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Come un loop

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il click evidente di un accordo riuscito. La sequenza da battere. L’isolamento da cui uscire. Marta Di Nicola si mette in ascolto di un suono che ha qualcosa da rivelare.

Ogni giorno, Mauro rientrava in casa alla stessa ora. Le sue giornate, che si ripetevano più o meno sempre uguali, erano perfettamente cadenzate. Dopo aver concluso l’ultima ora di lezione all’università, andava nel suo ufficio per riassettare la scrivania e tutte le sue cose; prendeva il materiale che avrebbe utilizzato durante il consueto studio pomeridiano, lo sistemava accuratamente nella borsa, e usciva.
Lungo la strada verso casa, era solito fermarsi a un kebab all’angolo, oppure nella panetteria della piazza per acquistare il suo pranzo frugale, che subito dopo gustava passeggiando nel caos quotidiano, tra il brusio di voci che gli si accostava e allontanava di continuo nel traffico cittadino.
Appena fatto ingresso nel suo confortevole appartamento e chiusa la porta dietro di sé, Mauro ritrovava il suo abituale cantuccio di pace, quella sensazione di laconica e familiare solitudine che amava particolarmente. Così caricava la moka, la metteva sul fornello e rimaneva in assoluto relax ad aspettare il momento in cui il caffè sarebbe risalito lungo la colonnina. Sapeva di poter godere di quella meravigliosa quiete per almeno un altro paio d’ore, cioè fin quando il suo vicino di casa, Alberto, avrebbe fatto ritorno. Condivideva con lui la stessa sottile parete, i loro appartamenti erano uno di fianco all’altro all’ultimo piano, entrambi sull’ala destra del pianerottolo.
Alberto era un musicista. Un chitarrista, per l’esattezza. Uno di quelli talentuosi, con molti anni di studio alle spalle e una laurea al conservatorio, capace di tenere un assolo in due diverse tonalità di re diesis per dieci minuti di fila. Ovviamente con la chitarra elettrica collegata a un amplificatore Yamaha da 125 watt di potenza sonora. Alberto la musica non solo la riproduceva, ma la creava e la plasmava a suo piacimento: era un arrangiatore, un produttore, e si occupava di mix.
Durante quei quattro anni di convivenza forzata, Mauro aveva imparato a conoscere il suo vicino. Alberto, appena trasferitosi, era stato tanto gentile da informarlo che l’unico momento che avrebbe potuto dedicare a quella passione e specie di secondo lavoro sarebbe stato il pomeriggio, visto che prima prestava servizio come cameriere in un ristorante. Mauro aveva percepito un po’ di ironia del destino in quella situazione, considerato che il pomeriggio di solito lo riservava allo studio e alla preparazione delle lezioni universitarie. Ma, vista la cordialità mostrata dal ragazzo, non aveva avuto il coraggio di controbattere per svilirne le ambizioni e i sogni di gloria. Quindi, con la tipica saggezza data dall’età, aveva bonariamente acconsentito.
Quella era stata l’unica volta in cui i due si erano parlati. Da quel giorno non era più capitato che si incontrassero, né sul pianerottolo o nell’atrio del palazzo, né sulle scale o in ascensore. I loro orari sembravano non coincidere mai ma nonostante questo, da quattro anni, Mauro sapeva scandire alla perfezione le giornate del suo vicino: a metà pomeriggio lo sentiva rientrare grazie al cigolio della porta che ruotando velocemente attorno ai cardini andava a combaciare con il telaio di alluminio; poco dopo riusciva a distinguere i suoi passi stanchi e strascicati dirigersi verso il bagno, seguiti dall’abbondante scroscio dell’acqua spruzzata dal soffione della doccia; infine lo sentiva accomodarsi nella stanza dove di lì a poco avrebbe cominciato ad armeggiare con la sua attrezzatura musicale: casse audio HIFI, stereo, altoparlanti, microfoni, sintetizzatori e strumenti vari.
