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Una pedalata

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Dove sono finite le levette? Quali levette? Quelle che sono sparite dal tuo manubrio. Dove sono le levette, Valeria? Dove sono finite? Flaminia Chizzola ruota in una storia tra l’inizio e la fine di un anno.

Tu hai detto: «Usciamo». Io ero stanca e faceva freddo e ho detto: «Va bene».
Quando tiro fuori dalla cantina la mia Cannondale Beast of the East – che nome fico – tu alzi gli occhi al cielo: «Ha le ruote sgonfie».
«Cosa?»
«Le ruote ‒ ripeti ‒ sono sgonfie.» Io neanche le guardo.
«Valeria, non sono sgonfie, sono grosse. Sai, Vale: grosse, come quelle che vanno adesso!» E per un attimo tu e io ci guardiamo, io con la tuta in microfibra e il casco già in testa, tu coi jeans e una felpa scolorita, e per un attimo, scommetto, che pensiamo tutt’e due la stessa cosa: è solo il primo dell’anno.
Da qualche parte nel palazzo suona una sveglia e tu afferri la mia bici, la strattoni verso di te: «Così mi fai cadere!» e premi il pollice sulla ruota «Visto!» Io… io vorrei dirti che se ci metti tanta violenza qualsiasi cosa si sgonfia, qualsiasi, anche il mio entusiasmo, ma non faccio a tempo ad aprire la bocca che la tosse mi assale, una tosse nervosa, furiosa, che ritorna negli ultimi tempi. Tu non dici niente, mi punti, coi tuoi occhi di cavallo selvaggio. «Adesso passa» ti dico, ma più mi guardi più la tosse aumenta. «Tranquilla, adesso passa.» Ma non passa e tu non fai niente, non ti avvicini, non mi metti una mano sulla testa: «Amore, tutto bene?». Da quanto non mi chiami più Amore? «Torna a casa. ‒ dici ‒ Torna a casa che è meglio.» Poi sospiri, come un cavallo alla fine della corsa, butti fuori tutta l’aria che hai dentro e sospiri: «Neppure il primo dell’anno». Ti volti di scatto e la tua coda di cavallo mi colpisce come una frusta, e di fronte a te che te ne vai io mi piego, mi piego sotto i tuoi colpi, sotto i colpi di questa tosse che non la smette, mi piego come una puttana che il primo dell’anno butta fuori tutto lo schifo che ha ingoiato l’anno passato. Ma lo schifo ti resta dentro. «Aspettami!» Vorrebbe essere un ordine, ma dalla mia bocca esce una supplica. «Valeria, aspetta!» Di colpo ti fermi, di colpo la tosse si ferma e io mi rialzo e ti vedo, coi jeans di via Sannio e la felpa blu della Fruit of the Loom, come la prima volta che ti ho vista, come la prima volta tu sorridi. «Che c’è? ‒ domanda la tua voce screpolata ‒ Hai paura che non torni?».
Quando metto la testa fuori dal portone sento un brivido: oggi mi ammalo sicuro. Con addosso tre magliette termiche, una giacca, una sciarpa e un cappello di pile sotto al casco, mi arrampico sulla Cannondale Beast of the East – fortuna che almeno tu ci sei – e nel gelo del primo gennaio inizio a pedalare. Non mi ricordo più come si usano le levette sul manubrio. Allora… Destra sono le marce, ma sinistra? «Vale?» In lontananza sento le tue campanelle che risuonano per tutta Roma. «Così sai sempre dove sono» dicevi i primi tempi, quando mi bastava allungare la mano per sapere dov’eri. «Vale?» Come un cavallo che non ha bisogno di redini per ubbidire, tu freni, rallenti, e piano piano ti raggiungo, e siamo di nuovo tu e io, tu davanti e io dietro, come l’ultima volta, l’ultima che dicesti: «Usciamo…». Stavamo tornando a casa dall’Aurelia e a un certo punto ho sentito una fitta. «Amore, che succede?» Sei scesa dalla bici. «Amore?» Io ti guardavo e intanto stritolavo il manubrio tra le mani. «Amore?» «Amore un corno, Valeria, mi sono stirata!» Ti avvicini e mi metti una mano sulla testa. Io ti guardo col mio sguardo giallognolo e la tua mano si arrende, scivola via. Tornammo a casa in silenzio, spingendo le bici a mano. Tu ogni tanto dicevi: «Lascia, la tua la porto io». Io neppure ti guardavo: «Non possiamo neanche chiamare un taxi perché qualcuno ha avuto la brillante idea di lasciare i cellulari a casa, com’era? Com’è che dicevi? Per sentirci più libere!» Tu camminavi davanti per farmi strada, ogni tanto ti voltavi: «Amore, tutto bene?» «Per sentirci più libere!» Allora, ti voltasti e per la prima volta sì, per la prima volta ti sentii sospirare.
