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Fragole e menta 

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Illustrazione di Agrin Amedì
Perché hai quella faccia? Perché non le sorridi? Guardala, la Signora dai capelli di fuoco si sta allontanando, papà! Giorgia Camboni illumina un punto di vista nitido e più maturo di quanto ci si aspetterebbe.

Eravamo atterrati all’aeroporto internazionale di Dubai. Papà mi aveva detto che fuori faceva caldo. Un caldo torrido, come a casa, in Sardegna. Ma doveva essersi sbagliato perché nel grandissimo spazio che mi circondava si gelava come nel castello di Frozen. Mamma, appena messo un piede in aeroporto, cominciò a dire che doveva comprare qualcosa e chiamare un certo avvocato. Comunque, l’aeroporto era fantastico. C’erano luci dappertutto, ristoranti, vetrine e palme altissime. La cosa strana, però, non era la temperatura ma gli odori: pungenti e acidi allo stesso tempo. Ti entravano dal naso e sembravano avvolgerti intorno alla testa. Non era come stare in campagna, a casa del nonno. Lì al massimo sentivi il becchime delle galline, la puzza delle capre o il lezzo della cacca del cane. Quello era fastidioso, perché solo a lui era permesso farla dove gli pareva. Ma ai miasmi della casa del nonno ero abituata. Qui era impossibile. C’erano persone che sapevano di pioggia e altre dall’aspro odore di terra. Poi c’erano dei curiosi uomini scuri, con dei bastoni in mano e orecchini giganti. Quelli avevano il profumo migliore perché non sapevo definirlo; poteva sembrare fieno o foglie secche o, forse, era l’odore della sabbia riarsa. Ma i più curiosi erano loro: gli abitanti del posto. Quelli si riconoscevano da un chilometro. Gli uomini erano tutti vestiti di bianco, mentre le donne erano sempre abbigliate di nero. Alcune avevano persino i guanti coperti di anelli, bracciali e pietre luccicanti. Le donne camminavano dietro ai mariti. Stavano insieme eppure distanti e tu, nel guardarli, intuivi che erano della stessa famiglia solo perché andavano nella stessa direzione e avevano lo stesso odore. Era impossibile non guardarli quando ti passavano accanto, perché lasciavano una scia di luci e fragranze, come se fossero un caleidoscopio di aromi e colori dentro l’aeroporto. Una voce mi parlò, distogliendomi dalle mie osservazioni.
«Ora mamma va a comprare qualche ricordino.»
«Posso venire anche io?»
«No. Tu resti qui!»
Me lo diceva come se fossi un cane o come se dovessi scappare da un minuto all’altro. E devo dire che qualche volta lo facevo. La mamma adorava spendere. In ogni paese in cui atterravamo voleva sempre comprare le cose migliori. Le scarpe più belle, la borsetta più grande, il gioiello più brillante. Era talmente impegnata nella sua ricerca che spesso si dimenticava di me, lasciandomi aspettare per ore. Così, delle volte, mi stancavo e mi allontanavo di qualche passo. In genere guardavo le vetrine, studiando come evitare che la mamma proseguisse la sua difficile ricerca tutto il giorno ma, quella mattina, proprio mentre mi guardavo intorno, passò una bella signora. Lei sì che sapeva di buono. «Fragole e menta» dissi tra me e me mentre annusavo la sua scia.
La signora era vestita di rosso: le scarpe, la gonna, la borsa. Persino i capelli sembravano fatti di fuoco. E aveva quel profumo… Lo stesso odore dolce e frizzante dei cassetti del babbo, dei suoi quaderni, dei maglioni vecchi e delle foto che teneva sotto al comodino: quelle di quando era ragazzo e sorrideva all’obiettivo. Quelle che non mostrava a nessuno. Nel vedere i suoi capelli luccicare, mi immaginai che fosse una principessa smarrita, senza la mamma, tutta sola e io sarei stata la sua Fata Madrina, quella che trasforma la zucca in carrozza e le fa incontrare il principe azzurro. Decisi di chiamarla “la Signora Rossa”. E adesso che le avevo messo un nome continuai a osservarla fino a che la vidi fermarsi all’improvviso, come se avesse sbattuto contro un vetro invisibile. Anche papà, come la vide, sembrò urtare contro un vetro. Solo che babbo pareva averlo preso sul naso. Li vidi salutarsi come se non si incontrassero da mille anni.