Alcuni giorni Alberto suonava solamente. Quando l’amplificatore veniva acceso e collegato alla chitarra, Mauro sapeva che quel baccano sarebbe durato almeno fino all’ora di cena. Se Alberto si esercitava sulle canzoni più famose, Mauro inizialmente ne aveva gradito l’ascolto, soprattutto quando si trattava di armonie lente che lo rilassavano o di vecchi brani che risvegliavano in lui emozioni assopite, tanto che a volte si ritrovava a canticchiare a bassa voce o battere ritmicamente la matita sul tavolo. Ma capitava che Alberto andasse avanti per ore sullo stesso brano, a volte insistendo sullo stesso accordo o sulla stessa nota, prima nelle scale maggiori, poi in quelle minori. Una volta nelle tonalità basse, poi in quelle alte. Fino all’esasperazione.
Con la stessa frequenza con cui Alberto riproduceva una determinata scala o nota, Mauro tornava a rileggere un medesimo concetto da un libro o da una rivista che era intento a studiare. Sembrava come se la sua capacità di apprendimento, negli anni, si fosse sincronizzata con i ritmi di Alberto: non attendeva altro che il brano proseguisse, che l’accordo si sviluppasse magari in un assolo di un semitono più alto o più basso, per giungere anche lui al concetto successivo.
Quei giorni si alternavano ad altri maggiormente assidui che Alberto dedicava invece all’arrangiamento dei suoi nuovi pezzi musicali. Come in tutte le cose che devono essere create da zero, l’inizio non era mai facile. Una volta campionato il suono su cui basare l’intero brano, Alberto lo ripeteva all’infinito, come un loop sonoro che per Mauro diveniva quasi ipnotico. La medesima riproduzione musicale, che a seconda del caso poteva simulare i piatti di una batteria o le corde di un basso, durava anche fino a un’ora prima di passare a quella successiva, rimbalzando energicamente da una parete all’altra, dalla cassa stereo di Alberto fino all’emisfero cerebrale di Mauro, per trasformarsi qui in un chiodo fisso. Una, cento, mille volte. Tutte uguali secondo Mauro, la cui scarsa conoscenza della materia gli impediva di capire quale assurda logica ci fosse dietro. Era frustrante. Perdeva completamente la concentrazione su quello che stava facendo e rimaneva immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto e la mente rapita dalla forza che quel suono ripetitivo e martellante sprigionava. Era come una sequenza monotona e ostinata che sembrava impuntarsi senza riuscire a trovare il modo di andare avanti e nemmeno indietro. Come se fosse suo malgrado bloccata in una dimensione spazio-temporale che non riconosceva, alla disperata ricerca della melodia e degli accordi giusti che le avrebbero finalmente dato un senso o semplicemente uno stimolo a trovare l’apice desiderato.
Mentre era assorto in questi pensieri, Mauro per un attimo dimenticava il lavoro, lo studio e l’università. Il loop musicale che inevitabilmente andava a infilarsi tra le sinapsi del suo cervello lo paralizzava del tutto, facendolo piombare nella più penosa delle consapevolezze. Mostrandogli come quel motivo insistente e ancora incapace di trovare una valvola di sfogo fosse in realtà molto simile alla sua esistenza. Piatta, regolare, ossessivamente statica. Un tamburo battente privo di sfumature. Un’insopportabile cassa di risonanza.
Ma dopo che erano passati diversi giorni, settimane e persino mesi, Mauro intuiva che la canzone veniva pian piano formandosi. Alberto nel frattempo aveva aggiunto nuove unità sonore, i midi, i beat, la voce, i cori e per ogni elemento integrato il brano era stato ripetuto altre innumerevoli volte, in un ciclo continuo mandato avanti anche nelle fasi successive della creazione. Ciascun suono doveva incastrarsi armoniosamente all’altro. Alberto doveva essere sicuro della buona riuscita del pezzo e Mauro alla fine lo aveva imparato a memoria. Gli era entrato in testa, tanto da riuscire perfino a fischiettarlo mentre si recava a piedi a lavoro. I suoi neuroni si erano praticamente assuefatti. Nonostante il percorso che portava al risultato finale fosse travagliato, complesso e a tratti insostenibile, malgrado i suoni che inizialmente gli erano sembrati insignificanti e maniacali, Mauro avvertiva come una strana sensazione di nostalgia ogni volta che Alberto concludeva un brano. Lo aveva sentito nascere, poi crescere fino a raggiungere la sua pienezza musicale e infine svanire così, da un momento all’altro.
