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Illustrazione di Agrin Amedì
Tutto questo è assurdo. Tu sei assurda. Queste foto sono assurde. Noi siamo assurdi. Lorenzo De Angelis lancia in aria i pezzi di una storia per riafferrarla sotto una luce nuova.

L’angolo in alto a destra dello schermo della tv è crepato. Chissà com’è successo. Sarà stata la donna delle pulizie: non mi avverte mai dei danni che fa. Però che diamine, l’ho comprata poco tempo fa. Lunedì dovrò parlarci. Livia, seduta sul lato opposto del divano con il telecomando in mano è assorta nel Grande Fratello. Che poi è una puntata vecchia, sicuramente l’avrà già vista. Però per ripicca la riguarderebbe anche trenta volte. Sa che lo odio, non riesco a vederlo. Di solito è la classica discussione del lunedì quando ci sediamo sul divano: lei vuole guardare il Grande Fratello e a me andrebbe bene qualsiasi altra cosa. Perciò stasera deve esserle sembrato giusto rubare subito il telecomando e trovare una bella replica del programmone. È da quando abbiamo litigato stamattina che non parliamo, non ci siamo guardati neanche una volta.
Probabilmente neanche lo starà ascoltando. Lo fa solo per me. Io, dal canto mio, cerco di far finta di niente. Anzi, mentre analizzo la libreria intorno alla televisione faccio anche finta di essere concentrato su quello che dicono. Faccio qualche espressione ogni tanto, così da non darle soddisfazione. C’è una foto su uno scaffale che ne copre un’altra, non l’abbiamo messa molto bene. Io neanche volevo metterle le foto sulla libreria.
Con la coda dell’occhio scorgo Livia posare il telecomando della televisione sul tavolino di fronte al divano. È il guanto della sfida. Ora sta a me decidere cosa fare. La vedo che cerca di apparire tranquilla, come se non fosse minimamente scalfita dalla litigata. Nel frattempo il programma si sospende per la pubblicità. Allora ne approfitto e afferro il telecomando. Rai Storia: il solito documentario sulla Seconda guerra mondiale. Li amo. Lei cerca di far finta di nulla, ma dopo poco la sento sbuffare: siamo in guerra. Si alza e va verso lo stanzino. Torna trascinando l’aspirapolvere. L’accende e si mette a passarla proprio tra me e la televisione. Ci mette grande cura: piccoli movimenti attenti, si vede che tiene molto alla pulizia.
Allora mi alzo e apro tutte le finestre del salone. Livia odia il freddo, non lo sopporta proprio, viviamo con i termosifoni accesi. E oggi c’è giusto un solo grado fuori. Così si allontana dall’aspirapolvere accesa e va in camera a prendere una giacca. Quando torna mi sembra di sentirla ridacchiare. La vedo avvicinarsi al contatore della corrente. Lo guarda qualche secondo e poi tira giù la leva. Ora siamo al buio, nel silenzio più assoluto. Sa bene quanto io abbia paura del buio. È più forte di me, non lo sopporto. È da quando sono bambino che vado nel panico al buio. Ora però devo riuscire a vincere. Le luci dei palazzi nella sera per fortuna illuminano quel tanto che mi basta per arrivare al cassetto dove stanno le candele. Prendo l’accendino dalla tasca e ne accendo subito una. E d’improvviso mi sembra di sentire un singhiozzo, ma strozzato, come se qualcuno avesse cercato di trattenerlo. Con la candela in mano mi dirigo verso la cucina. Pochi giorni fa ho comprato del gorgonzola per me, ma lo teniamo avvolto in mille carte perché Livia ha la peculiarità di dare di stomaco non appena ne sente l’odore. Così lo scarto e lo porto in salone. Sono abbastanza sicuro che lei sia seduta accanto al divano: lo lancio proprio lì e sento il tonfo che fa quando si spiaccica a terra. Ci vuole pochissimo perché faccia effetto. Livia non fa in tempo neanche ad arrivare in bagno, la sento vomitare nel corridoio. Dopo qualche minuto la sua ombra torna verso il salone con dei libri in mano. Mentre si avvicina capisco che si tratta della mia collezione di storia del Novecento, comprata in edizione limitata. Tra i fasci di luce scorgo il viso di Livia: ora è serissima, anzi sembra quasi che abbia le lacrime agli occhi mentre si allunga verso la finestra, raccoglie tutta la forza che ha e lancia i libri di sotto.
Così mi alzo e d’istinto afferro tutte le foto che ha messo lì nonostante la mia insofferenza. Le raccolgo una a una. Guidato ancora dalla candela mi avvio verso la finestra a passo lungo e quando arrivo mi fermo. Faccio due giri di riscaldamento con la spalla destra. Le sto per lanciare in avanti quando un «No!» mi blocca e la candela cade per terra spargendo i suoi pezzi di cera.
«No! Le foto del nostro matrimonio no» dice Livia, mentre la voce le si abbassa. Sembra rotta. Sconfitta. La sento tirare su col naso e singhiozzare. Lascia andare un pianto. Abbasso lo sguardo e scorgo tra le foto un nostro bacio di fronte all’altare. Mi giro e la vedo accovacciata accanto alla finestra con il viso annegato tra le lacrime. Poi guardo il salone al buio, la candela spiaccicata sul parquet, l’aspirapolvere buttato per terra, il formaggio spappolato e il vomito all’inizio del corridoio.
Tutta l’adrenalina scende, di colpo.
Mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare a questo, se ce ne fosse bisogno.
Mi siedo accanto a Livia, siamo spalla a spalla, l’uno accanto all’altra.
Trema.
Le mostro la foto del nostro bacio.
«Bella, vero? Ne guardiamo ancora un’altra?» chiedo.
«Sì» dice lei, col tono di voce di chi vuole ricominciare da capo.

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