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Ti ho baciato mentre dormivi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ti ho baciato mentre dormivi, chissà cosa sognavi. Avrei voluto chiedertelo. Avrei potuto chiederlo? Tu dormivi, e io c’ero. Francesca Pacini dà voce alla densità di un silenzio.

Ti ho baciato mentre dormivi tutte le sere del nostro tempo insieme. Ho aspettato che ti addormentassi perché non volevo ti accorgessi di quei baci, perché volevo proteggerti dal momento in cui non ci sarei stato più per darteli.
Il compito di un padre è quello di proteggere i propri figli dalle cose brutte o pericolose. Ho fatto del mio meglio per proteggerti dalla mia presenza, per renderti sopportabile la mia assenza. Piccina mia, ora che ti guardo da qui, dove mi sento più leggero e dove passo il tempo a osservarti, dubito di essere riuscito nel mio intento. Allora penso a queste cose che ho da dirti, sapendo che sono in un posto troppo lontano perché tu possa sentirmi e le mie parole ti arriverebbero sotto forma di vento, o portate da un piccolo moscerino che distrattamente scacceresti con la mano.
L’errore più grande è pensare che quando si ha poca vita davanti ci si sforzi per viverla al massimo, come se ogni momento fosse l’ultimo. Ma non è così: la morte si insinua nella vita e la risucchia, si prende tutto lo spazio. Non ho saputo tollerare il confondersi dei confini del tempo che ho avuto e di quello che non avrei avuto più, e ho deciso che fino al momento della mia morte avrei fatto il meno rumore possibile, per salvare il salvabile, per salvare solo te bambina mia.
Per questo la nostra vita insieme non ha avuto nessun suono, se non quello del silenzio. Sono rimasto zitto mentre ti coprivo con le mani gli occhi per non farti spaventare di fronte a un film di fantascienza, quando ti venivi a sdraiare accanto a me sul divano blu. L’ho fatto quando dovevamo attraversare la strada nel tragitto verso la tua scuola elementare e cercavi riparo dal freddo fra le tasche del mio cappotto, meravigliandoti di quanto fossero calde. Sono rimasto in silenzio tutte le volte che ti impermalosivi per qualcosa e andavi ad accovacciarti al centro del tappeto all’ingresso, mentre ti coprivi il viso e piangevi, senza che io venissi mai a raccoglierti da lì.
Quando ero in ospedale e non potevo vederti, ho creato dei personaggi per parlare con te, per farti divertire, ma non risuonavano della mia vera voce; quella non l’hai conosciuta mai. Ho fatto tutto questo mentre potevo ancora usarla, la voce, fino al giorno in cui me ne sono andato via e ho lasciato che qualcun altro parlasse al posto mio, riempisse il mio silenzio. Speravo che così non avresti sentito la mia mancanza, non ti saresti neanche accorta di me; e il dolore di perderti, alla fine, sarebbe stato solo mio. Quello che ho sottovalutato è stata la tua testardaggine nel continuare a cercarmi, in ogni nota musicale, tra le pagine dei libri che ho ti lasciato, nella voce delle altre persone, nello sforzo di provare ad appiccicare il mio sguardo ai tuoi occhi. Hai tentato di darmi una forma, con il poco materiale che avevi, e io lo so che mi hai reso più grande di quanto non sia mai stato.
Non avrei mai voluto morire così presto, ma l’ho fatto e mentre lo facevo ero uomo e padre e per questo avrei desiderato andarmene in punta di piedi, ma la goffaggine mi ha sempre contraddistinto, tanto in vita quanto dopo. Allora, ancora goffamente, con speranza, provo a rimediare a tutto questo, continuando a proteggerti da qui, senza poterti toccare ma continuando a guardarti.
Il compito di un padre è quello di proteggere i propri figli ed è per questo che ogni sera del nostro tempo insieme continuo a darti un bacio mentre dormi, sperando che non te ne accorga e possa dimenticarti di me. Nel frattempo, mentre mi penserai meno e vivrai la tua vita, ti prometto che ti rimboccherò sempre le coperte e prometto, bimba mia, che non ti farò mai conoscere il freddo.

 

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