? Cosa provi in questo giorno? Sembri rilassato sulla stampella, ma… Marta Di Nicola dà voce a un indumento in un giorno importante.

«Così siamo finalmente soli io e te, vestito. Abbiamo un po’ di tempo per parlare, confrontarci… Dai, dimmi a cosa stai pensando?»
Sprofondata sulla poltrona in tessuto a fiori rosa in stile anni ‘80, al centro della mia vecchia cameretta, circondata dalle mie foto da bambina appese alla parete – anch’essa rigorosamente rosa, ci mancherebbe – c’è quella della prima candelina, della prima volta in bicicletta in campagna dai nonni, quella scattata durante una vacanza in montagna nel paese di vattelappesca per incorniciare il magico momento in cui cavalcavo un pony… quanti anni avevo? Boh, chi se lo ricorda più.
È rimasto tutto identico. Sulla mensola di fronte l’armadio ci sono ancora in fila i miei libri di scuola, c’è quello di storia dell’arte con la copertina rigida che non entrava mai nello zaino, quello di italiano, quello di storia e filosofia. Una serie di bei mattoni. La mia scrivania in legno scuro sta ancora là in quell’angolo accanto alla finestra – ovviamente per approfittare della luce naturale del sole, come mi ricordava sempre mia madre. Non voglio neanche sapere cos’ho lasciato dentro quel cassetto. Un diario segreto? Una lettera d’amore di qualche fidanzatino del liceo? No, non posso farcela, non oggi. Qualsiasi cosa ci sia, rimanga pure lì.
Fatto sta che sono riuscita a rompere l’idilliaca ed eterna precisione di questa stanza, occupando i pochi spazi rimasti vuoti con oggetti di ogni tipo: la scatola delle scarpe, il beauty-case straripante di accessori, la palette di trucchi, la custodia con gli anelli che mi sono presa la briga di custodire, la piastra per i capelli, tutta la collezione primavera/estate di biancheria intima, le boccette profumate di creme per il corpo e poi ancora buste, bustine e sacchetti via via sempre più piccoli. Che confusione.
Poggiata sul letto, sola soletta, c’è invece la mia valigia, ordinata e perfetta come ogni volta prima di un viaggio, i vestiti da una parte e i costumi dall’altra. Distrattamente, il mio sguardo cade su quello intero azzurro che ho comprato su un sito internet un po’ sfigato ma che per fortuna mi hanno consegnato ieri, giusto in tempo. Non vedo l’ora di infilarmelo e buttarmi nel mare cristallino dei tropici… Già mi vedo sdraiata sull’amaca, con un bel mojito in mano, circondata da palme di cocco e spiagge bianche.
Ma prima di tutto questo, devo superare la grande prova. Per arrivare in paradiso bisogna passare dall’inferno. Visto? L’ansia mi fa persino diventare saggia. Ma no dai, che dico inferno. Sto esagerando. L’ansia mi fa sparlare, in realtà.
«E tu? È possibile che non hai nulla da dirmi? Eppure ti sto offrendo un’opportunità di dialogo, per rilassarci magari. Lo capisci?»
Silenzio.
«Insomma te ne stai lì appeso senza degnarmi di una risposta, così indolente e sfacciato. Lo sai che non mi aiuti affatto e che, anzi, fai sembrare tutto ancora più difficile? Ma ti rendi conto di cosa stiamo per fare?»
Niente. Nessuna risposta.
«Devo dire che sei piuttosto antipatico. Ti ricordo che oramai abbiamo fatto un patto e che questa cosa la dobbiamo affrontare insieme. Non hai, non abbiamo, scampo.»
Così eccolo lì: il mio meraviglioso abito da sposa, tutto in seta e organza, bianco candido. Confezionato a mano centimetro per centimetro. Un pezzo unico, arrivato direttamente dalla Spagna. Pura sartoria. Emana fascino da tutte le cuciture. Imperturbabile, se ne sta appeso all’armadio, mi fissa a sua volta. Sa di avermi in pugno.
«Pensavo fossi più socievole quando ti ho comprato, sai?».
Sempre silenzio.
«Insomma speravo di aver trovato un amico, qualcuno in cui rifugiarmi e chiedere conforto. E invece vedo che hai deciso di fregartene e abbandonarmi al mio destino, proprio adesso. Molte grazie, vestito.»
Niente, non c’è speranza.
