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Dentro di te

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Non era una mappa da trovare, era una mappa che si andava costruendo. E quando aprì il pesante portone… Alessandro Bottone indaga i percorsi del timore.

«E cos’è ‘sta roba?» gli faccio appena entro in macchina. «È una mappa, non vedi?» risponde lui senza nemmeno voltarsi. Deve sentire i miei occhi stanchi che gli si incollano addosso, perché poi mi guarda e aggiunge: «Mi serve per un viaggio, un viaggio importante». I suoi entusiasmi da ragazzino e le sue trovate sterili mi indispongono; gli chiedo di getto di accompagnarmi in facoltà, fingo di seguire le lezioni, di preparare un altro esame. Ci siamo trovati da così poco tempo, noi due. Ma che ne potevo sapere io, dopo i luminosi giorni dell’estate, su quella panchina del parco a raccontarci la nostra vita e i nostri progetti, dopo le prime passeggiate al mare, dopo le uscite di sera sotto il cielo stellato che sembrava benedirci, che ne potevo sapere che dopo aver ripreso a studiare e dato un esame all’università uscendo come miracolata dalle sabbie mobili che mi avevano bloccato per un anno intero, che cazzo ne potevo sapere io che ci sarei ricaduta in queste sabbie mobili, come tutti gli autunni, da qualche anno in qua, da troppi anni in qua. E adesso osservo impotente come ogni cosa viene trascinata verso il fondo, con quel tremendo non-rumore che inghiotte tutto. Lui mi guarda per un attimo, accusa il colpo, poi mette in moto e guida in silenzio fino all’università. Gliel’ho detto tanto volte che se fa così io lo perdo ancora di più, mi rendo conto che vorrei scuoterlo, per scuotere me stessa, e invece lo abbatto, e il mio disincanto feroce trova una preda ma nessuna soddisfazione. Scendo dall’auto masticando a malapena un ciao. Mi butto in qualche aula, lascio che il tempo mi passi addosso, sono brava in questo, esco spesso a fumare e prendo molti caffè. È la dieta nei miei periodi bui: caffè e sigarette, e sigarette e ancora caffè macchiati con gocce di En, e poi improvvise botte di fame che mi mandano in giro per casa a spazzolare tutti i dolci che trovo al limite – e spesso oltre – di ogni sopportazione gastrica e mentale, con gli acidi dello stomaco che sublimandosi si impastano con il fumo delle sigarette fino ad annebbiarmi tutta. È in questa nebbia che riesco a non-guardare e a non-vivere, mentre attimo dopo attimo si allontana come un miraggio l’ultima estate. Del resto non ero io in quei giorni, dico a me stessa, e la meraviglia che ho provato è solo un gioco della mente, ingannevole e fuggitiva; non ero io, non potevo esserlo, a sedere su quella panchina, io passavo solo di là e avrò visto quel tipo e con la cazzo di mente labile che mi ritrovo avrò immaginato di parlargli e di conoscerlo e di baciarlo. Ma non sarei mai uscita dalla mia nebbia, mi ripeto.

Verso sera esco dalla facoltà e mi avvio a casa a piedi. Lui non si fa trovare, meglio così che vederlo con le orecchie basse. Mi scopro, però, a desiderare di vederlo sorridere, con la sua voglia di vita, senza crucci e pensieri. Il giro largo – che faccio per arrivare a casa più tardi possibile e andare a dormire senza dare nessuna spiegazione ai miei – d’un tratto mi sembra troppo per le forze che ho, così penso di tagliare per il centro storico, affollato e intasato dal traffico. Passo di fianco al nostro bar: quando ci schiodavamo dalla panchina venivamo qui fuori. Mi torna ancora in mente l’estate, di soppiatto, e mi deprime; vorrei solo addormentarmi in un letto dove non ci siano quei giorni e nessun passato, nessuna paura di non farcela. Mentre proseguo a testa bassa, straniera e isolata nella città dove sono nata, realizzo che questo vicolo che ho preso non l’ho mai percorso. Mi sembra così strano, però, conosco alla perfezione la mia città, soprattutto la zona vecchia che ho mappato fin da piccola in lungo e in largo. Vado avanti, comunque. Rimugino su di me, su come vivo, senza spina dorsale, senza carattere. Se almeno questa palude, questa disperazione, mi facesse piangere. Da quanto tempo cammino?, mi chiedo di colpo. Potrebbe essere passata solo mezz’ora, o anche mezza giornata, le strade si stanno svuotando e io ho continuato ad avanzare da incosciente per questi vicoli lucidi, con la loro pavimentazione antica di basalto, sconnessa e diseguale, e i portoni di legno anneriti, e le abitazioni disabitate. A un certo punto il vicolo fa una curva verso destra, ma senza pensare, come d’istinto, entro a sinistra in una viuzza che, come indica il cartello all’ingresso, è una strada chiusa. In pochi metri mi ritrovo dentro un budello, tutto di pietra, che sembra chiudersi su di me togliendomi l’aria. Resisto, e la strada, al termine, ha uno slargo, spegnendosi di fronte a un ennesimo portone. Mi avvicino alla porticina e resto un minuto ferma: il silenzio è assoluto. Poi spingo, e quella si apre cigolando. Vado, come in un sogno, febbrile e inquieta. All’interno c’è uno spazio vasto e la poca luce che riverbera svela il cortile con le sue pietre di basalto messe perfettamente a piombo, e ciuffi d’erba che spuntano qui e là per l’incuria. A sinistra, a pochi metri dall’ingresso, vedo una scalinata di marmo: salgo. Arrivata al primo piano scorgo una porta socchiusa che lascia filtrare un filo di luce. Si apre senza alcun rumore. Resto sulla soglia e trattengo il respiro, come prima di fare un tuffo dall’alto di una roccia, sul mare; poi mi ritrovo dentro e guardo. Seduto a un tavolo c’è lui, l’amore della mia estate, che alza la testa e mi guarda. «Mi sono persa» gli dico a bassa voce deglutendo. «Dove siamo qui?» gli faccio ancora. Lui sorride, si alza e viene verso di me. Ci abbracciamo. Si stacca, mi guarda, e i suoi occhi sembrano accarezzarmi. Poi mi prende per una mano e mi porta al tavolo, occupato per intero dalla cartina che aveva in macchina stamattina. Mi sento confusa, e non ho più paure. Lui resta guardarmi e poi mi dice: «Siamo dentro di te. Adesso sì che ti posso aiutare».

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