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Illustrazione di Agrin Amedì
Una bracciata. Ancora una. Poi un’altra. Sto arrivando, verità, anche se vorrei tornare indietro. E dormire. Anton Giulio Calenda indaga l’esistenza di un uomo che ce l’ha fatta.

Capita spesso di trovarsi in quel genere di situazioni in cui ci viene chiesto di portare alla luce un fatto che non abbiamo mai rivelato. Un segreto fino a quel momento taciuto. Ammetto di aver sempre inventato bugie in quelle occasioni. L’unico avvenimento degno di nota della mia vita, infatti, non l’ho ancora raccontato a nessuno. Decido di metterlo nero su bianco solo oggi, il giorno del mio ottantaquattresimo compleanno. Chi leggerà queste poche righe sarà libero di giudicarmi, attività da cui ho sempre cercato di tenermi lontano.

Agosto 2069, Cav. Antoniani

 

Era l’agosto del 2015, avrei compiuto trent’anni di lì a pochi giorni. Ero in vacanza al mare con la mia compagna, Rita, che poi sarebbe diventata la mia inseparabile moglie. Con noi c’erano anche i miei genitori, oltre a buona parte del resto della famiglia, di cui ho perso i volti. Mi ricordo che quel giorno i condizionatori dell’hotel facevano fatica a mantenere una temperatura accettabile. Il sole era impietoso. La sera prima io e mio padre avevamo rivisto l’intero piano. Era venuto il momento di prenderci la maggioranza della società di famiglia, per farlo avevamo studiato durante tutta la primavera ogni mossa e ogni possibile risposta dell’avversario. La call era fissata per le 8 del giorno dopo. Tutta la sede di Milano era stata avvertita. Avrebbero preso parte alla riunione anche gli uomini delle banche. Allora ci sembrava un’impresa impossibile, oltre che avventata. Io non avevo dormito che per un paio di ore quella notte. Mi ero presentato nel lounge che il direttore dell’hotel ci aveva messo a disposizione alle 7. Ero molto preoccupato ed era facile indovinarlo. Ero alle prime armi, e se l’acquisizione fosse fallita io sarei stato cacciato dalla società. Non avevo un piano di riserva. Io e mio padre avevamo puntato tutto su quel giorno. Lui si presentò appena un quarto d’ora prima. Mostrava un sorriso solare, mi abbracciò e mi disse di non preoccuparmi troppo, dopotutto Milano non è poi la città più bella del mondo. Così disse. Ordinò tre bottiglie d’acqua. Aspettammo in silenzio l’ora stabilita. Mi chiesi se per caso mio padre si fosse pentito di avermi messo in quel pericolo. Il suo volto non tradiva emozioni. Ricevemmo una telefonata, a Milano erano tutti pronti. Quelli delle banche erano già arrivati. Mio padre rispose che noi lo eravamo altrettanto. La video conferenza durò due ore. Ricordo che la mia attenzione era rivolta ai condizionatori che ansimavano sotto il peso della calura. Sembravano sul punto di arrestarsi. E di lasciarci in balia del caldo. Comunque sia. Furono due ore di monotona, violenta e totale vittoria. Mio padre comunicò a suo fratello, il quale possedeva la quota che andavamo ad aggredire, la nostra volontà di espansione. Mio zio, per nostra grande fortuna, era sempre stato un uomo incauto, e apparve chiaro a tutti fin dal primo momento che era stato preso in contropiede. Minacciammo un aumento di capitale e altre azioni del genere, lui non poté che capitolare. Non fece altro che augurarci una buona continuazione delle vacanze, si sistemò la cravatta e uscì dalla call. Per me e mio padre fu un trionfo. Entro le 9:30 di quel mattino eravamo i nuovi padroni indiscussi della società. Mio padre ne diventava il presidente, mentre io mi prendevo la carica di CEO. Alle 10 un giornalista del “sole 24 ore” mi chiamò per un articolo sul più giovane manager italiano di sempre. Declinai. Volevo festeggiare con il Presidente. Ci facemmo portare una bottiglia di champagne e la stappammo. Gli occhi di mio padre brillavano. Io provavo difficoltà a sorridere. Pensavo fosse la