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Profondo il mare

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Illustrazione di Agrin Amedì
La signora Maria non sghignazza ma ridacchia, e il suo ridacchiare è così contagioso che... Eugenio Rescazzi intreccia atmosfere soffuse e palpabili intorno a una donna indimenticabile.

Nuovo quartiere, nuova casa, nuova stanza, nuovo piano. Piano terra, per la precisione. È freddo, buio e dà sulla strada. Sento tutto ciò che accade: l’incessante tubare dei piccioni; le chiacchiere al citofono; l’aprirsi e il chiudersi dello sportello delle auto; il picchiettare del martello demolitore che buca l’asfalto; i passi veloci dei bambini che corrono e urlano sul marciapiede; il cozzare e l’infrangersi del vetro nel cassonetto ribaltato dal camion rifiuti; il tossire forte e discontinuo di  un uomo, accompagnato da una debole bestemmia; la vicina che annaffia le piante in balcone e l’acqua che cade di sotto; i freni andati della moto del postino.
Poi, sento la voce calda e paziente della signora Maria. Tra tutti, è il suono che più mi incuriosisce. È dolce e delicato, come una pennellata di colore, come una carezza a un bambino assopito. È vicino, proprio qui, fuori dalla finestra. Lo sento quando Maria telefona al figlio. Ha un cane, i vinili di Battisti, i crisantemi arancioni sul davanzale in cucina e una lunga e calda pelliccia rossa. So che si sveglia all’alba e beve una tazza di tisana al mirtillo. So che compra spesso i bastoncini di liquerizia. Che ogni dieci giorni ha la parrucchiera, che va a teatro il sabato sera, che nel soggiorno di casa c’è un poster de “La mia Africa”, che con Carla, sua compagna di carte ma anche di bevute, si reca spesso in un circolo. So anche che vive da sola e che era sposata. Che fa ginnastica aerobica nel giardino di casa o nel parco di Villa Ada. Che sogna di nuotare nel Mar Morto e di fare il cammino di Santiago. Che alla sera, prima di coricarsi, scrive la sua autobiografia intitolata “Profondo il mare”. Mi accorgo, col tempo, che la voce di Maria non cambia mai. È sempre fine, limpida e morbida qualunque sia l’oggetto del suo racconto o il colore del cielo. Scopro poi che Maria non sghignazza ma ridacchia, e che il suo ridacchiare è comunque contagioso. Faccio caso che quando starnutisce, lo fa buffamente per sei volte di seguito. Imparo da lei cose che non sapevo fare come trattare una pianta, pulire l’oblò della lavatrice con la candeggina, rimuovere i calli dalla pianta dei piedi, rammendare i vestiti, preparare la parmigiana di melanzane. Mi faccio poi una risata quando la sento discorrere di cose bizzarre, come ad esempio che gli elefanti sono gli unici animali che non possono saltare, che la coca cola in principio era verde, che gli elastici di gomma durano di più se conservati in frigorifero.
La mia invadenza cresce di pari passo col mio interesse. La sagoma di Maria è incollata alla parete accanto alla finestra. Cerco allora di immaginarla ma, nel farlo, il sapore amarognolo del caffè che ha appena tinto le mie labbra, viene sopraffatto da un odore intenso e travolgente, quello del fumo di una sigaretta. Il fumo scavalca la finestra, si mescola e sovrasta l’aroma alla menta della candela, si allunga fino alla poltrona e giunge al mio naso. Resisto alla tentazione di alzarmi per chiudere la finestra, l’odore passerà. E passa in una maniera insolita. Lentamente si allenta nell’aria e va scomparendo, concedendosi a una nuova e maggiore fragranza: il profumo alla vaniglia di Maria.  È un profumo dolce e sensuale, sa di infanzia e di amore sbocciato. È avvolgente come un abbraccio, così vivido che sembra essersi posato anche sulla mia pelle.
Poi, inaspettatamente, per la prima volta, Maria smette di parlare. Penso, inizialmente, sia l’irruzione della pioggia a nasconderle la voce ma mi sbaglio. Una sensazione di vuoto e di sconforto mi attanaglia. Fino ad allora mi ero sentito un marinaio in mezzo al mare, incantato e trascinato dalla voce sensuale, melodica e lontana di una sirena.  Ora quella sirena ha smesso di cantare e mi invade un dolore forte che assomiglia a quello di un amore spezzato. Mi accorgo di essermi perdutamente innamorato della sua voce. E non mi do per vinto. Sollevo il capo e punto gli occhi sul davanzale: qualcosa si è mosso dietro le inferriate. Appare infatti il verde smeraldo di un ombrello che si apre e si solleva. E poi compare Maria. Mi dà le spalle e se ne sta raccolta nella pelliccia rossa di cui tanto ha parlato. Rivoglio talmente tanto quel suono così soave che per ritrovarlo, in un attimo, sono dietro di lei. La pioggia continua a cadere: io e Maria siamo più vicini di quanto non lo siamo mai stati. Rimaniamo così più del dovuto. Aspetto, nella speranza di risentire la sua voce. Poi, ecco Maria cogliermi di sorpresa. Si gira di scatto e ci ritroviamo faccia a faccia con solo la grata e la zanzariera a dividerci.  I primi particolari del volto che noto sono un paio di grandi occhiali neri, la frangia sul viso e il naso aquilino. Vorrei sussurrarle qualcosa o gridarle di parlarmi, di tirare fuori la voce, di ammaliarmi con le sue parole come sempre aveva fatto. Ma non faccio in tempo. Un taxi bianco si ferma sulla strada davanti a lei e, col cuore ancora in gola, la vedo girare il capo e andargli incontro. Solo in quel momento, mentre a piccoli passi si allontana, faccio caso al bastone bianco nella sua mano destra. Maria mi ha raccontato una vita mai vista attraverso i propri occhi. E io resto ancora qui, in ascolto.

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