Ferma al semaforo di piazza Irnerio ti sfili lo zaino su cui hai cucito le tue campanelle e ti togli la felpa: faranno due, massimo tre gradi e sei rimasta in maglietta. Ma come fai? «Vale ‒ dico cercando di contenere il fiatone ‒ Vale, non mi ricordo più come funzionano le levette.» Inclini il capo come i cani quando non capiscono gli ordini del padrone. Io mi stringo la sciarpa al collo e facendo proprio il gesto ti dico: «Sai, Vale, le levette, quelle cose sul manubrio». Come se non mi sentissi più inizi a sistemarti la coda di cavallo, allora mi avvicino, guardo la tua bici… «Perché non ha le levette?» Vorrebbe essere una domanda, ma sembra un’accusa. «Valeria.» Il semaforo di piazza Irnerio scatta sul verde e tu parti. «Valeria!» Tenti la fuga. «Valeria, hai cambiato bici?» Come un cavallo al galoppo superi il macigno grigio dell’Agenzia delle Entrate, superi il parcheggio vuoto del Metro. «Valeria ‒ grido ‒ Valeria, dov’è la tua bici?» Senza neppure voltarti mormori: «L’ho regalata». «Che cosa?» Pedali sempre più veloce. «A chi?» La tua coda di cavallo sferza l’aria come una frusta. «Valeria, a chi l’hai regalata?» Abbiamo appena superato l’incrocio che dall’Aurelia porta all’Ergife quando tu dici: «A una pesca di beneficenza». La… la BMX Cult Devotion Cruiser in edizione limitata a una pesca di… «Quando è stato?» «Che cosa?» «La pesca, quando è stata?» Senza voltarti mormori: «Un anno fa». «E io non ho saputo niente?» «Te lo dovevo dire?» «Le avevamo comprate insieme.» «E allora?» «Le avevamo comprate insieme.» «L’hai appena detto. E allora?» «Erano nostre.» Tu mi guardi: «Dovevo chiederti il permesso?». «Non era tua: era nostra, e le cose nostre le decidiamo insieme.» Tu mi guardi con quegli occhi da cavallo selvaggio che non sopporta più le briglie e forse non le ha mai sopportate. «Non è possibile, ‒ sospiri ‒ neppure il primo dell’anno» Ti alzi sul sellino e galoppi via. «Che cosa non è possibile? ‒ grido ‒ Che cosa?» E mentre le tue campanelle risuonano per tutta Roma, la tua voce screpolata dice: «Tornatene a casa, tornatene a casa che è meglio».
Sono nel tratto dell’Aurelia che costeggia il bosco. In primavera le famiglie vengono qui a fare il picnic. I primi tempi lo facevamo anche noi. Potevamo rifarlo. Oggi potevamo rifarlo. Potevamo venire qui coi panini incartati nel domopak e mentre tutta Roma si abbuffava di zampone e lenticchie tu e io ci saremmo stese sulle foglie dell’anno passato e avremmo guardato il cielo e quando il sole tramontava saremmo tornate a casa e in camera nostra, dalla tua criniera, avrei tolto le foglie morte, le avrei scucite una a una e quando anche l’ultima fosse caduta tu e io avremmo guardato fuori e scoperto che è già primavera. Oggi il bosco è ricoperto di foglie tristi e giallognole: la primavera è ancora lontana, e lontana nel bosco mi appare una donna, non più una ragazza, pedala piegata su una vecchia bici, i capelli dimentichi del rosso di un tempo, lontana eppure così vicina: è solo il primo dell’anno, di botto mi fermo, mi arrotolo i pantaloni fino alle ginocchia, è solo il primo dell’anno, butto via giacca, sciarpa, cappello, via quest’inutile casco e ti inseguo: è solo il primo dell’anno.