tensione. La stessa che rendeva quello champagne meno buono del solito. Era come se tolto un peso, avessi scoperchiato un vuoto. Dissi a mio padre che volevo riposare. Ci eravamo dati appuntamento a pranzo. Mi chiamò “manager”. Mi allontanai senza curarmi troppo di quella parola. Avevo la testa leggera, ma non era piacevole. Il cartellino era stato timbrato. Se per questo, anche la livrea dei camerieri era bordeaux. Che cosa mai me ne doveva importare a me di tutti quei dettagli. Raggiunsi la suite in cerca di mia moglie, dentro non la trovai. Mi misi il primo costume che mi capitò sottomano. Di fronte allo specchio mi accorsi di avere le spalle nettamente più piccole del torace. Dio, pensai, se sono bruttino. Me ne andai verso la spiaggia e vidi chiaramente tutti quei bambini urlanti e quegli ombrelloni a righe verdi, per non parlare dei vassoi a rotelle dove servivano le bevande, ero senza parole. Mi sentivo prosciugato. Raggiunsi mia moglie e le comunicai che era andato tutto bene. Glielo dissi come si può dire che la pulizia della macchina e la spedizione di una raccomandata sono andate entrambe a buon fine. Chiamò il barista per ordinare champagne ma io mi ero già immerso in acqua e avevo preso a nuotare senza nemmeno acclimatarmi. Sapevo nuotare veloce. In poche bracciate vidi il fondale piuttosto distante. Allora ne diedi altre, e altre ancora. Forse mia moglie mi stava chiamando. Mi girai una volta sola e mi sembrò di vederla con il calice di champagne in mano ad aspettarmi lì, impalata, sulla spiaggia. Andai giù, in profondità. C’erano pesci e coralli colorati che non mi dicevano assolutamente niente. Ripresi a nuotare, sorpassai una boa e senza rendermi conto di essere in alto mare mi immersi di nuovo. Fui costretto a scendere un bel po’ prima di ritrovare il fondale. Distinsi il profilo di una grotta. Mi venne in mente di sistemare lì dentro le mie Audi, la villa e, chissà perché, magari in un angolino anche il mio completo da golf. Tutto stipato in ordine lì dentro. Potevo fare di meglio. Tornai in superficie e nuotai ancora più lontano. Andai di nuovo giù e vidi nient’altro che uno sconfinato nero questa volta. Un’eccitante fantasia mi colse, la possibilità di infilare tutto laggiù, e di farlo sparire. C’era spazio per ogni cosa infatti, per l’azienda, per i vigneti, per il Principato, per tutto. Guardai quel vuoto sconfinato come fossi ipnotizzato. Anche io potevo raggiungere quella calma totale. Esaltato da quel pensiero, continuai a darci dentro con le gambe. Vidi l’immagine di mio Zio Aldo che si alzava in piedi e lasciava la call. Anche quella figura andava a morire nel buio. Scoprii che c’era tutto ciò che avessi mai potuto desiderare. Era lì a portata di mano. Mi sarebbe bastata una spinta in più e l’avrei ottenuto per sempre.
Non so cosa accadde. Qualcosa di proprio del corpo umano credo. Fui vinto da una specie di istinto. Non ce la feci. Risalire in superficie fu automatico. Invece di respirare a pieni polmoni, centellinai l’aria come se mi facesse ribrezzo. Nuotai verso la spiaggia. Sentivo il corpo affaticato ora. Avevano mandato qualcuno. Un gommone arancione veniva verso di me. Afferrai la mano che mi porsero. Tornai a riva mentre un uomo col megafono spiegava ai curiosi che non c’era niente da vedere. Io in effetti stavo bene. Mia moglie era lì proprio come l’avevo vista l’ultima volta, impalata, con i calici e la bottiglia nelle mani. Andai verso i lettini. Feci finta di non sentire le sue parole di rimprovero e mi sdraiai. Prima che me ne potessi dimenticare però le dissi: «Tesoro ricordati che alle 12:45 abbiamo il pranzo con mio padre. Ti prego di non fare tardi questa volta, lo sai che a lui non piace». Poi finalmente mi rilassai, e la familiare sensazione di essere schiacciato dal peso degli eventi fu libera di tornare a premere su di me.

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