Il silenzio che seguiva, seppure breve, aveva cominciato a creare in Mauro un inspiegabile senso di vuoto. Gli dava l’impressione che gli fosse stato tolto qualcosa che, in un certo senso, sentiva anche un po’ suo. Mentre era fiero di essere stato il primo invisibile spettatore di un pezzo musicale, allo stesso tempo si sentiva animato da tutte le emozioni che quello stesso pezzo musicale aveva suscitato in lui. Per tutto il tempo in cui aveva ascoltato il suo vicino cimentarsi insistentemente su note e suoni, a volte criticandolo altre apprezzandolo, i suoi pomeriggi di studio erano trascorsi con lui, grazie a lui e nonostante lui. E ora capiva di non poterne fare più a meno. Quella insperata sintonia che si era venuta man mano creando, allo stesso modo in cui il pezzo musicale era stato composto da Alberto, aveva instillato in Mauro una nuova consapevolezza.
Alla fine di quei quattro lunghissimi anni, in cui mai si era presentata l’occasione di un incontro o di una fugace conversazione col vicino, in cuor suo Mauro cominciò a maturare l’idea di aver ricevuto la più importante lezione della sua vita. Lui che le lezioni era invece abituato a darle. L’estro e la dedizione morbosa di Alberto avevano offerto a Mauro un’opportunità di riflessione. L’aver assistito a ogni singola fase della creazione di un brano, gli fece apprezzare ancor di più la bellezza del risultato ottenuto. E in senso più generico gli fece comprendere l’importanza delle sfumature, il valore del tempo, la perfetta sovrapposizione degli elementi coinvolti, il velo di mistero e l’irrinunciabile casualità che donavano fascino a ogni segmento. Gli fece desiderare che la monotonia venisse superata dal ritmo cosicché ogni momento si distinguesse da quello precedente o da quello immediatamente successivo. La musica creata dal suo vicino, dall’accordo di chitarra all’armonia del pianoforte, dalla linea di basso fino al brano completo, era il sorprendente risultato di una serie di scelte precise, a volte ragionate altre più impulsive, che fondendosi avevano raggiunto un precario ma meraviglioso equilibrio. Il suono del rullante che accompagnava il ritornello sembrava non avere alcun senso se ascoltato da solo, apparendo come intollerabile o molesto. Ma tutti gli altri suoni, chitarra, pianoforte, cori e voce avevano bisogno proprio di quel rullante per poter esistere. Era così venuto a crearsi un rapporto indissolubile tra elementi diversi la cui unione si era rivelata necessaria a plasmare uno splendido quadro d’insieme. L’attimo effimero in cui il brano, grazie a un’incredibile simbiosi di strumenti e suoni, abilmente messi insieme da Alberto, raggiungeva il culmine mostrandosi in tutta la sua armoniosa musicalità, diventò per Mauro una rivelazione. La valvola di sfogo che inconsciamente aveva sempre cercato. E che inaspettatamente trovò proprio nella musica del suo vicino.

Nel tempo, le sue giornate seguitavano a ripetersi uguali, cadenzate. Come un loop. Con le loro abitudini e gli immancabili riti. Il pranzo frugale per strada e il caffè che bolliva nella moka. Ma quando i pomeriggi passavano troppo lentamente, quando il silenzio lo angosciava e la malinconia lo tormentava, Mauro interrompeva la sua lettura e metteva su una canzone di Alberto. Il suo ex vicino, che oramai non abitava più nell’appartamento accanto, aveva inciso il primo disco e lui era subito corso a comprarne una copia. Lo aveva sentito più di una volta. Gli piaceva.
Mauro alzava il volume dello stereo a palla, quasi a voler simulare il suono del vecchio amplificatore Yamaha di Alberto, sprofondava nel divano e rimaneva in ascolto con gli occhi socchiusi. Come era già successo le volte precedenti, aveva l’impressione che quei pezzi fossero anche un po’ suoi, che parlassero della sua vita. La stessa vita che a parole non era riuscito a definire a sé stesso.

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