Ti ritrovo lì dove finisce il bosco e inizia il nulla, sull’orlo di un precipizio tu smonti dalla bici e, anche se non ti volti, so che mi aspetti. «C’è di tutto» dici. Abbandono la bici e mi affaccio con te sul precipizio: una discarica a cielo aperto: c’è un frigo, un divano, una scrivania, uno stendino con i calzini ancora appesi, c’è un poster della Madonna che piange, una lavatrice, un giradischi, un letto con le molle scoppiate solo da una parte e c’è perfino un tubo catodico con tanto di antenna. «Sembra casa nostra!» Vorrebbe essere una battuta, ma tu non ridi. «Sembra una casa senza di noi.» Con lo sguardo di un cavallo che mastica e rimastica per ore la stessa biada fissi i rottami di una vita che però, amore mio, non è la nostra, non è… «Valeria.» dico, ma la voce non mi esce E guardando giù nel precipizio, in quella casa senza pareti e senza di noi, io ti rivedo, ti rivedo accanto alla lavatrice che impari a memoria le poesie di Gozzano, ti rivedo che canti Edith Piaf alle nostre orchidee e poi ti domandi perché muoiono tutte; ti rivedo con la matita in bocca che studi i copioni sul bracciolo del divano, che piano piano ti avvicini alla mia scrivania e… rivedo me, il mio sguardo giallognolo che ti scaccia lontano, e lontana ti rivedo la notte nel letto che ancora mi aspetti. «Non ce la faccio più» dice la tua voce screpolata dal tempo, dal pochissimo tempo che ti ho riservato. Tu venivi sempre dopo, sempre seconda: mia finché non arrivano gli amici con la pizza; mia finché non devo andare al lavoro, alla lezione di tedesco, alla partita di calcetto, al corso di batteria, all’incontro del fantacalcio; mia finché resti nel tuo recinto. «Sono stanca» dice una voce che non conosco, che non è la tua, e di colpo sento la tosse, quella tosse nervosa che mi sale dentro. Ma stavolta ingoio. «Amore.» Stavolta mando giù. «Amore, ti ricordi i primi tempi? Quando a Capodanno ci affacciavamo dal terrazzo e lanciavamo una cosa vecchia? Che tu dicevi: porta bene?» Non dici niente, guardi il precipizio come si guarda il tramonto. Allora mi volto, mi piego sulla bici e la lancio. «Ma sei matta!» E la Commondale Beast of the East vola vola oltre il precipizio, oltre la lavatrice, la cucina, il salotto, vola oltre i calzini appesi e la Madonna che piange, vola oltre la camera da letto e le volte per tutte le volte che ti ho lasciata da sola. «Perché?» dice la tua voce di un tempo, un tempo in cui ancora riuscivo a stupirti. «L’adoravi quella bici» dice la tua voce. Poi di colpo si sgretola lì, di fronte a me, e aggiungi: «L’adoravi, anche se non la usavi mai». Con il cuore che mi sbatte dentro come la prima volta che ti presi per mano, come allora io ti prendo, e siamo di nuovo tu e io, tu e io di fronte al precipizio, di fronte al nulla che abbiamo davanti, tu e io di fronte alla nostra casa senza pareti e senza di noi, tu la mia casa, tu il mio precipizio, tu il cavallo selvaggio che non permette al nulla di entrare nella nostra vita e farne una discarica a cielo aperto, e io, Valeria, in questo primo giorno dell’anno, io ti prendo “Per amarti e onorarti”. «Ricordi?» Nell’aria risuonano le campane di San Pietro. «Ricordi?» Le campane del nuovo anno che inizia. «Amore, ricordi?» Sento le tue lacrime cadere sulle mie. «Non riesco a smettere di amarti.» E in quell’istante, in quel momento unico e misterioso in cui le campane di San Pietro tacciono, in cui Roma intera tace, sento quel sospiro: «Mi dispiace». Sento la tua mano scivolare via.
Sento le tue campanelle che risuonano lontane.
«È meglio che me ne torni a casa» è l’ultima cosa che sento. Poi più niente. Non sento i botti esplodere per tutta Roma, non sento le campane che hanno ripreso a suonare, sento solo freddo, sento che mi piego, sento che stavolta non mi rialzo. E quando il sole tramonta guardo nel precipizio, in quella discarica a cielo aperto, dove c’è un poster della Madonna che piange. Che continuerà a piangere, anche senza di noi.

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