Una sottile brezza di vento entra dalla finestra, facendo lievemente muovere la gonna dell’abito che va a formare delle impercettibili pieghe sul bordo. Un atteggiamento provocante.
«Stai finalmente provando a dirmi qualcosa?»
Niente. Il venticello cessa e l’abito si immobilizza di nuovo. Mi lascio prendere da una crisi di nervi.
«Ritieniti fortunato perché oggi non ho altra scelta, altrimenti…»
«E chi lo ha detto?»
«Cosa?»
«Chi ha parlato?» Faccio un sobbalzo sulla poltrona. Giro velocemente la testa in tutte le direzioni. Poi mi volto di scatto verso il mio abito. «Sei stato tu?» No, lui è impenetrabile. Saldamente agganciato alla gruccia dell’armadio. Mi guardo intorno sgomenta: sulla scrivania, tutto come prima. I libri in ordine sulla mensola. I quadri appesi e perfettamente in linea con la parete. Le mie cose confusamente sparse in giro per la camera. «Guarda che sono qui!»
Ancora. «Ma chi sei? Dove sei?»
«Qui, dietro di te!»
La voce proviene dal letto, anzi dalla valigia. Mi alzo con un guizzo, cammino sulle punte dei piedi e mi avvicino incerta.
«Senti, ce l’ho io un’idea: lascialo perdere quel vestito. Non vedi che non vuole proprio parlarti? Nemmeno ti guarda!»
In effetti è così. Mi volto verso il mio abito da sposa: è totalmente indifferente alla scena. A dire la verità, non so neanche se stia ascoltando.
Torno a fissare sbalordita il mio nuovo interlocutore.
«Ascolta, – continua lui – quella porticina dà direttamente sul terrazzo e poi sul giardino sul retro della casa. Ecco il piano: in meno di due minuti mi indossi e andiamo via da lì. Quando se ne accorgeranno, saremo già abbastanza lontani, finalmente liberi e spensierati!»
«Incredibile!» Metto d’istinto una mano sullo sportello della valigia e lo sbatto con violenza. Chiudo la zip con un gesto netto. Cerco di pensare velocemente, mentre a piccoli sorsi mando giù un bicchiere d’acqua fresca. Forse è il caso che chiami mia madre.
«Ehi!» La sua voce stridula mi colpisce dritta in testa.
Maledizione! Mi siedo sulla sponda del letto. Avvicino l’orecchio. Silenzio. Con movimenti lentissimi faccio scorrere la zip nella direzione opposta e di nuovo lo vedo spuntare dalla tasca laterale della valigia.
«Ti sto dando un’opportunità, lo vuoi capire? Non eri tu che poco fa parlavi di amaca, spiagge bianche e mojito? Posa l’acqua. Forza, andiamocene via da qui.»
«Stai scherzando?»
Mi porto entrambe le mani sulle tempie. Ma come diavolo si chiamava quel sito internet dove ho ordinato questo coso parlante? L’avevo detto che era sfigato! E comunque non mi sembra che tra le caratteristiche dell’articolo ci fosse scritto: “Costume da mare che offre accattivanti proposte prima del matrimonio”. Altrimenti di sicuro non lo avrei preso, mi sembra logico. Mi chiedo se l’ho pagato troppo poco.
«Senti, – gli dico con una calma apparente – adesso ho da fare con il mio abito da sposa. Non è ancora arrivato il tuo momento. Devi aspettare, ok?»
Cose da pazzi. Faccio per girarmi e tornare sulla poltrona, scuotendo indispettita il capo.
Ma il mio bel costume azzurro, nuovo di zecca, con quei laccetti color corda che si spiegano attorno alla vita e quello scollo provocante insiste.
«Ti vedo, sai? Non vuoi farlo veramente. Altrimenti, perché ti starei parlando?»
«Non lo so, dimmelo tu. Forse perché sei insolente? E aggiungerei anche inopportuno. Sai bene che oramai è deciso così. Prima l’abito, poi il costume.»
«Non è possibile invertire quest’ordine?»
«No, è troppo tardi.»
«Non è vero! Non è troppo tardi. Puoi ancora farlo, dipende solo da te!»
«Perché insisti?» Lo fisso. Mi fissa. Adesso non so più che altro aggiungere.
«E va bene.»
Con un movimento deciso lo afferro. Me lo porto all’altezza degli occhi, le braccia tese. Lo scruto da vicino e poi da lontano per qualche secondo, in controluce il colore diventa più intenso. Proprio come il turchese del mare.