«Davide! Quanto tempo…»
«Anche tu qui? Faccio in tempo a offrirti qualcosa?»
Papà e la Signora Rossa cominciarono a parlare. Prima in maniera fredda e poi con sempre più entusiasmo. Camminarono per qualche metro, superando negozi e vetrine per fermarsi in un locale. Sembrava un bar con i camerieri e i tavolini sulla strada. Solo che lì, anziché il cielo c’era un palmeto con delle lampade appese e arrotolate. Quando si sedettero al tavolo notai che il babbo sembrava tanto felice. Forse anche lui sapeva che era una Principessa e per questo era emozionato.
«Prendi un caffè?»
«No, grazie. Va bene un orzo biologico.»
«Biologico? Non dirmi che sei diventata una di quelle fissate…»
«Sono solo cambiata» ridacchiò lei toccandosi i capelli di fuoco.
«A me non sembra…» disse papà, abbassando gli occhi per guardarla.
Il babbo sembrò rattristarsi e io capii che c’era qualcosa che non andava. Ogni volta che la Signora Rossa si toccava i capelli sembrava che avesse il potere di rendere triste il babbo. Possibile che la mia principessa sapesse usare la magia? Poi ripensai che, forse, il babbo avrebbe voluto avere vicino la mamma. Certo lei avrebbe potuto fare ben poco contro la magia… anche se, una volta, avevo letto una storia in cui una mamma, pur di sconfiggere una maga cattiva, aveva compiuto atti eroici. Peccato che l’unico atto eroico dalla mamma riguardasse una borsa Gucci…
«Non potete capire!» aveva detto mammina, tornando a casa dopo che era stata rapita da un orco per più di una settimana. «Ho fatto una fila lunghissima per avere questa borsa, non è bellissima?»
Io ero felice di riavere la mamma a casa, ma il babbo continuava a ripetere che sarebbe stato meglio se tornava dall’orco.
«Quindi, adesso, ti stai trasferendo in Medio Oriente? Ho saputo della tua brillante carriera…»
Capii che la Signora Rossa aveva ripreso a parlare dalla luce che brillava negli occhi del babbo. Forse era quella la sua magia, quando usava la voce e scuoteva la chioma il babbo brillava come una stella.
«Perché sei scomparsa in quel modo?»
«Davide, che domande… non eri neanche convinto di amarmi.»
Lì fui certa di essermi sbagliata. La signora dai capelli di fuoco, al cento per cento, non era una principessa ma una strega! Perché, dopo quella frase, papà non sembrava più una stella ma una supernova sul punto di esplodere.
«Come puoi dire questo? È vero che ero incostante e pieno di rabbia… Cercavo solo di impegnarmi per non vivere allevando capre e galline come mio padre.»
La strega restò impassibile, senza attivare la sua magia, ma arrossì quando il babbo le prese una mano per baciarla.
«Ero sincero, ma hai deciso di condannarmi senza neanche voler sentire le mie ragioni.»
Lei rise con sarcasmo: «Allora eri poco credibile. Sempre in viaggio. Chissà per dove, chissà con chi…».
La strega aumentò il suo potere, strappando la mano e agitando i capelli di fuoco, e lì babbo saltò sulla sedia.
«Quando ho capito che non saresti tornata ho cercato di dimenticarti. Mi sono sposato, ma è stato un incubo. Forse non era la persona giusta, ma la verità è che non ti ho mai dimenticata…»
«Davide, io…»
La signora si mise a piangere e il babbo cominciò a baciarle entrambe le mani. Qualcosa cominciava a non tornare…
«Perché non mi rispondi?» ripeteva papino.
