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Aspetterò dicembre

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sai papà, anche se è passato del tempo. Anche se il nostro tempo è stato immaginato e poi vissuto in altro modo, io vorrei dirti… che io sono ancora io. Silvia Tranfa scrive una lettera da consegnare.

È da quando ho respirato l’odore del nonno in casa tua che ho capito che stai invecchiando. Ed è per questo che ho pensato che uno di questi giorni vorrei scriverti una lettera, una di quelle in cui ti assicuri di dire tutto quello che avevi da dire, prima che qualcosa resti incastrato tra la lingua umida e i denti macchiati di fumo. Credo che la prima cosa che ti scriverei è che ti perdono. Non importa se hai tradito la mamma, se l’ho sentita piangere quando di notte fissavo il soffitto perché non riuscivo a dormire, se io e Luca abbiamo dovuto fare e disfare valigie ogni weekend, se la nostra tavola era sempre apparecchiata per tre o se al posto del bacio della buonanotte ho ricevuto un messaggio su whatsapp, sei ancora il mio eroe.
Mi viene da ridere quando penso a tutte le case in cui abbiamo vissuto con te. La prima, quella nel seminterrato, mi soffocava. Immagino fosse lo stesso anche per te, che prima la mattina prendevi il caffè guardando il mare. Uscivi fuori alla terrazza della cucina, con le guance ancora segnate dalle rughe del cuscino e rimanevi a fissare Napoli. Quella che dall’alto del Vomero cola pigramente in una miriade di vicoli disordinati che si alternano a righe di cemento tracciate col righello. Le case, i palazzi, le persone si affastellano, fino a quando la città si inchina davanti al mare che ne bagna i piedi sporchi.
Ti scriverei per dirti che la sensazione di asfissia che ti dava quell’appartamento non era solo tua, ma anche mia. Era la stessa che ho provato quel giorno in cui tu e la mamma, mettendoci a sedere, ci avete detto «dobbiamo parlare di una cosa importante». Lo avevo capito già allora che il dover parlare e l’importante non vanno d’accordo con le belle notizie, per quelle non c’è bisogno di annunci, le senti correre su per la gola e poi schizzano fuori, è questione di attimi. «Io e papà abbiamo deciso di separarci›› aveva detto la mamma. «Separarci da chi? Da me, da Luca, da noi, da voi, da chi?» avevo soltanto pensato io. «Ci vogliamo ancora bene ma papà andrà a vivere in un’altra casa» avevi continuato tu. «Una casa? A cosa serve un’altra casa, noi già ce l’abbiamo una casa. È grande questa casa, molto grande, e stiamo bene in questa casa, sì, stiamo divinamente qui, tutti insieme in questa casa. Si vede anche il mare, e noi stiamo meravigliosamente qui, tutti insieme in una casa che guarda il mare!» gridavo con le labbra serrate. «Papà ha frequentato un’altra donna» stava dicendo la mamma fissando il muro dietro di me quando la cucina ha cominciato a riempirsi di acqua nera. I vetri della porta finestra lasciavano entrare un liquido fangoso dalle piccole fessure negli angoli, che pian piano cedevano alla sua forza, aprendosi sempre un po’ di più. «Per voi non cambierà niente, sarete sempre la nostra priorità.» Deve aver detto “uno di voi” quando i miei piedi da freddi sono diventati bagnati. L’acqua gelida mi ha bloccato i polmoni e poi è arrivata alla gola. Ho iniziato a soffocare. ‹‹Non dovete piangere, noi siamo sempre qui per voi.›› Soffocavo immobile. È così che ci si sente papà, anche se non te l’ho mai detto. O forse lo sai anche tu, perché come soffocavo io, soffocavi tu, e la mamma, e Luca, che non sapeva neanche ancora nuotare. Dopo aver ondeggiato insieme in quell’acqua fangosa, credo di essere morta perché quando mi sono svegliata avevo solo un vago ricordo della vita di prima.
Ed è per questo che ti vorrei raccontare di come è stato vivere con te e senza di te. Delle nostre giornate senza papà e di quelle senza la mamma. Forse se te lo avessi detto prima avresti potuto imparare ad essere tu anche un po’ mamma, così lei mi sarebbe mancata di meno nei nostri viaggi con la macchina, quando la strada era lunga e dritta e non c’era altro da fare che cantare. E se le stesse cose le avessi dette a lei, chissà, forse la mamma avrebbe potuto essere un po’ più te, e allora avrei sempre trovato le tue mani grandi a stringermi nei primi giorni di freddo e le coperte rimboccate al mattino. Siete così diversi tu e la mamma, papà, che alle volte mi domando se il mio sentirmi una colossale e imbranata contraddizione non dipenda da questo, dall’essere l’unione di un controsenso. Chi sono io papà? Dove sto andando papà?
Avrei voluto incontrarti da giovane, com’eri in quelle foto che abbiamo trovato la settimana scorsa a casa della nonna. Chissà a cosa pensavi quando sorridevi sul balcone della casa di via De Gasperi. Eri bello, giovane e portavi dei pantaloni ridicoli. La strada, la cercavi anche tu? Ti scriverei che mi sarebbe piaciuto camminare insieme da ragazzi, andare in moto sulla strada per Positano con i capelli legati e i pensieri sciolti. Ti direi che mi ero illusa di conoscere la tua storia perché a volte ne ho fatto parte, e ti chiederei perdono per averla giudicata e per aver pensato che tu fossi una persona mediocre. Ho cercato la grandezza nelle cose grandi, nel nome inciso sulle targhe in ottone fuori ai palazzi storici del centro di Roma, nelle foto in bianco e nero con le braccia incrociate sul giornale. Ma adesso tutte queste cose si accartocciano papà, e io sono proprio come la gazza che vedo dalla finestra, appoggiata sul sottile ramo di ciliegio stringe fiera nel becco un pezzo di carta d’alluminio per il forno. Se ne sta lì, al sole, e ogni tanto mi guarda.
Vorrei scriverti una lettera papà, perché so già che tutte le cose che ho da dirti non te le dirò. Raccoglierò i miei pensieri e poi ti lascerò una lettera sul comodino, di fianco alla lampada di vetro che abbiamo comprato al Gran Bazar di Istanbul. Te lo ricordi? Oppure aspetterò dicembre, e la troverai sotto l’albero insieme a un piccolo pacchetto regalo.

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