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Quelli come noi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando la luce riusciva a tagliare l’aria nelle fessure del pavimento sulla nostra testa, noi finalmente giocavamo. Il buio sarebbe arrivato, ma c’era tempo. Alessia Donin illumina una botola e il suo segreto.

Bussano forte alla porta di casa. Tre colpetti sul muro del ripostiglio. Il segnale stabilito. Sono arrivati. Cercano noi. Raccogliamo svelti le coperte stese a terra e apriamo la botola dietro la pila di cassette di legno. Abbiamo provato a nasconderci un sacco di volte. Finché Pietro non ha detto che eravamo abbastanza veloci e che andava bene così. Mia sorella Sara scende per prima col suo fagotto. La seguo velocemente sulla scaletta di ferro, sprofondando nel buio senza fare rumore. Tiro la corda. La botola si richiude alle mie spalle. Il coperchio è rivestito di legno, che combacia alla perfezione con le assi del pavimento. Una volta chiuso diventa invisibile. È stato Pietro a fare il lavoro. È un bravissimo falegname. Ha anche messo del sughero all’interno, perché non rimbombasse il vuoto quando i piedi ci camminano sopra.
Io e Sara ci rannicchiamo sul fondo di terra battuta. Ci stringiamo, avvolgendoci nelle coperte per tenerci al caldo. Restiamo immobili. Al buio. In silenzio. Smettiamo quasi di respirare. Non è più uno scherzo, adesso, come quando usavamo questo buco per giocare a nascondino con Marco e Sofia, i figli di Pietro. Se ci scoprono, ci porteranno via. Forse moriremo. E uccideranno anche la famiglia che ci aiuta. Chi dà rifugio a quelli come noi viene punito. Eppure loro non hanno avuto ripensamenti nemmeno per un momento. Quando i soldati hanno preso mamma e papà, Pietro ci ha chiusi subito nel suo ripostiglio. Ha detto che ci avrebbe tenuti nascosti qui, e di non avere paura perché ci avrebbe pensato lui a proteggerci. Le giornate sono lunghe qua dentro. Il tempo passa lentissimo. Per fortuna abbiamo qualche libro da leggere. Le storie ci tengono compagnia: le leggiamo e rileggiamo, oppure le inventiamo noi, immaginando di essere gli eroi che un giorno sconfiggeranno il nemico cattivo. Quando fa buio, però, dobbiamo smettere. Pietro ha chiuso con un’asse di legno l’unica finestrella del ripostiglio, ma gli spiragli di luce si vedrebbero comunque da fuori. E se qualcuno entrasse all’improvviso, si accorgerebbe subito che una candela è appena stata spenta.
La porta di casa si apre. Una voce maschile urla qualcosa. In tedesco. Io non lo capisco. So soltanto che non devono trovarci. Rumori di passi. Le suole delle scarpe battono forte sul pavimento. Mobili spostati, trascinati. Oggetti che rotolano, che si rompono sulle assi di legno. Si aggiungono altre voci. Tre, forse quattro. Gridano parole dure. Colpi forti, sedie rovesciate. Pietro parla, ma i rumori non cessano.
Hanno iniziato ad arrestarli, quelli come noi. I soldati vengono, li prendono e li portano via. Come hanno fatto con i nostri genitori. Non hanno preso me e mia sorella perché eravamo qui a giocare con Marco e Sofia. Nessuno sa davvero dove li portano. Qualcuno dice in qualche posto a lavorare per loro. Perché quelli come noi sono diversi. Ma diversi in che senso? Pietro e la sua famiglia non sono come noi ma sono sempre stati nostri amici. E quando io e Sara siamo rimasti soli ci hanno accolti come se fosse la cosa più normale del mondo. A loro non importa se siamo diversi. Ci hanno perfino regalato dei giochi che possiamo usare nel ripostiglio quando cala il buio. Mia sorella ha una bambolina di stoffa fatta a mano da Maria, la moglie di Pietro. Sara parlotta al buio per ore, svestendola e rivestendola senza vedere niente e inventando storie in cui lei è la madre che arriva sempre a salvarla dal pericolo. Io, invece, ho uno yo-yo di legno dipinto di rosso. Non mi serve la luce per farlo andare su e giù contando i lanci. Sono diventato velocissimo, ormai. Il mio record è di quaranta rimbalzi senza mai fermarmi. Ma riuscirò sicuramente a migliorarlo.
Dei passi si avvicinano al ripostiglio. Qualcuno apre la porta. Cammina di qua e di là, sbattendo forte i piedi. Non si accorge della botola, però. Inizia a rovesciare cassette e vasetti di conserve dagli scaffali. Maria piangerà per questo. Passa tanto tempo a preparare conserve. Qui il cibo non manca mai. Anche se poco, c’è sempre qualcosa anche per noi. Poi qualcosa si rompe all’improvviso proprio sopra la nostra testa. Sara si spaventa. Le sfugge uno strillo. Le tappo subito la bocca. Forte. I passi si fermano di colpo. L’avrà sentita? Forse no. I rumori della roba che cadeva avranno coperto la sua voce. Non deve trovarci. Non deve trovarci. I passi riprendono lenti, si avvicinano alla botola. Sono sopra di noi. Non deve scoprirci. Non deve scoprirci. Due mani armeggiano piano intorno al coperchio. Smettono. Ricominciano. Ma non riusciranno ad aprirlo. Non possono. Pietro è stato bravissimo a nasconderlo. E invece, dopo altri rumori, la botola si solleva lentamente. Un leggero cigolio rivela il nostro nascondiglio. Una testa si affaccia sull’apertura. Un uomo dal cappello verde ci fissa con occhi severi. Punta una torcia per vedere meglio. Io e Sara ci abbracciamo stretti, voltando le teste per ripararci dalla luce accecante. La torcia si spegne. Ora il soldato scenderà a prenderci. Non ho il coraggio di guardarlo di nuovo. Restiamo lì, immobili, con gli occhi chiusi. Dopo un tempo che sembra lunghissimo, l’uomo parla. Sussurra piano qualcosa. Non capiamo. Allora mi giro. Il soldato ci fissa serio per qualche secondo. Poi, incredibilmente, sorride. Sorride e si alza in piedi. Inizia a rovistare in tasca. Prende qualcosa. Ci sparerà, di sicuro. Invece l’uomo lancia nella botola quello che ha tirato fuori di tasca. Un pacchetto sottile cade vicino ai miei piedi. Il soldato sussurra la stessa parola di prima. Sorride ancora e si abbassa, richiudendo piano il coperchio. I suoi passi si allontanano.
I rumori in casa si sono fermati. La voce che urlava all’inizio sta dicendo qualcosa. Non grida più così forte, adesso. Pietro risponde. Poi i piedi vanno verso l’uscita. I passi si fanno sempre più lontani, finché non li sentiamo più. La porta si richiude sbattendo. Lascio mia sorella e mi avvicino al pacchetto che ci ha lanciato l’uomo. Lo prendo e lo osservo da vicino, al buio: una barretta di cioccolato. Per quelli come noi.

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