Lei si morse le labbra, ma si vedeva che era turbata. Ebbi il terrore che volesse ancora usare la magia, ma ero certa che se l’avesse fatto il babbo si sarebbe trasformato in un drago. Fortunatamente anche lei ebbe lo stesso dubbio perché cambiò voce ed espressione.
«Devi sapere che non ti ho lasciato perché non ti amavo ma perché non potevo accettare di passare tutta la vita a rincorrerti, lo capisci? E comunque anche io sono stata sposata, ma ora non più.»
Quando sentii quella frase, le rotelle del mio cervello cominciarono a girare. E se la strega fosse stata in realtà una principessa delusa dal principe azzurro? Mh, dovevo approfondire questa cosa.
«Sai, – disse la strega – sarebbe bello se…» E, senza riuscire a prevederlo, vidi la strega baciare il babbo sulle labbra.
Per tutte le fattucchiere! La strega dai capelli rossi aveva usato la magia per sedurre il babbo, ma sembrava aver sbagliato la formula perché fu lei poi a mettersi a piangere. Cadevano così tante lacrime che pensai sarebbe riuscita ad allagare l’aeroporto. Certo che gli adulti sono strani. Prima la mamma che era scappata con l’orco e poi questa strega sconosciuta che non sapeva gestire gli incantesimi. Per non parlare del babbo che era rimasto pietrificato come se fosse un enorme lastra di marmo. Ma quello era il loro giorno fortunato perché io ero una Fata Madrina!
«Addio» disse la Signora dai capelli di fuoco, alzandosi dalla sedia.
«Ti rivedrò?»
«Davide, lo sai come sono queste cose… Certi sogni sono come i miracoli, è un po’ come aspettare di veder la neve cadere sul deserto.»
La maga portò un fazzoletto agli occhi e sparì in mezzo alle luci e ai profumi che riempivano l’ambiente.
Papà tornò a sedersi, portandosi le mani sul viso. Era turbato e sembrava tremare. Non so se stesse piangendo, ma aveva bisogno d’aiuto e io gli corsi incontro per abbracciarlo.
«Papà!»
Lui si asciugò gli occhi e mi prese sulle ginocchia.
«Ester! Che ci fai qui?»
«Sono la tua Fata Madrina!»
Mi guardò, sforzandosi di sorridere.
«Mamma ti ha lasciato da sola per cercare il suo regalo speciale?»
Annuii, ma vedevo che era triste. Così triste da non accorgersi di quel biglietto che la strega aveva lasciato sul tavolo. Di certo, non si era accorto che l’avessi preso io.
«Vuoi mangiare?» disse a un certo punto.
Gli aerei andavano e venivano dietro al vetro dell’aeroporto, ma io sapevo a cosa stava pensando, così aprii il mio zainetto e feci quello che avrebbe fatto qualsiasi Fata Madrina. Presi la bacchetta magica e cominciai a ballare con la mia gonna svolazzante.
«Ester, smettila! Ti guardano tutti. Non fare il ballo indiano. Qui non pioverà mai.»
Lì per lì non accadde niente, così seguii il babbo fino al ristorante. Ma quando ci fecero accomodare improvvisamente, cominciò a nevicare.
«Guarda babbo!» esclamai felice, indicando fuori con un dito. Ero proprio una Fata Madrina molto brava! «Sta nevicando sul deserto!»
«È vero, Ester… lo vedo anche io…»
Io e il babbo ci guardammo e ci abbracciammo stretti stretti e, in quel momento, tirai fuori il pezzo di carta dimenticato dalla maga.
«Guarda, papino, ho preso il foglio con l’incantesimo della strega dai capelli di fuoco.»
«La strega dai capelli di fuoco?»
Il babbo sgranò gli occhi, guardando i numeri scritti sulla carta. Ci guardammo intorno, osservando la gente passare, e in quel momento un forte profumo di fragole e menta si liberò nell’aria, come un caleidoscopio di aromi e colori, tutto intorno a noi.

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