«Cosa c’è? Forse non ti piaccio abbastanza?»
«Ma va. Lo sai che non è questo il punto.»
«E allora non capisco cosa tu stia aspettando.»
Non rispondo. Mi precipito verso l’armadio; guardo con la coda dell’occhio l’abito da sposa ma passo oltre mostrando indifferenza, mentre con entrambe le mani continuo a stringere involontariamente il costume.
Con risolutezza, apro lanta dove c’è lo specchio. Ho bisogno di altre conferme. Lancio un’occhiata intorno con sospetto: a parte le fotografie appese sulla parete, non c’è nessun’altro che mi stia guardando. Naturalmente neanche il vestito. Mi porto il costume sul busto, afferrandolo dalle bretelle in corrispondenza delle spalle. Sorrido divertita davanti a questo spettacolo, e di colpo, la mia ansia sembra placarsi. Senza volerlo, la mia mente comincia a viaggiare. Con una mano prendo il bicchiere e lo avvicino alla bocca e mi accorgo che l’acqua ha il sapore della menta e del rum bianco. Faccio una serie di smorfie allo specchio, giro il viso prima a destra poi a sinistra alla ricerca del mio miglior profilo, ancheggio con i fianchi e rido ancora.
«Siamo perfetti» mi bisbiglia.
«Già» rispondo entusiasta.
Riflettendoci bene, il costume non ha affatto torto: dipende solo da me. Insomma sono io l’artefice del mio destino o no? Non è forse vero che posso interrompere l’inesorabile rincorrersi degli eventi, quando e come voglio? Certo, con un pizzico di audacia.
Torno a guardare la mia immagine riflessa nello specchio, con indosso il costume. La contemplo con soddisfazione. Mi calza a pennello! Un ottimo acquisto, senza dubbio.
Mi avvicino ancora di più all’anta dell’armadio, a pochi centimetri dall’immagine di me stessa. Ora riesco a esaminarne bene i dettagli, i laccetti in corda esaltano perfettamente il mio punto vita, lo scollo non è esagerato, proprio come volevo. Osservo attentamente ogni lato, davanti e dietro. Mi giro e rigiro più di una volta.
«Sei stupenda» mi dice.
«Non lusingarmi. Non serve» rispondo con un eccesso di modestia.
Mi porto le braccia sui fianchi; lo guardo severa e con improvviso atteggiamento di sfida.
«Piuttosto dimmi – inclino il capo e strizzo gli occhi – questa storia che dipende solo da me, vale anche in circostanze come questa? Cioè voglio dire, in un momento così delicato? Oramai tutto è stato già deciso da tempo, non posso deludere le persone che amo, il mio futuro sposo, i miei cari, gli amici…»
«Vale sempre. – mi interrompe. «Dipende solo da te.»
Ha ragione. Non riesco a controbattere. A questo punto ho l’impressione di essere disarmata. I miei occhi roteano velocemente da un angolo all’altro della camera, passando in rassegna quelli che pensavo essere i miei punti fermi. Adesso non ne sono più tanto sicura, in effetti mi gira la testa. Una incontrollata sensazione di adrenalina mista a terrore mi avvolge completamente; parte dalle gambe e arriva fino alle spalle. Avverto una goccia di sudore scendermi da un lato della fronte. Fa caldo. Sento il mio respiro diventare affannoso. Ed è l’ultima cosa che riesco a distinguere chiaramente.
A un tratto vedo le mie mani frugare con veemenza tra le mie cose, non so cosa stiano davvero cercando, il mio corpo volteggia nella stanza, sembra che stia correndo o forse solo camminando a passo spedito, le mie braccia si alzano e poi si abbassano secondo movimenti sempre più bruschi. Perdo più volte l’equilibrio, saltello, ma cerco di stare dritta. Con una mano mi appoggio al muro, è freddo nonostante l’estate.
Mi sento una ladra che sta rubando un pezzo di vita a sé stessa per concederlo ad altri. O che se lo sta concedendo a sé stessa rubandolo ad altri. Cerco di non fare rumore, ma è impossibile saperlo, le mie orecchie oramai non ascoltano più.
«Mamma! – urlo istericamente, con tutta la voce che ho in gola, quasi piangendo – Ti prego, vieni ad aiutarmi con questo maledetto vestito!»

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