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Qui la luce è perfetta


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Illustrazione di Agrin Amedì
L’umanità che scorre in questo ascensore è riassuntiva del mondo che c’è là fuori? Qual è il mio piano? Sofia Ricci mette in moto un meccanismo di difesa dal soffocamento.

Il trench stretto in vita, un paio di stivaletti col tacco, i capelli raccolti in un ordinato chignon. La figura che osservo riflessa sulle porte in acciaio dell’ascensore sono io che aspetto. La scomodità è il prezzo che pago per muovermi inosservata in un mondo che non è il mio. Li guardo muoversi intorno a me, in un educato via vai di cravatte ben annodate, cagnolini con i collari luccicanti e riviste di finanza piegate sotto il braccio. Sfoggiano sorrisi perfetti, si scambiano effusivi convenevoli e ti guardano dall’alto in basso quando non ti conoscono, ben attenti a non lasciarsi sfuggire un dettaglio stonato o la piega di un vestito.
Il pretenzioso campanellino che annuncia l’apertura delle porte mi distoglie dal pensiero dei miei piedi doloranti. L’ascensore fa il suo arrivo trionfale, mostrandosi in tutta la sua opulenza. Pareti in legno scuro, due eleganti corrimano laterali e uno specchio inserito in una pomposa cornice. Persino il pannello dei pulsanti è circondato da una specie di ghirigoro dorato. Uno stucchevole odore di lavanda tenta invano di mascherare la pesantezza dell’aria, annidata lì dentro da troppo tempo. Secondo Fred, è un ascensore degno del condominio che serve, dove tutto è ben curato. Ti piacerà vivere qui, dice.
Quando le porte stanno per toccarsi, una valigetta ci si infila in mezzo costringendole a tornare indietro. Un uomo entra a passi decisi, obbligandomi a retrocedere. Sta parlando al cellulare e non mi degna neanche di uno sguardo, ma si piazza accanto alla pulsantiera e seleziona il piano con noncuranza. Non si può dire che stia davvero parlando. Si limita ad assentire o a negare. Sì, no, ci penso io, d’accordo. L’ascesa comincia con un lieve strattone e io sento una gocciolina di sudore formarsi all’altezza della nuca e scivolare giù lungo la schiena. Le applique sono ancora illuminate da lampadine alogene e il risultato è che l’ascensore sembra essere salito su direttamente dall’inferno. Mi sfilo il foulard e comincio ad agitarlo per sventolarmi. L’uomo sembra finalmente accorgersi della mia presenza. Si volta e getta uno sguardo accigliato al mio vano tentativo di trovare un po’ di refrigerio. Non dice una parola, ma continua a fissare severo il foulard che svolazza avanti e indietro. Come una scolaretta appena rimproverata, abbasso lo sguardo e metto in tasca l’oggetto di tanta maleducazione. Penso a Fred che mi aspetta in quella stanza dalle ampie finestre che diventerà il mio studio. Qui la luce è perfetta, non come quel buco solitario che hai preso in affitto, dice.
Arrivati al terzo piano, l’ascensore si ferma con un lieve contraccolpo. Le porte si aprono e io mi riempio i polmoni di aria pulita. Una donna con un bambino entrano senza fare caso a noi. Il piccolo ha il viso rosso per il caldo e fa i capricci. Un miscuglio di lacrime, muco e saliva si sparge minaccioso sulle sue guance fino a toccargli gli angoli della bocca. Mi sposto per fargli spazio, spinta da un moto di repulsione più che da un atto di cortesia. Lui alza lo sguardo verso di me e si asciuga il viso passando il palmo della mano su quel fluido viscido e incolore. Lo stesso strattone di prima annuncia la ripartenza. Il bambino perde l’equilibrio e per non cadere si aggrappa al mio trench. Provo a sottrarmi alla sua presa, ma urto il corrimano. La donna osserva la scena con aria mortificata. Lo scusi, dice. Rimango in silenzio. Mi sfilo il trench e lo piego al contrario, cercando di non soffermarmi sulla macchia che quel piccolo moccoloso ci ha stampato sopra. Fred adora i bambini, ne vorrebbe almeno due. Non preoccuparti, l’istinto materno verrà col tempo, dice.
Al quinto piano il bambino e la donna scendono e vengono rimpiazzati da una donna giovanissima tutta in tiro che sembra appena uscita da un set fotografico. Ha il viso grazioso e ben truccato, circondato da una vaporosa chioma bionda dai riflessi ramati. L’uomo col cellulare interrompe senza troppi convenevoli la chiamata e la saluta con un abbraccio piuttosto caloroso. Lei esordisce dicendo che ha una fretta del diavolo perché è in ritardo da qualche parte. L’uomo non ci pensa due volte e, mentre le porte si richiudono, schiaccia il pulsante del piano terra. Non preoccuparti, non ho fretta, dice. Lei mi guarda imbarazzata, poi si volta nuovamente verso l’uomo che la fissa con uno sguardo languido. Vorrei dirgliene quattro a quel presuntuoso, ma dalla mia bocca non esce neanche una parola. Penso a Fred che saluta compiaciuto i suoi vicini. Dovresti essere più espansiva, quando vivrai qui scoprirai che fantastiche persone sono, dice.
Appena le porte si aprono al piano terra mi faccio spazio tra i due ed esco a passi decisi dall’ascensore. Sento la ragazza frignare per lo spintone. Me ne frego, farò le scale fino al settimo piano. Una voce familiare mi chiama dall’altro lato dell’androne. È la madre di Fred e ha in mano i campioni di tessuto per le tende del mio studio. In quella stanza ci starebbe meglio la cameretta di un bambino, non so che aspettate a farmi diventare nonna, dice. Le sue labbra, perfettamente delineate da un velo di rossetto, si piegano nel solito sorrisino di disapprovazione. Il suo sguardo inquisitorio mi riporta verso l’ascensore. Sento le pareti stringersi intorno a me e l’aria diventare di nuovo irrespirabile. Mi divincolo, sfuggo alla morsa di tanta boria e corro via senza dire una parola. Ho il cuore in gola e tremo per l’agitazione, ma le mie mani spingono decise il pesante portone d’ingresso.

Fuori l’aria è fresca e ha cominciato a piovere. Le persone hanno le scarpe schizzate di fango. Alcune si affrettano alla ricerca di un riparo di fortuna, altre si stringono sotto gli ombrelli piegati dal vento. Un uomo mi rivolge qualche frettolosa parola di scuse per avermi urtato nella sua corsa verso l’autobus. Un’anziana signora mi fa cenno di ripararmi sotto il suo enorme ombrello insieme a lei. Ricambio quelle cortesie con un sorriso, abbandono il trench su una panchina e mi allontano, concedendo alla pioggia di bagnarmi i capelli.

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